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Il mio corpo danzò a mezzanotte
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Titolo: Il mio corpo danzò a mezzanotte
Autore: Incorporeo Felino
Contatto:
Racconto n° 1061
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Sporco e polveroso.
E' sempre così il sedile di un treno.. ma quando mi capitava di sprofondarci dentro per andare a dissetare le mie membra la polvere era sempre ben accetta.
Con la coda dell'occhio vedevo sfumare il paesaggio, gli alberi.. i volti sconosciuti e tutto si offuscava come in un acquerello troppo sbiadito. Ipnotizzata dal tremore dei vagoni lasciavo che il finestrino mi facesse da cuscino.. il freddo dell'acciaio non raggiungeva mai le mie ossa poichè niente era più gelido di me in quei momenti: stavo trasportando il mio corpo come un pacco da recapitare, con il solo scopo di trovare piacere.
Arrivai a Firenze e i miei ormoni mi condussero verso colui che caldamente mi accoglieva nel suo cuore da più di due anni; chiusi gli occhi per non vedere il suo volto mentre lo stringevo a me con rabbia.
Di certo avrei preferito un pugno nello stomaco.
Girammo tutto il giorno senza mèta.
Come due calamite ci sentivamo attratti, era un continuo sfiorarsi ma io lo facevo sempre senza mai guardare il suo viso poichè i miei occhi lo rifiutavano.. volevano nutrirsi solo del suo corpo.
Sorseggiammo il tramonto nascosti in un giardino, gustandoci il magenta del cielo, in silenzio, come due persone che sapevano aspettare.
Così come scese la sera scese anche la sua bocca sul mio seno.
Inarcai la schiena quasi volessi spiccare il volo.. un volo verso il piacere, ma nuovamente serrai gli occhi per non vedere quei lineamenti che non ero stata capace di fare miei. La sua mano, come del resto la mia, svelta si rifugiò in parti più calde; lui sapeva cosa tacitamente gli stavo chiedendo ma non sapeva però che il cuore era l'unico pezzo di carne che non avrei coinvolto.
Riprendemmo fiato. Per fuggire gli sguardi ci andammo a nascondere in una piccola piazza che silente fissava l'Arno. Il marmo della balaustra in un certo senso mi faceva sentire sicura come in un malinconico abbraccio.
L'uomo al mio fianco, nervoso ed eccitato, non riusciva a trattenere i suoi impulsi e mi disse digrignando i denti: "Cristo.. ti voglio adesso come non ti ho mai voluta prima".
In un attimo ero sollevata da terra con la schiena contro un muro, la gonna alzata fin sotto al mento e le mutande che incorniciavano il mio sesso. Mi penetrò con la stessa foga di un assetato che corre verso la fonte. Tutt'intorno buio... nero... per una volta niente scuse a me stessa: potevo tenere finalmente gli occhi aperti. Le sue mani, che di giorno violentavano isteriche e lucide chitarre elettriche, ora serravano come una morsa le mie natiche.
Ah! con quelle maledette mani avrebbe potuto fare sul mio corpo anche la più grave delle ingiustizie.
In fondo era per loro che mi trovavo lì.
Tutto gli veniva concesso, non chiedevo altro. Sentivo i suoi gemiti sovrastare l'eco delle campane che accompagnavano la mezzanotte... dodici i rintocchi ... proprio come dodici furono i movimenti decisi del suo bacino. Lo assecondai e insieme ci muovemmo come anime dannate. Mi sentivo avvampare ma non ne gioivo perchè ero cosciente che in un attimo il calore sarebbe scomparso.. dentro poi... il vuoto.
Ad un tratto, sfiorando con le labbra umide i miei occhi, sussurrò: "sei fuoco e sei mia".
Sì, ero fuoco ma non bruciavo per lui.
Poi aggiunse sibillando con alito caldo: "io ti amo...".
Di colpo, l'inferno.
Le sue parole erano come mille pugnali sulla mia pelle.
Aspettò una risposta allo stesso modo di chi aspetta una condanna a morte ma fu ripagato solo col silenzio..
Ero io che lo stavo uccidendo.. l'assenza di parole era come veleno per lui..
Le sue mani straziate tremavano e così la sua voce mentre mi diceva: "dimmi che mi ami"...
Il mio cuore bastardo questa volta gli regalò un battito.. un solo e unico battito.
Non servì più mentire per assecondare il mio corpo.
Mi distaccai da lui spinta da un soffio di vento.. stavolta lo guardai, lo guardai veramente e con vergogna sussurrai: "non è colpa tua.. sono io che sono avida... delle tue mani".
Lui, senza capire, rispose: "che stai dicendo! che significa... guardami cazzo e dimmi che mi ami!".
Non potevo più rimanere lì.. il sacrificio era compiuto.
Come una gatta cacciata a calci cominciai a correre... a correre nel freddo... ad un tratto mi voltai e gridai verso quella figura incredula: "io.. io ti guardo... ma non ti vedo!"
Fuggire era l'unico modo che conoscevo per chiedergli scusa... e così tornai nella polvere.