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La Geisha e la sua padrona
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Titolo:
La Geisha e la sua padrona |
Autore:
Betelgeuse |
Contatto:
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Racconto
n° 1047 |
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Shirakawa, Anno 1749 del calendario degli occidentali… Ventinovesimo anno dell'illuminatissimo regno del Sublime Imperatore Sakuramaki. Periodo finale dell'Era Edo.
In una casa per l'educazione delle Geishe… Una delle trentadue aspiranti:
La mia educazione è stata giudicata soddisfacente. Non sono più una Maiko, ora sono una Geisha. Questa disciplina non è antica, è incominciata con i primi anni di regno del sublime Imperatore Sakuramaki. E, credo d'essere orgogliosa di aver avuto la fortuna di farne parte. Tutto adesso m'appare illuminato da una luce diversa. So che presto dovrò lasciare la casa, dentro il mio cuore s'addensano nubi e si schiariscono orizzonti, e poi le nubi ritornano ancora. So che gli otto anni che qui ho passato sono stati semplicemente una transizione, una parentesi per arrivare ad essere una Geisha, cioè quello che ora sono. Quando sono arrivata in questa casa, accompagnata da mia madre, ero soltanto una bambina di otto anni rinchiusa in una lunga veste che mi celava agli occhi del mondo e celando il mondo agli occhi miei. Ora a sedici anni sono una donna, ma sento che il mio cuore da bambina continua ad esser tale nonostante i miei sforzi e gli apprendimenti. Ho appreso con dovizia e dedizione le arti. Dipingere la seta, la preparazione del Tè e delle bevande, come servirle, come vestirmi, la virtù della danze e quella di suonare lo Shamisen e lo Shakuhachi (1)*. Ho imparato l'arte sottile di servire l'Uomo. So adesso come assecondarne i desideri, i capricci, i piaceri, le necessità. Quante giornate passare a studiare quei testi dipinti. Le posizioni per Lui più piacevoli, il comportamento da mantenere, come essere sottomessa, come camminare, come respirare. Per anni ho condiviso la mia piccola stanza con la mia amica Midorì Motoyama, ora quando mi verranno a prendere non sarà più così! Ed è questo che mi rende triste. Lei è stata come una… sorella? No! Un'amica? Molto profondamente amica. Dopo le lezioni ci chiudevamo in camera e ci esercitavamo. Lei era il Signore, io preparavo il tè, la servivo e aspettavo il suo giudizio. Poi, io la chiamavo e lei veniva, ed era lei che leggeva per il suo Padrone. Ho saputo che domani verranno… Noi non sappiamo mai chi sia, noi non facciamo domande, non ci è concesso. Ma l'inquietudine s'è impossessata del mio corpo e del mio spirito. Sarà indulgente? Sarà molto vecchio? Avrà moglie? Domande inutili. Fra qualche giorno saprò. Ho pianto tutta la notte. Mi mancherai Midorì! Mi mancheranno le Tue carezze, mi mancherà la bocca Tua, il calore del Tuo corpo. Ricordi Midorì? Cominciammo per gioco, forse senza volerlo, prima che diventasse importante. Quella sera, ricordi? Provammo ad esercitarci sulla lezione di "Dare il piacere". Ricordi quanto fu dolce scoprire che il piacere esiste veramente… quanto ci sembrò strano, in principio, accorgerci che il padrone non è indispensabile per il nostro godimento al di la di tutti gli insegnamenti, dei testi, di tutti dipinti che avrebbero dimostrato il contrario! Al di la delle leggi!
Una grande agitazione nel cortile… La sento entrare dalle pareti come il tuono o il ruggire del vulcano. Mi stordisce, mi brucia come l'alito del Dragone. Sono arrivati, entrerà la Padrona della casa, e io andrò con loro.
La carrozza è comoda, due bei cavalli neri e lucidi la completano. Una donna m'ha presa, il vecchio che siede accanto al conducente ha pagato la somma che era stata stabilita. Credo sia una grande cifra a giudicare le dimensioni del cofanetto. Un uomo giovane e robusto ci segue a cavallo, ha una spada, un pugnale e un arco. Ho visto quanto erano tristi gli occhi di Midorì fra le altre che mi salutavano, ho visto il suo viso fra tanti volti come un fiore di Loto che appassisce, che si secca, che si sbriciola prima di dissolversi nella nebbia.
La casa del Padrone è molto grande. Abbiamo viaggiato senza quasi fermarci per un giorno e una notte e un altro giorno ancora. Dalla Casa a Shirakawa abbiamo attraversato Fujiwara, la mia città, e poi giù fino a Yokohama, e ancora Kamakura, e più lontani a Odawara, a Okehazama la carrozza ha deviato a nord, verso le montagne. Dopo un'ora siamo arrivati. Non mi era certo concesso vedere, ma la donna brevemente commentava come se lo facesse solo per se stessa, io sapevo però che intendeva illustrarmi il viaggio. La casa è grande, molte costruzioni racchiuse da mura massicce circondano ordinate la dimora del Padrone. Le mura tengono lontano un villaggio che si arrampica per una strada tortuosa, sulla sinistra di un torrente. -I cavoli stanno venendo bene quest'anno - dice la donna, e io capisco. -Oh, che bei maiali - ci sono allevatori dunque. -Il raccolto sarà abbondante! - so cosa mi vuol dire. -I mandorli avranno buona produzione! - dico timida e rispettosa. -Credo di si! - Il profumo intenso mi racconta che la fioritura dev'essere abbondante. Mi inebrio nella mia stanchezza e nella mia tristezza. La carrozza si ferma. Una gran confusione di servi ci accoglie, tutti vogliono vedere l'ultima ospite della casa, ma nessuno potrà vedere le mie fattezze prima del signor Padrone. Vengo introdotta, la vecchia mi accompagna, mi mostra le cose con discrezione e mi presenta alle altre donne. So che mi guardano, so che sono attente ad ogni particolare. So che non mi è concesso sbagliare. Il pomeriggio è dolce in questa regione, la casa è grande, il Gusto e la raffinatezza sono dappertutto, è una casa molto antica. Mangio. Mi lavano e mi cospargono di essenze. Mi vestono con le vesti tradizionali, ci vuole un'ora per rendere il mio viso degno d'essere guardato dal Padrone. Vengo portata nella casa, mi inginocchio composta e attendo. Sento che fra qualche istante Lui arriverà. E quando mi vedrà dovrò piacere. Le gambe mi dolgono. Ho visto il sole tramontare, il tramonto diventare crepuscolo, il crepuscolo farsi notte. Ma lui non viene. Per sei notti ho aspettato con la vecchia che, inespressiva, stava immobile ad aspettare con me. Per sei notti mi sono domandata perché, avevo forse fatto o detto qualcosa di errato? Non mi giudicava degna? Poi, è venuto. È arrivato nella seconda ora della notte. Rideva mentre entrava, canticchiava una canzone che non conoscevo. Poggiai la fronte al suolo, Lui mi camminò intorno e mi ordinò di alzarmi. Mi sorrise. Si rivolse alla vecchia: -Non male! - disse -Sembra a posto, mi pare carina e robusta… Si! Ho speso bene i miei denari! - ne fui lusingata, -Sei certa della sua integrità? -Mi sentii mancare, un turbine di dubbi mi assolsero, Saremo state abbastanza accorte con Midorì? Potrà accorgersi delle nostre carezze? Diventai paonazza, per fortuna la crema impedisce di… -Mi dispiace non poter trattenermi, ma un impegno importante… - Uscì. Ho saputo che il Padrone si intratteneva in quel periodo con una Cortigiana. Ho saputo che non aveva ancora preso moglie, ho saputo tante cose. La confidenza con la vecchia cresceva, "Il Padrone ha molte terre e molti servi, e molti anomali… Il Padrone è difficile, Il Padrone è solo inferiore all'Imperatore e al Governatore, il Padrone ha promesso di sposare una giovane figlia di un Nobile Signore… " Il tempo è trascorso con il suo monotono scorrere, scandito dall'alternarsi delle stagioni e dai capricci del Padrone. Hachi. Hachi è un uomo notevole. Le sue vesti sempre impeccabili, ha un viso forte, e forte è il suo corpo… come il suo carattere. Ho preso a servirlo con tutta la dedizione di cui sono stata capace, con tutta la raffinatezza e l'armonia alla quale sono stata iniziata. Sono ormai tre anni che vivo in questa casa. In principio avevo come paura… paura che succedesse. Poi ho cominciato a vedere Hachi con altri occhi e con altro spirito. La prima volta che mi ha presa è stato doloroso… l'ho odiato sorridendo. Poi la speranza che mi guardasse anche lui con occhi diversi ha riempito la mia anima, ha trascinato il mio corpo nel miraggio che un giorno Hachi provasse affetto per me. Hachi continuava ad essere impegnato, molto impegnato, troppo spesso impegnato. Diviso fra gli affari e le sue amanti, fra i compiti gravosi della sua posizione e quelli più frivoli della caccia, degli appuntamenti furtivi anche con donne sposate e nel frequentare la casa della sua promessa sposa. Quando mi mandava a chiamare, e io sapevo che non era per accudirlo, mi sentivo languida, eccitata e tesa allo stesso tempo. Andavo da lui e speravo. Sapevo che lui cercava da me solo il sesso, ma non perdevo le speranze. Il mio cuore prese a palpitare solo al suo pensiero, il suo viso s'era sostituito a quello di Midorì, le sue mani… desideravo le sue mani, volevo con tutte le mie forze le sue mani. Ma, dopo, avrei voluto che le sue mani fossero state delicate come quelle di Midorì. Hachi era brusco, ma io col tempo scivolai senza quasi accorgermene dentro il bocciuolo sensuale dell'amore. M'innamoravo ogni giorno più di quello precedente. La mia vita si consumava nell'attesa di una sua chiamata e nel guardare malinconica lo scorrere del tempo.
Arriva Junko. Da una decade tutti sapevamo nella casa della visita. I preparativi resero frenetiche le attività ma mano che s'avvicinava la data. Tutto veniva controllato, gli assiti ripuliti e unti con le cere, vennero sostituiti alcuni pannelli di carta di riso, arrivarono servi con cacciagione e frutta. Il "Maestro di Cerimonie" stette per tutto il tempo. Ebbe un gran daffare. Ma la circostanza era davvero troppo importante perché un solo particolare sfuggisse. Vennero musici, danzatrici, poeti. E finalmente il giorno venne. È arrivata con un gran seguito di servi, di "cerimonieri" di Cortigiane. Gli uomini che la scortavano lasciarono le loro armi prima di varcare il grande portale. Le carrozze, tre, occupavano il cortile. Hachi era li ad attenderle da qualche minuto, un ragazzo trafelato era corso col fiato ansimante ad avvertire: -Arrivano! - e Lui era uscito austero dalla casa. Quando l'ho vista scendere dalla carrozza mi sono sentita morire. "Dunque è colei che diventerà padrona" mi ripetevo. Se solo avessi potuto… l'avrei trafitta con la lama più affilata. Il suo Kimono era sontuoso, mai avevo visto una simile bellezza. Mi sentii fragile, insignificante al suo cospetto. Come avrebbe potuto Hachi preferirmi a Junko? Cosa sarebbe stato il mio futuro? Il terrore di non essere più chiamata dal Padrone mi rendeva furente. La gelosia per quella donna mi rendeva cieca. Forse è stato questo a restituirmi la mia forza più tardi. La determinazione di dover lottare per colui che segretamente consideravo mio si ingigantì. Sapevo bene che, avendo tempo, avrei tratto da lui perfino il piacere. Rimasero sei giorni nella nostra casa… Nella casa del Padrone. Io la vidi il secondo giorno per la prima volta da vicina. "È giovane" pensai, "ma non è troppo bella nel mio confronto!" Era una ragazza esile, minuta, delicata. "Troppo dolce per Hachi!" mi consolai. "Troppo fragile per un uomo come lui!" Teneva gli occhi rivolti a terra, sempre. Parlava solo se Hachi lo desiderava. Sorrideva quando Hachi le chiedeva di sorridere! Piccola scellerata cortigiana. Avrei strappato quegli occhi con le mie unghie. E Hachi non mi chiamò. Junko era partita, ma lui trascorreva le notti lontano dal nostro letto, cercava pretesti per non avermi fra i piedi. Sapevo che dovevo impormi, dovevo riconquistarlo. Una notte, seppi che era a casa. Trasgredendo a qualsiasi dettame della tradizione andai da Lui. Era nella stanza dei dipinti, contava delle monete. Sollevò gli occhi e quegli occhi mi fulminarono. Sarei dovuta scappare ma non lo feci. -Ho sognato che mi chiamavi! - -I sogni a volte non sono veritieri! - -Mi hai chiesto di suonare la canna del tuo Shakuhachi - Lui rise. -Mi chiedevi di accoglierti dentro di me! - Andai avanti ancora nell'implorarlo di tenermi con se. Mi guardò prima furente, poi si scoprì il membro e scostò il mio kimono. Mi possedette senza nessun accenno di tenerezza. Come sempre! Solo fu più sbrigativo, più rozzo e brutale di tutte le volte precedenti. Provai dolore. Più del solito. -Ricorda Makino. Non venire mai più senza essere chiamata! - E più mi chiamò.
Per un'intera stagione piansi, mi torturai nella speranza, mi arrovellai nei ricordi, mi indebolii nell'odio verso la donna che stava per essere sposata da Hachi. Passavo le notti a cercare di ricordare momenti belli nella sua camera dei piaceri. Passavo i giorni a rodermi nella gelosia. L'immagine di quella stanza mi ossessionava. Vedevo le xilografie alle pareti, le scene erotiche ben disegnate, Hachi le guardava spesso, ne sceglieva una, me la indicava. Io mi sistemavo come la Geisha del dipinto, lui mi possedeva. Non succedeva sovente, ma quando succedeva le mie speranze rifiorivano sempre più forti. "Oggi sarà delicato! Oggi si tratterrà un poco! Oggi mi darà il piacere!" ma non succedeva ancora, e adesso mi rendevo conto nella disperazione ch'era troppo tardi. Lui aveva delle preferenze e le conoscevo. Quanto avrei amato farlo in quella posizione che tanto ci raccomandavano alla Casa delle Geishe… ricordavo l'insegnante… - Voi adesso siete nudi, l'uno di fronte all'altra, con le gambe leggermente flesse, divaricate, che cingono il bacino del vostro padrone, l'accoglierai dentro di te e, a turno, ognuno può condurre il ritmo della penetrazione. ma, lui ne preferiva altre… dicevano: - Ne trarrete Vantaggi anche voi, è avvolgente, è rassicurante, questa posizione piace a quasi tutte le donne. Soprattutto se oscillerete con il busto avanti e indietro, stimolando così il clitoride sul pube del proprio Signore, sarà facile raggiungere il piacere… molto più facile - . Ma non successe mai!
Il Matrimonio avvenne. E la cerimonia si svolse. Era iniziata la primavera, tutto era fiorito e l'aria profumava di nuova vita, gli insetti riempivano l'aria della loro frenesia, l'eccitazione della gente e degli animali era tangibile quanto il desiderio del piacere che mi consumava. I festeggiamenti durarono per giorni e giorni. Fiumi di Sakè si riversarono, montagne di cibi si consumarono, le musiche non smisero neppure un momento, l'allegria dei servi veniva ricompensata con premi supplementari. Vennero invitati da tutta la provincia. Uomini importanti, ricchi mercanti, proprietari, abili e ricchi artigiani. Venne perfino un prefetto dell'Imperatore. Venne perfino il più grande e abile fabbricante di lame di tutto il Giappone. Vennero con le loro spose, con le cortigiane, con le amanti migliori. I carri dovettero essere sistemati fuori, ben sorvegliati da uomini armati. Nacquero amori fra i servi, si consumarono adulteri, si diede libero sfogo a desideri sopiti per tutto l'inverno. Rabbia provavo nel vedere ragazze appartarsi, odio nel guardare la casa di Hachi sapendolo deliziarsi del corpo di Junko. Ma più di tutto quello che mi feriva era quella strana coincidenza: Makino è anche il nome di una pianta, un'erbaccia insignificante e inutile, viene estirpata perché a volte dannosa… Junko, invece, è anche il nome d'una pianta alla quale si attribuisce la fortuna.
Le luci della festa si sono spente, i musici e gli ospiti partiti. Per mesi ho sofferto. Ma il mio carattere m'impedisce di continuare a soffrire. "Se un giorno Hachi vorrà aprire gli occhi, ebbene lo farà!" Quante volte ho pensato di sfidare la sorte e scegliermi un'amante? Se solo volessi non avrei che da scegliere. Se conducessi le cose con accortezza Hachi mai verrebbe a saperlo. Ma non voglio! Perché? Da giorni mi ripeto che le tenerezze, le premure, le delicatezze di Midorì gli uomini non le sanno donare. Ma, un amore di quel genere è talmente proibito che il rischio sarebbe davvero troppo grande. Verrei condannata, forse uccisa. E poi... per farlo con una donna voglio… vorrei essere… si, insomma sarebbe necessari esserne innamorata. L'estate è arrivata col suo tepore e il canto dei grilli, e il raccolto del riso e dei cereali. Forse non è giusto che prosegua nel mio odio per Junko. Quando la incontro ha un'aria così infelice… Certo, lo sapevo, era inevitabile! Il suo sposo è rude e villano, brusco nei modi e violento nelle azioni. In principio traevo godimento nell'immaginare come Hachi possedeva Junko. Frettoloso, pesante, sbrigativo e attento solo al suo piacere. Ma poi mi son vergognata. Junko ha un carattere remissivo, è fragile. Spesso piange di nascosto. I suoi occhi sono sempre velati da una tristezza immensa. Non era questa vita che aveva immaginato da bambina.
Alla fine dell'estate Hachi ha ripreso nelle sue "uscite" notturne. Noi tutti sappiamo dove va e cosa va a fare. Solo Junko crede ingenuamente che vada ad incontri di affari. Sono stata tentata di rivelarle la verità. Ma non lo ho fatto e non lo farò! Quando è arrivata la prima neve Junko mi ha mandata a chiamare. Forse è stata una scusa. Mi ha domandato il perché della mia avversione nei suoi confronti. -Da quando sono arrivata ho letto nei tuoi occhi una grande ribellione verso me! - lo dice con un filo di voce, tenendo gli occhi sul tappeto. -Forse hai paura che voglia farti del male Makino? - Mi lascia turbata, non comprendo il suo atteggiamento, perché cerca una spiegazione? Perché sembra voler spiegare a me, ultima delle Geische la suo buona predisposizione? Lei è la padrona, Lei potrebbe farmi scacciare, frustare… e si rivolge a me come una mia pari. Senza alterigia, senza arroganza, con questa dolcezza… Ovviamente ho cercato una scusa valida. Credo che sia convinta della mia menzogna, ma da allora mi sento vile, ingrata. Ho contribuito alla sua sofferenza. E lei, la mia avversione, forse non la meritava.
È passata la stagione fredda. Lunghe file di oche bianchissime s'agitano lungo la strada, la gente s'inchina al nostro passaggio. È bello vedere il mondo fuori dalla casa. È bello vedere come la gente umile vive le sue giornate. Il mondo è fatto di fiori, di ruscelli, di uccelli fuori dalle gabbie. È come se mi fossi dimenticata di come è fatto il mondo della gente, delle piante e degli animali. Forse non l'ho mai saputo! È stata Junko a volermi in questo suo viaggio. Non è proprio un viaggio questo, non grande come quello che ho fatto anni fa per venire da Shirakawa. Arriveremo poco distante da Okehazama. La moglie di un funzionario ha cortesemente invitato Junka e lei mi ha chiesto di accompagnarla. Le tende della carrozza sono aperte, il paesaggio scorre come una cosa mai vista, è per me bellissimo, tutto quello che vedo è per me magia. Junko non è felice! Mi chiedo perché mi rattrista così intensamente il suo patimento. È una donna raffinata, colta ed intelligente. Perché non ha rifiutato il suo promesso? So che anche un alto funzionario l'aveva chiesta. Perché ha sposato Hachi? La monotonia del battere degli zoccoli mi trasmise la malinconia, la incapacità a darmi queste risposte mi rese debole e insicura. Io non voglio essere insicura, non posso essere debole. Durante quei due giorni la risposta arrivò, quasi evidente nella sua semplicità, tanto palese nella sua complessa tortuosità. Non era per Hachi che soffrivo per lei! Ora non pensavo più al suo errore nell'aver sposato Hachi solo per la mia impossibile speranza di averlo… folle ch'ero stata. Cieca e sciagurata. Io soffrivo per lei, per la sua tristezza, per la malinconia che offuscava i suoi occhi. Per la gioventù che lei sapeva sarebbe sfiorita, per le umiliazioni che subiva e per quelle che avrebbe subito… Per il figlio che non riusciva a dare ad Hachi. Provai in quel viaggio un sentimento assolutamente nuovo, provai per lei la stessa tenerezza che lei dimostrava per me, gratuitamente. Junco si aggrappava alla mia amicizia, se così posso umilmente definirla, perché era sola. Io in fondo non ho provato la vera solitudine nella mia vita… forse qualche breve periodo. Ma quelli li ricordo come i più brutti momenti, i più terrificanti, quelli che ti portano ad un passo dall'affondarti l'acciaio nel ventre. E Junco… Junco sa che la sua vita sarà questa. Quanto tempo Hachi sopporterà che non lo renda padre? Quanto aspetterà per prendere un'altra femmina che diventi la madre di suo figlio? Sciocca io. Insensata sarei stata solo due mesi addietro. Avrei tramato e sperato perché succedesse, mi sarei esaltata nella speranza struggendomi nell'attesa. E oggi… Oggi soltanto il pensiero di essere ancora, Usata?, da Hachi, m'inorridisce. Ho ripensato a lungo di queste riflessioni nei giorni successivi il viaggio. Un'altra lunga serie di domande mi hanno frastornata. Perché soffrivo così intensamente?
Altri giorni sono passati, un'altra stagione ha preso il posto di quella che l'ha preceduta, le servitù mormora, alle volte si permettono d'essere perfino sgarbati con Junko. Non sono arrivati al disprezzo, questo ancora no, ma i mormorii aumentano come una lieve pioggia che diventerà temporale. Fra le serve ormai non si parla d'altro: Junco è sterile. Non la chiamano più neppure Padrona, neppure Signora, la chiamano Junco, oppure "lei". Anche Hachi ha peggiorato il suo carattere. È sempre fuori casa, e quando c'è è meglio non ci sia. Rientra, si nota che ha bevuto, lo si capisce chiaramente dal puzzo e dal passo incerto. Chiama Junco e la prende nella stanza dei dipinti. Ha fatto sistemare sculture di legno e di marmo, tutte raffigurano scene di sesso, accoppiamenti quasi reali. Samurai e Notabili con falli sproporzionati che penetrano femmine estatiche. Ci sono adesso dodici statuette di varie dimensioni con dodici posizioni diverse, e poi riproduzioni di falli d'ogni forma e dimensione. Giada, marmo rosa, ebano, avorio. Per due volte ho assistito. La prima è stata il mese scorso. Dal viaggio sono diventata una umile servitrice di Junko, lei mi chiama amica, ma io arrossisco al solo sentirla pronunciare quella parola. Io so di non meritarla, frequento spesso la casa, Junco mi manda a chiamare spesso, e io corro. Quel giorno eravamo intente ad accudire i Pettirossi nelle gabbiette di fili di ottone. Junko sembrava felice. Poi è venuto, è entrato nella stanza senza dire una parola. Per alcuni minuti è restato in silenzio, poi ha chiamato Junco, e lei è andata, e io ho visto. Hachi era seduto con il fallo duro fra le mani. S'è sollevato, le ha quasi strappato il Chimono e l'ha posseduta. Ma non è esatto dire posseduta… l'ha brutalizzata. Junco piangeva, e lui pareva eccitarsi maggiormente. Credo che le abbia fatto male, che soffrisse, e io soffrii con lei. L'ultima volta l'ha fatto prima di partire per affari. Stessi metodi! S'è preso il suo piacere ed è scomparso per sei giorni. Junko ha domandato il permesso di avermi come compagnia. Hachi non ha neppure risposto ed io sono stata trasferita nella grande casa. Parliamo molto, cerco di scherzare, lei mi domanda molte cose che io non capisco, non capisco cosa ci sia di interessante a sapere particolari così banali. E lei mi narra mille e mille cose straordinarie. Mi ha detto che mi insegnerà a leggere, e poi a scrivere, ma dobbiamo stare attente. Questo nostro segreto mi ha talmente emozionata che mi pare d'essere nel paradiso. Questa nuova complicità con Junko mi rende euforica, fiera e felice, vedo una luce diversa rischiarare le mie albe. Hachi le ha fatto male. L'ha presa prima di uscire, le ha detto cose molto cattive mentre la possedeva: "Prepara il mio sesso per la mia amante sterile cagna… preparami in modo che possa far godere una femmina vera! Succhia il Shakuhachi del tuo padrone serva… bevi il seme che non sai trasformare in carne della mia carne!" Quando è andato via Junco pareva come morta. Ho cercato di consolarla, ho disperatamente tentato di distrarla. L'ho portata nella sua stanza, ho lavato la sua bocca con acqua ed essenza di rose e limoni, l'ho privata del trucco e le ho tolto il Chimono. Un lungo segno bluastro s'arrossava nel suo ventre, dall'inguine saliva fino all'ombelico. Le ho levato le scarpe. Non lo avrei dovuto fare, e questo lo so bene, ma neanche Hachi avrebbe dovuto praticare la fellatio prima del concepimento del primo figlio… così sta scritto! Il seme dev'essere dedicato al concepimento, non al piacere carnale… ma lui non ha mai pensato a nulla oltre al suo piacere carnele. Se solo avesse usato la comprensione e la dolcezza. Forse adesso sarebbe padre da mesi. I suoi piedi m'impressionarono nell'assurda deformità causata dalla costrizione. Presi a massaggiarli con delicatezza. Junco mi guardò piangere e pianse anch'essa. La lavai e le massaggiai il corpo con gli oli e le essenze finché non si addormentò. Continuai ad accarezzarla per tutta la notte, sentivo come se il suo sonno dipendesse dal contatto delle mie mani. Ma un tumulto di pensieri agitò quella notte.
Siamo sempre più vicine, ora Junco sorride, domani riderà con me. Questa è la mia consapevolezza. Ma adesso io non riesco più a pensare ad altro che a lei. Al come servirla, al come renderla felice. Ho paura che si stanchi. So che non succederà, ma questo pensiero mi soffoca, mi atterrisce al punto che divento triste, e, lei s'accorge e mi da comprensione. -Makino, per quale motivo il tuo umore alle volte è così labile? Perché i tuoi occhi smettono di sorridere e si velano di tristezza? - mi chiese un giorno. -Come potrei rispondere a questa domanda o mia padrona se nemmeno io conosco la risposta? - dissi d'un fiato. Ma col passar dei giorni quella risposta avanzava come una biscia dentro di me. Si faceva strada nel mio intimo come il fiume di lava che scende il fianco del vulcano divorando ogni cosa. Si impossessava della mia volontà come antiche divinità cattive e mostruose. Torturava i miei giorni e trasformava i sogni in orribili incubi. Io l'amavo!
L'amavo con tutte le mie forze, con tutto il mio essere, con tutto ciò che possedevo. Il ricordo di Midorì mi sembrò una banalità di cui vergognarsi, il ricordo di quello che avevo scambiato per amore nei confronti di Hachi come una boccetta di profumo diluita nel mar del Giappone. Per tutto l'inverno ho pregato gli antenati di liberarmi di quel castigo. Passavo la notte nella stanza accanto alla sua sentendone il profumo e il sussurro dolce del suo respiro. Ma all'alba la mia follia non s'era placata, non era arretrata. S'era rafforzata. Giorno dopo giorno l'amavo di più. E intanto continuavo a starle vicina, gioivo della sua vicinanza come fosse l'unico alimento in grado di sorreggermi, trovavo scuse e sotterfugi per toccarla. Per carezzarla. I massaggi mi inebriavano e il vedere Junco felice nel riceverli mi rendeva pazza. Quando si distendeva per essere spogliata tutto s'annebbiava, mi dovevo controllare per non rivelarle il mio sentimento dal mio tremore. Poi le ungevo il corpo e lei socchiudeva gli occhi. So che non li chiudeva, so che fra le palpebre mi guardava. E so anche che provava piacere al tocco delle mie mani. Quale sforzo dovevo impormi per non indulgere nel toccare i suoi seni… Quale sovrumana fatica per non sfiorarle il pube… Quanto desiderio dovevo ancora tarpare? Quante sofferenza m'era stata assegnata? Quanto sforzo per non cedere alla immensa tentazione di procurarmi il piacere solitario? Ma sarebbe stato come violarla vilmente in segreto, sapevo che il rimorso mi avrebbe uccisa se mi fossi "Toccata". E un altro giorno è nato, un'altra sofferenza! Altra disperazione. Eppure Junco è qui, sospira sotto le mie carezze. Si! Junko sospira, i brividi le scorrono sulla pelle come rivoli di pioggia sulle foglie del Loto. Ho un fuoco liquido che scorre fra le mie gambe. So che anche Junco ha i rivoli del piacere… Pazza che penso? Si! Junko desidera la stessa cosa! Insane idee, Junko mi scaccerebbe! Junko ha bisogno di me. Non m'allontanerebbe mai! Povera mentecatta, se solo immaginasse Junko ti farebbe frustare a sangue e dare in pasto ai cani! E poi? ritornerebbe sola? Senza più chi le massaggia il corpo come faccio solo io e senza la sua Makino che la capisce? Sei una povera demente! Sei uscita di senno! Non sai più cosa dici Makino! Makino attenta! Attenta, non farlo! -Junko… - lei mi guarda e sorride. -Junko. Voglio dirti una cosa! - "Makino taci!" -Junko… io, io provo attrazione per te! - -Sei cara Makino, sei la più dolce, anche io tengo molto a te! - -La mia, attrazione, è profonda! - -Ti adoro, senza te forse sarei morta da molto tempo! - -Ma è talmente profonda… - -credo di capire quel che dici Makino - -Vorrei tanto che così non fosse! - -Non capisco. Cosa non vorresti? - -Che tu capissi! - Mi guarda con aria sperduta, sembra soffrire per la mia ambiguità. -Io ti amo! - -In che senso? Spiegati! - -Ti amo con tutta me stessa. Non sono pazza, desidero il tuo corpo, la tua bellezza - Sembra non capire, ha un'espressione strana. Stupore e sofferenza, non disgusto. -Vivo con il desiderio di darti il Piacere. Vorrei essere la tua donna, la tua schiava, la tua amante. Vorrei morire! - Junco si copre i seni col telo di seta. Si mette seduta. I suoi begli occhi s'oscurano, si copre ancora ed esce senza più dire nulla. Io rimango li con il cuore che scoppia, con la vergogna di chi ruba dal suo benefattore. Un tremore violento mi invade il corpo. Quella solitudine mi dilania. Credo che la follia davvero mi colga. Tutto s'annebbia, una nausea mortale mi soffoca, poi il buio.
Il buio. Per due giorni ho delirato, la nebbia sciama lentamente, le api… le api nel mio cervello, i lupi continuano a lacerare le mie carni. Dove sono? La mia stanza! La mia vecchia stanza. Ho sete! Un'arsura impossibile mi divora, una mano solleva qualcosa e l'acqua scorre fra le labbra. Chi sei? Sono una serva. Mi raddrizzo dolorante e nuoto nel raccapriccio. È la vecchia serva. -Cos'è successo? - -Hai avuto la febbre, due giorni e tre notti hai delirato! - -Perché sono qui? - -Perché è questo il tuo posto! Adesso. - Mi guarda con indifferenza. Ho terrore che nel delirio abbia tradito il mio segreto. Lei sembra leggere i miei pensieri. -Tu hai la fortuna che sono stata incaricata io di vegliarti, e che ho l'udito malandato, e che certe cose non le sento davvero! - si alza e s'allontana. Ma sono morta. Junko non m'ha guardata neppure per un attimo con disprezzo prima di andarsene, di questo son certa, ma è andata via. Mi ha scacciata. Sono morta. Che senso ha adesso vivere? Un'altra punizione! E questa sarà la più grande. Mi rimetterò in forze. Devo mangiare, devo riuscire a riprendere vigore. Devo essere forte per conficcare la lama che mi salverà. L'acciaio che mi libererà dovrà essere affilato, cattivo, implacabile… un solo colpo avrò a disposizione. Ma sarà dolce, comprensivo, sarà mio amico. La spada… l'ultima mia amante! Ho la lama! Da tre notti il peso suo fra le mani mi da coraggio. Per tre notti l'ho affilata nella striscia di cuoio, più di così non riesco! Oggi ho le forze. Sarà per il tramonto. Voglio che sia il mio ultimo tramonto! Ecco il rosa della sera, ecco la liberazione. Non ho più lacrime, neppure vergogna, io sono già morta e questa sarà solo una formalità. Avvolgo la spada nella seta rituale, la nascondo nella veste. Esco. Mi avvio sul retro. Sono felice, il sole sta per scomparire e io sarò felice. O almeno non sarò più viva e non potrò più pensare a lei. Lei… Lei è sulla veranda. Chino il capo e vado. -Makino! - rallento, mi fermo. -Makino! - non posso voltarmi, tutto sarebbe poi più difficile. -Makino! - la sua voce è serena, dolce. No! è la mia fantasia. -Makino ti prego - l'ultima cortesia, in fondo le devo troppo. -Makino vieni. Ho da parlarti! -
"Dei che state altrove, così lontani dalla mia umile persona, com'è bella!" penso. S'è seduta composta e mi guarda. Appoggia le mani sulle ginocchia, si alza sollevando i talloni mantenendo i piedi uniti. Si solleva lentamente con il busto eretto, come sempre elegante, la schiena dritta. Cammina a capo chino guardando il pavimento due passi avanti a lei. Dei com’è bella. Trascina lievemente i piedi quasi senza staccarli dal legno pregiato del pavimento. -Preparerò il tè! - -Non devi Junko, non lo merito, non permetterò che lo faccia! - Ma lei incomincia il rito. Mi ferma con un gesto dolce ma risoluto della mano. Mi immobilizzo senza più pensieri. Prende la ciotola, vi versa la polvere verde del Matcha, (2) ne sento il profumo. Forte, sensuale. Con delicatezza controlla la temperatura e versa l’acqua. Le sue mani piccole e affusolate danzano col Suishaku (3) mescolando l’infuso… lo mescola col Chasen (4) rendendolo spumoso, inebriante. S’accosta senza sollevare gli occhi, versa il tè in una ciotola più piccola e me lo porge, le mie mani tremano nel prenderla, nel farlo lei s’accorge e mi prende piano la mano come a calmare il tremore. Mille scintille lucenti esplodono in quel contatto. Sono affascinata dalle sue mani. Mani piccole e chiare, le unghie ben laccate e molto lunghe. Mi distraggo dall’ipnotismo di quel candore e vedo la ciotola, e ancora la sua mano che è sotto la mia. La ritrae arrossendo. Arrossisco anche io. Beviamo. Mai il tè è stato tanto buono. L’eleganza con la quale ha svolto il rito non ha eguali. Ormai sono rapita, non riesco a immaginare l’epilogo, ma, in fondo, anche se questo sarà l’ultimo saluto, anche se la lama mi ucciderà all’alba non m’importa più. Il Seppuku mi farà addormentare serena. Junko si alza, non la guardo ma sento il frusciare della seta del suo Kimono che non s’allontana. Sollevo gli occhi e lei e li che mi guarda. Mi invita a seguirla con un delicato cenno del viso. Prende il lume, lo riempie fino al suo bordo. Lo accende e si avvia nella sua stanza. Si inginocchia sul letto, arrossisce. Vacillo. Non dice niente, ma i suoi occhi parlano per me. Credo di sapere quel che dicono ma ne ho paura. Allarga leggermente le braccia come faceva per consentirmi di sfilarle il Kimono. Dio… è dunque tanta la mia follia? La mia immaginazione danza come lo specchio d’un lago quando la rossa Carpa si tuffa. M’accosto, mi inginocchio e mi prostro distendendomi ai suoi piedi. Delicata mi solleva tenendomi per il mento. Le sciolgo i capelli snodando i pettini e districando le complicate legature. Slaccio i fermagli e il tessuto azzurro scivola lungo le spalle. Un tremito irrefrenabile mi afferra le dita. Lei mi accarezza. Mi rasserena. Mai mi aveva accarezzata prima. La pettino. Pettino i suoi lunghi capelli profumati di spezie col pettine di avorio, scende lento e delicato fra la seta, li sfioro e pare che siano nuvola. Junco si libera del Kimono e si accosta a me. Guardo il suo corpo come il dono più prezioso e bello che il creatore ci abbia donato, mi pare vederlo tremare. Non voglio illudermi. Dev’essere il Seppuku a portarmi via, non la demenza. Ora è nuda e tiene le mani giunte pudicamente sul centro del mio desiderio. Trema, trema davvero! Un lungo fremito la scuote, inarca la schiena e poggia il capo al mio seno. Tutto danza intorno a me, nulla so più, niente più è reale. Sollevo lentamente la mano per sfiorare il suo collo. S’irrigidisce. Si irrigidisce e si scosta leggermente. Mi guarda negli occhi come una donna, soprattutto se di nobile stirpe, non dovrebbe mai fare, ha gli occhi duri. Poi, d’improvviso si raddolciscono. Infila una mano nelle pieghe del mio Kimono e ne estrae il pugnale. Lo tiene stretto, la sua mano scaccia il sangue da tanto lo stringe e diviene bianca, come il latte. Vorrei parlare, vorrei spiegare, vorrei che non l’avesse preso. Ma la voce non viene.le parole non rispondono, solo tremo. Junco lo tiene con due mani, una sul Saya (5) di legno laccato di nero e l’altra stretta alla Tsuka di seta rossa (6). Con un gesto breve estrae la Tsuba. (7) luccica e brilla arrossandosi alla luce del lume. Mi sento perduta di nuovo. Junco non parla, ripone la lama, si volta, credo di vedere per l’ultima volta la morbidezza flessuosa della sua schiena, la rotondità sublime delle sue natiche. Si volta. Tiene in pugno una spada. Una meravigliosa spada chiusa in un fodero d’avorio che sembra un'unica zanna completamente ricoperta di incredibili intarsi. Junko estrae la lama, ma non completamente. Come se solo voglia mostrarmi che non è solo un oggetto inoffensivo… la richiude con un colpo secco, la poggia accanto alla mia. -Adesso… solo adesso ho capito! - sembra imbarazzarsi e arrossisce. -L’avresti fatto? - -All’alba! - -Ero rosa dal desiderio. La mia anima viveva solo per vederti, la mia carne bruciava quando mi accarezzavi Makino! Ma la mia mente lo rifiutava. E io mi sentivo pazza. Pazza dal desiderio che mi toccassi e, pazza per il desiderio di toccarti - mi scosta il Khimono, lo lascio scivolare in fretta. Adesso tutto pare lucido e torbido. È come se un raggio di sole sia arrivato dopo l’inverno più lungo e freddo della via intera. Mi accarezza un seno, sollevo la mano e le sfioro il viso, scendo lungo la morbida curva del collo, appoggio le mani ai suoi. Junko continua ad esplorarmi, mi accarezza come fossi la cosa più bella. Io seguo il suo volere, semplicemente la imito. Mi attira. Mi odora prima inspirando piano e poi inalando con forza. Chiude gli occhi. Mi odora i capelli, il viso, le labbra, scende e si sofferma, mostrando di inebriarsi, al profumo femminile della mia ascella, scende rendendomi inquieta. Poggia il capo sul mio grembo. Sento il suo respiro farsi svelto, ritmico. Un turbine di calore mi ustiona. Sento che davvero sto per impazzire. Poi sento la punta della sua lingua inumidire ulteriormente il centro delle mie gambe. Mi rovescio e le offro tutta me stessa. Il piacere… Il piacere lo raggiungo quasi subito. È così intenso e sconvolgente che per un breve attimo mi convinco di essere nella Terra degli Antenati. Ma lei continua, sempre più veloce, sempre più abile e insinuante. La lascio fare! La lascio fare finché mi accorgo che il suo respiro è tanto agitato da divenire presagio di un orgasmo imminente. Non so che fare. Decido! La rovescio voltando il suo corpo. Junko comprende. Ci baciamo furiosamente, senza ritegni o pudori, senza pensare a null’altro che ai nostri spiriti, godo nel sentire nelle sue labbra il sapore del mio piacimento, la lingua di Junko si muove come il mio sesso. Beviamo avidamente i liquidi del nostro folle amore. Lei allarga le gambe e io mi perdo dentro di lei restituendole il godimento che m’aveva offerto. Esplode come uno Tsumani mai visto. Il riflusso del suo piacere è più forte della marea nella baia. Ci rilassiamo. Esauste e appagate. Ci teniamo strette come a volerci fondere.
La luce del lume s’affievolisce, per tutta la notte non abbiamo smesso di amarci, di carezzarci, di toccarci per tutto il corpo.
È quasi l’alba. Il chiarore è lontano, solo qualche pennellata di un indaco ancora cupo si fa strada nel blu intenso della notte, ma un gallo urla il suo virile richiamo. Hachi è furente, traballa vistosamente, pensa alla cortigiana che l’ha deriso, c’era altra gente, non doveva permettersi! Come ha osato deriderlo in quel modo? Se l’è meritata! Le parole risuonano cupe nella sua mente offuscata dall’ira e dall’alcool… “Tu non riusciresti a far godere una donna neppure sotto l’effetto di potenti pozioni calmanti”. In principio l’aveva presa come un complimento: “Già, sono davvero una furia con le femmine… le prendo e mi piace prenderle, non amo tutte quelle smancerie da femminucce!”. Poi qualcuno rise. E un’altra cortigiana aggiunse: “Ma anche a noi donne piace godere!” e risero ancora. Non doveva dirlo. Non doveva umiliarmi… -Io non sono mica interessato al piacere delle femmine. Loro non dovrebbero provarlo, loro se le tratti bene poi diventano serpi. Se no, perché molte donne sposate tradirebbero il proprio marito? E lo fanno anche con me - -Perché il proprio marito non le soddisfa nel sesso! - altra risata. Non potevo non farlo. Ho pensato alla mia di moglie. L’ho vista con uno stalliere, l’ho vista coi servi. Con i vecchi e con quelli giovani. Ho perso la testa è vero. Ma quella sgualdrina se l’è cercata. Hachi si guarda la mano ancora insanguinata. Tiene ancora la Katana stretta nel pugno. Nella casa è silenzio. Per un attimo i fantasmi di quel sospetto s’allontanano. “Lei no! Lei non mi tradirebbe mai! Junko è docile, è contenta così! So che le piace quando la possiedo. So che si soddisfa!” Entra negli ambienti della sua femmina. Nella stanza di Junko un lume. Hachi si ferma dietro i pannelli di carta di riso che separano le due stanze. Scruta la sagoma distesa su un fianco di sua moglie, pare dorma, pare sola nel giaciglio. Hachi pensa. Pensa che adesso entra, pensa che la penetrerà, pensa e si eccita. Pensa che cercherà di essere meno veloce nel prendersi il godimento. Si slaccia le fibbie con le mani tremanti. La sagoma si muove. La guarda mentre di solleva. Ne vede le ombre eccitanti. L’ombra si siede di fianco. I seni risaltano ingigantiti proiettandosi sulla carta. Hachi sente il ribollire del sangue e l’inturgidirsi del suo sesso. L’ombra solleva le braccia e si sposta i capelli. Per un attimo Hachi vede proiettata nella sua mente l’immagine di Makino… sembrano i suoi seni, sembra la sua ombra. Rimane fermo lasciandosi languire in una voluttà strana. “dovrò riprendere a far venire Makino nella stanza delle delizie. E se Junco s’azzardasse… la obbligherei ad assistere!” pensa. E mentre pensa l’ombra si sdoppia. Un’altra ombra. Vede un’altra ombra. Hachi si frega forte gli occhi. Ma al riaprirli le ombre restano due. “forse sono due lampade a fare questo scherzo” ipotizza. Ma le ombre sono una di fronte all’altra. Due donne con due paia di seni. “è il Sakè! E la tensione d’essere braccato!- si guarda una mano ma la mano rimane singola. Guarda le macchie di sangue della cortigiana ma sono come prima. E le ombre si baciano… “due donne che si baciano? È sacrilegio. È infamia!- ma si rende conto che una delle due ombre appartiene a Junko. A sua moglie. Un dolore fitto lo artiglia al ventre. Le ombre si baciano sulla bocca… “Cagna! Quando lo facevo io eri rigida come il marmo, fredda come il Ghiaccio!- quando l’ombra scende… in basso, e l’altra la accoglie, Hachi afferra la Katana con entrambe le mani… si alza tremante. Urla. Un urlo agghiacciante che risuona molto lontano. Colpisce i pannelli sottili di Iroko aprendo uno squarcio. Sono li. Si abbracciano ma non hanno occhi supplichevoli. Il sangue lo acceca, il furore sordo annienta i suoi pensieri. Brandisce la Katana e la solleva. Loro, spudorate, si stringono in un abbraccio……
Makino non è spaventata. Solo disperata per la sorte di Junco, per la responsabilità di quel gesto. Un rimorso improvviso l’assale. Guarda gli occhi di Junko… sorridono. Sorride anche Makino…….
La spada le trafigge entrando nel corpo di Makino dalla schiena, esce poco sotto il seno e continua entrando nel cuore di Junko. L’acciaio è passato dentro i loro cuori. Hachi avrebbe voluto separarle. Le ha unite per sempre. L’ultimo atto della loro vita è stato un bacio d’addio e il freddo d'una spada che ha celebrato il loro mortale e indissolubile matrimonio!
(1) Lo Shakuhachi è uno strumento ricavato dalle canne di Bambù dal quale si traggono bellissime melodie. Viene paragonato al membro maschile e il suonarlo per una donna equivale metaforicamente all'attività della fellatio. (2) Matcha: la polvere del tè verde già macinato. (3) Suischaku: piccolo mestolo di legno, a volte laccato. (4) Chasen: il frullino per rendere spumosa la bevanda. (5) Il fodero delle spade e pugnali. (6) L'impugnatura (7) La lama
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