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Agadir
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Titolo: Agadir
Autore: Ballandodasola
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Racconto n° 1075
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Dov’era finita l’armonia, la pace e la sensualità che per quindici anni avevano abitato quella casa? Roberta se lo domandava sempre più spesso. Gli ultimi mesi non erano stati semplici e la banalità degli incontri amorosi avevano finito con il cedere il passo alla consuetudine. Solo il lavoro sembrava non darle preoccupazioni, tutto il contrario di Sandro, suo marito, frustrato da una vita sempre più scarna di emozioni, sempre più spesso assente e poco propenso a riversarle attenzioni.

Seduta sul divano bianco, fra il profumo di una candela al gelsomino, un libro dimenticato aperto sul parquet e la luce di uno schermo dal suono muto, Roberta ripensava al passato e ai tanti desideri che si era ripromessa di veder realizzati. Di come era stato facile vivere tutti quegli anni con Sandro. Di come tutto era filato fin troppo liscio. Fino a quando la sua carriera era decollata, mentre quella del marito si era improvvisamente fermata. Delle cene di lavoro che la portavano a rientrare sempre più tardi, dei viaggi fuori città, dei corteggiatori che puntualmente non trovavano il consenso della bella quarantenne.

Roberta era cresciuta, migliorata negli anni. La sicurezza l’aveva avvolta, assecondata, arrotondata nelle forme e nel carattere. Per lei il tempo sembrava non passare mai. Ma l’unico a non accorgersene pareva proprio lui, il suo amato marito. Amato, e anche tanto. Di occasioni, specie in quegli ultimi mesi, ce ne erano state tante, troppe. E troppe volte Roberta si era chiesta quanto fosse giusto chiudere in faccia la porta, a un uomo dopo l’altro. Nelle serate illuminate dalla luna, nelle nottate bagnate dalla pioggia e coperte dalla neve. Quanto freddo in quelle notti senza amore. Ma in quell’amore Roberta ci credeva, anche se non sapeva per quanto tempo ancora sarebbe riuscita a crederci.

E con questi pensieri si era addormentata, risvegliandosi solo il mattino dopo. Infreddolita, dolorante per la postura costretta dal divano. Un caffè, i giornali abbandonati sullo zerbino e di corsa in ufficio, fra il cellulare che suona e il traffico che incalza. Mentre Sandro, nel letto, dormiva ancora. Per lui le giornate avevano un ritmo più lento, regolare.

Anche quella mattina a svegliarla fu il suono del cellulare, fonte di discussioni per chi come Sandro arrivava in ufficio dopo le nove, un’abbondante ora dopo di lei. Ma quel giorno suo marito non sembrò infastidito, quasi sordo al continuo richiamo della suoneria. E quando dopo la doccia Roberta andò in cucina per il caffè, ancora avvolta nell’accappatoio di spugna bianca, trovò Sandro intento a prepararle colazione. Non succedeva da tempo, ma Roberta non fece commenti, ben sapendo come ogni parola avesse un peso maggiorato, incalcolabile. E continuò nel suo silenzio anche dopo la proposta di lui di soggiornare in Marocco ad Agadir, unendo al lavoro, una settimana in un villaggio Valtur.

Tramortita, felice, ma anche preoccupata di tale richiesta, Roberta non sapeva se sorridere, dire qualcosa o rimanere ancora in quel silenzio imbarazzante e un po’ ebete. Fino a che riuscì a sillabare un contenuto si. La sera dell’indomani sarebbe partita da sola per Rabat e un paio di giorni dopo avrebbe raggiunto Sandro al villaggio. Si poteva fare e forse valeva la pena rischiare. Da quella vacanza probabilmente sarebbero tornati più uniti o divisi per sempre. Andare avanti così non aveva più alcun senso per entrambi ed era giusto provarci. E poi avevano nuovamente modo di dedicarsi al gioco del golf, sport che negli ultimi tempi avevano quasi abbandonato.

Il caldo dell’Africa era sempre piacevole. Non si stancava mai di crogiolarsi al sole, contemplare il mare, stendersi sulla sabbia. E il suo aspetto sembrava giovarne immediatamente. La carnagione rapidamente assumeva il colore ambrato che la faceva apparire una ragazzina, gli occhi catturavano del verde una tonalità più viva e il suo corpo pareva non stancarsi mai delle carezze del sole.

Dal bordo della piscina Roberta assaporava la quiete di un posto povero di rumori, inquinamento e traffico, quando Sandro da lontano, la invitava ad unirsi a lui per qualche tiro dal campo pratica.

Il sole stava calando, l’ora si era fatta propizia per quel tipo di divertimento e Roberta si sarebbe lasciata facilmente convincere, non fosse stato per una donna seduta sulla sdraio accanto alla sua, che attirò l’attenzione.

Era sola, o meglio, per l’intero pomeriggio nessuno l’aveva raggiunta. Ma sembrava in pace con se stessa, immersa fra le pagine del primo romanzo di Giorgio Faletti, Io uccido. Ma era anche molto attraente e lo sguardo di Roberta più volte aveva indugiato, curioso. I capelli neri le cadevano spesso sul viso e la costringevano a rimetterli a posto con la mano. Una mano affusolata, delicata. Curata. Gli occhiali da sole Chanel e il bikini La Perla le conferivano un’aria aristocratica, sofisticata quasi. Lo sguardo gioviale, dolcissimo. Chissà, aveva pensato Roberta, se sarebbe passata inosservata agli occhi di Sandro.

- Non mi sembra una cattiva idea fare qualche tiro a quest’ora-. Furono le sue parole a riportarmi al presente, persa nei miei voli pindarici. -Piacere sono Giulia, anch’io amo molto questo gioco-. Le labbra rosse, bruciate dal sole e dalla salsedine si muovevano sinuose.

-Piacere, Roberta-. Risposi, allungando la mano. Era proprio bella. Fine e delicata che mi venne voglia di toccarla. Cosa che però non feci.

-Perché non venite entrambe-. Che sciocchezza aveva detto, pensai. Mio marito, cieco da mesi, non faceva l’amore con me da .. da quanto? Da troppo tempo, anche solo per contarlo. E dire che una volta, non si stancava mai di posare sul mio corpo, il suo. Le sue mani sui seni, toccarli, stuzzicarli, baciarli, mangiarli. Giocarci come un bambino. Eccitandosi, eccitandomi. Donandosi e prendendomi, senza tregua, senza riposo.

-Adesso non posso, ma domattina, se volete, possiamo fare qualche buca insieme-. Mi incalzò, così. Semplicemente. -Ottimo - disse Sandro - alle 8 colazione e alle 9 sul green di partenza-. Che tempismo, ricordo che pensai. Ma non mi era di così gran conforto. Non sapevo più che pensare. Sicuramente lei non ne aveva di questi problemi. Poi, come leggendomi nel pensiero aggiunse: -Perfetto, domattina va benissimo, visto che poi arriverà mio marito che non pratica, quindi... - . Quindi era sposata, pensai quasi indispettita. Gelosa. Chissà perché poi? L’idea mi piacque subito e accettai con un sorriso.

Intanto il sole aveva proseguito il suo declino e il tramonto era alle porte. Un vento fresco scompigliò i capelli. -Allora ci si vede domani mattina, buona serata-, disse alzandosi. E guardandola ammirata, continuai a seguirla con lo sguardo fin quando scomparve all’orizzonte.

Fu Sandro a riportarmi una volta ancora al presente. -Bagno e poi doccia, che ne dici? - L’idea venne accolta con entusiasmo. E nello sguardo, per la prima volta dopo tanti mesi, scorsi un lampo di eccitazione. -Andiamo?- Mi chiese Sandro e acconsentii.

Nuotammo insieme, sfiorandoci, toccandoci e baciandoci, come due adolescenti. E quando uscii dalla piscina, Sandro rimase in acqua ad osservarmi. Ma a rendermi felice era quello sguardo malizioso e quel sorriso sbarazzino.

Tornati in camera Sandro volle fare la doccia con me. Non facemmo l’amore, ma la delicatezza e la sensualità con cui passò le mani sul mio corpo, senza toccarmi, mi tramortirono più di un vero orgasmo.

La mattina dopo quando scendemmo sul green, Giulia era già là ad aspettarci, vestita di tutto punto. Sandro aveva prenotato la partenza e quindi tutto era pronto. La scioltezza con cui la nostra amica affrontava le conversazioni la facevano apparire simpatica, gradevole. Non era difficile volerle bene, anche senza conoscerla.

Iniziammo a giocare. Giulia era brava, attenta e precisa. Sandro pareva distratto, occupato a correggere le mie posture, più che assorto nel gioco vero e proprio. Il sole splendeva alto, il vento era tiepido ma non troppo afoso. Sentivo il mio corpo rilassarsi. Mi stavo divertendo, mi piaceva. Come mi piacevano gli sguardi compiaciuti di Giulia quando tiravo un buon colpo, o le strette di Sandro quando si avvicinava per consigliarmi sulla traiettoria. Stava tornando l’intesa, eccitante.

Più volte quella mattina desiderai il contatto del corpo di Sandro sul mio. Mentre il profumo di Giulia mi invitava a pensieri poco innocenti. Non avevo mai baciato, toccato, fatto l’amore con una donna. Ma non nego che il pensiero di Giulia nuda accanto, mi tornò spesso in mente.

La nostra partita si protrasse a lungo quel giorno. Distratti dagli eccessi, dalle fantasie. Non stavamo contando i colpi e quindi tutti cercavamo la precisione piuttosto che la distanza nel tiro. Era piacevole camminare sul green, conversare, giocare maliziosi con le sensazioni dell’altro. Chiedendosi quali avrebbero potuto essere condivise, e quali solo desiderate.

Alla fine delle 18 buche, senza vincitori né vinti, ci salutammo, dandoci appuntamento per la cena, che stando a quanto anticipato dal direttore del club, sarebbe stata una favola.

-Ti piace Giulia?- Mi chiese Sandro appena entrati in camera. -Si, è una gran bella donna-. Lo scrutai stupita. Mentre proferivo quelle parole, mi accorgevo che la sua non era una domanda così strampalata. Mi infastidiva ammetterlo. La situazione mi eccitava e mi resi presto conto che non era così solo per me. Sandro a stento avrebbe potuto mascherare la sua erezione. La cosa non mi dispiacque affatto.

Velocemente mi liberò dai vestiti che portavo dalla mattina e allontanò da sé i suoi. In pochi secondi ci ritrovammo nudi, in centro la stanza. Mi baciò. Un bacio forte, violento. Eccitante. Non lo riconoscevo. Pensai a lui come a uno sconosciuto. E la cosa mi piacque. Tanto. Non mi ci volle molto per sentire fra le gambe, il caldo umore cedere alla gravità.

Cercai con la mano il suo fallo, venni allontanata.

Un lampo di meraviglia mi segnò il viso. Sandro mi portò un dito alle labbra. Inducendomi al silenzio. Non replicai.

Prese un foulard abbandonato sulla poltrona e con quello mi bendò. Tutto divenne scuro. Potevo sentire gli odori con maggior precisione. Odori di eccitazione, frenesia.

Mi accostò alla parete e prese a baciarmi il corpo: in silenzio e perfettamente immobile assorbivo quel calore.

All’improvviso mi fece girare, con la mia guancia a toccare il muro. Le sue mani mi percorrevano il corpo intero, indugiando sulle natiche, per poi aprirsi lo spazio necessario a raccogliere gli umori che copiosi mi inondavano. Gemevo, dolcemente. Cullandomi in quello strano frastuono di suoni e sensazioni. Tutto avvenne con una repentinità che quasi stento a ricordare. Sandro, al massimo dell’eccitazione, mi penetrò. Senza indugi, arrivando fin dove il suo fallo poteva arrivare. Gridai. Di dolore. Di piacere. Presi a muovermi assecondando il suo ritmo. Lo sentivo gemere, compiaciuto. Ma non venne. Poi uscì da me. Sempre bendata mi condusse presso la poltrona e mi fece chinare. Continuavo a dargli la schiena. Mi sentivo esposta come non mai. Uniti da un desiderio profondamente animale.
Un dito unto dei miei umori iniziò a profanarmi l’orifizio più stretto. Con cautela proseguì il suo cammino all’interno, seguito ben presto da un secondo e poi un terzo dito. Avvertivo nuovo dolore e nuovi orgasmi l’avevano vinta sul corpo, sulla mente.

Sandro continuava, sordo ai miei richiami. Mai abbastanza soddisfatto. Quando poi anche le dita gli vennero a noia, affondò con rinnovato vigore il suo sesso. Grosso, duro, forte. Urlai. A fatica riuscii a tenermi, senza cadere. Per qualche secondo tutto fu fuori dal mio controllo. Il dolore era quanto di più aspro avessi mai provato. Impreparata a quella lezione. Poi com’era venuto, il dolore lasciò il posto al piacere. Un piacere immenso. Venni. E venni ancora. Non credevo fosse possibile, ma l’orgasmo sopraggiungeva rapido, senza sforzi, piacevole, estatico.

Neanche dopo quella passionale tortura Sandro disse basta. Mi girò, mi fece accomodare sulla poltrona e avvicinò il suo fallo alla mia bocca. Ormai livido, sofferente. Incapace di resistere ancora a lungo. E con lo stesso vigore, violò la mia bocca, fino a quando un fiotto caldo prese a scendermi in gola, a impiastricciarmi le labbra e a inondarmi il seno.

A pace raggiunta, mi si accoccolò fra le braccia e ci addormentammo scomodi sulla poltrona del piacere. Fu solo il telefono a risvegliarci. Fuori il tramonto era sopraggiunto.

C’era ancora tempo a sufficienza per prepararsi.

Al ristorante il direttore del club ci accompagnò al tavolo, anticipando parte del ricco menù che avrebbe allestito i nostri piatti. Entrambi affamati, fummo ben lieti della puntualità di Giulia.

Indossava un abito rosso scarlatto, aderente, che ne risaltava l’abbronzatura. Io in bianco e Sandro in nero.., non passavamo certo inosservati. -Mi sento gli occhi addosso di tutti, penso di essere l’uomo più invidiato del ristorante!-, scherzò mio marito, ben compiaciuto della fortuna che gli era capitata.

La cena passò via serena, piacevole, immersi in mille discorsi. Pareva ci si conoscesse da sempre. Le parole fluivano via leggere, agevolate dal vino. E l’intimità parve avvolgerci come nebbia. -Sei fortunato Sandro, hai una donna splendida-. Prese ad incalzare Giulia, stuzzicando mio marito. -Si, concordo con te-. Fra loro due iniziò un sottile scambio di complimenti, di vivaci battute.. Li osservavo, mentre solerti sembravano voler a tutti i costi trovare in me la migliore delle qualità. Sbottai all’improvviso.

Così ci spostammo nel salone a fianco, dove musicisti professionisti stavano intrattenendo il pubblico, in modo delizioso. -Ottima cena e ottima compagnia, perfetto-. Disse Sandro, appostandosi su candide sedie rivestite di stoffa color crema al bordo della pista da ballo.

Mentre Giulia ed io ballavamo, Sandro ci ammirava incantato. Sorrideva. E ci invitava con la testa a proseguire. Credo che si divertisse un mondo a vederci danzare, mentre le nostre mani si sfioravano e i nostri profumi si confondevano.

-Mi piaci molto, Roberta, sei molto sexy-. Mi disse in un impeto di passione Giulia, quando la musica ci aveva costretto ad abbracciarci. Non seppi cosa rispondere, imbarazzata e anche un po’ eccitata. Sentivo le guance ardere di calore. Come una ragazzina al primo complimento. Gli occhi di Giulia sorridevano, ridevano di passione. Mentre io fra il confuso e il brillo, interrogavo i miei istinti. Combattuta. Ma questa volta fu Sandro a venirmi in soccorso. Aveva capito tutto, solo guardandoci.

Ci prese entrambe per mano e ci portò via dalla sala affollata. E in breve tempo ci ritrovammo in camera da letto, testimone di sesso e passione fino a poche ore prima.

Ordinammo del vino e fra un sorso e l’altro, gratificammo le nostre necessità.

Giulia per nulla imbarazzata mi costrinse a sè e prese a baciarmi. Dolcemente.

Sandro ci guardava. Ammirato. Dopo l’impasse iniziale, cominciai a sciogliermi anch’io, complice degli sguardi di mio marito.

Ricambiai le attenzioni di Giulia, e posai la mano sul suo seno. Intanto Sandro avvicinatosi da dietro, mi slacciò l’abito che cadde presto a terra. Poi fu la volta del vestito di Giulia che finì con il confondersi con il mio, fra la moquette beige ai nostri piedi.

Nessuna delle due portava il reggiseno. I capezzoli si toccavano, ritti. I suoi scuri, i miei più chiari. Presto sparirono gli uni fra la bocca e le mani dell’altra. Sandro continuava ad osservarci. Quindi si riavvicinò e con la stessa delicatezza di poco prima, ci sfilò a turno gli slip.

Giulia mi fece sdraiare sul letto, coricandosi a fianco. Ci baciammo a lungo, mentre le mani ispezionavano i rispettivi corpi. Poi fu la volta di Sandro di abbandonare i vestiti e raggiungerci ai piedi del letto.

Ma senza toccarci. Il pene eretto, lo sguardo lucido. Sembrava appagato, tranquillo, piacevolmente coinvolto.

Giulia mi costrinse a girarmi supina. E prese a leccare ogni parte del corpo. Le gambe si aprirono agevolate dalla mano di Sandro. Giulia non si fermò e frugò con la lingua fra i miei umori. Gemevo, eccitata. Ogni tanto aprivo gli occhi, per ritrovare la realtà, per convincermi che non fosse tutto un sogno. Vidi Sandro avvicinarsi alle cosce di Giulia e immergere la sua bocca fra le carni sode e abbronzate. I respiri aumentarono di intensità. Giulia si muoveva al ritmo con cui Sandro la penetrava con la lingua, fra le delicate fessure.

Poi inserì facilmente un dito nella mia vagina. Non paga, ne introdusse altri. Un piacere. Ad un tratto si ritrasse. Temetti avesse cambiato idea. Invece, girandosi verso Sandro lo costrinse a farsi più vicino e prendendogli il pene in mano, lo condusse nella mia bocca.

Mi è sempre piaciuto il sesso orale. Mi ha sempre eccitato moltissimo e Giulia sembrava saperlo bene. Mentre ero piacevolmente intrattenuta in questo nuovo gioco, la mia bella amica riprese a tormentarmi con la lingua, spingendosi indietro fino all’orifizio più stretto. Godevo di tante attenzioni, delle sue mani, della sua lingua, del pene che mi deliziava la bocca. Venni. Semplicemente. Ma i due complici non smisero. Continuarono quel gioco perverso per un tempo infinito. Fino a quando, ormai sfinita, non decisero di darmi tregua.

Sandro le si avvicinò e prese a succhiarle un capezzolo. E con una mano a tormentarle il clitoride. Era bello guardarli.

Poi si sdraiò a fianco a me e tirò su di sè il corpo di Giulia. Penetrandola.

I due corpi si muovevano a un ritmo deciso. Mi avvicinai e cominciai a masturbarle il capezzolo, lo stesso che fino a poco prima era stato nella bocca di mio marito. Ne sentivo ancora il gusto, selvaggio. I miei umori continuavano a colare, a confondersi. Mentre i gemiti dei due amanti coprivano ogni altro rumore.

Giulia stava per venire e Sandro rallentò il ritmo, nonostante le proteste. Ha sempre avuto un ottimo controllo della situazione e se ne è sempre ottimamente servito.

Mentre il ritmo lento e profondo pareva aver preso il sopravvento, Sandro mi prese una mano e la condusse fra le natiche di Giulia. Era un ordine. Non aspettavo altro. Che di impossessarmi del piacere di entrambi.

Portai un dito fra i solchi delle natiche e lo introdussi. Era teso. Sentii Giulia ritrarsi. Ma affondai ugualmente fra le sue carni, ancor più eccitata per il dolore che le stavo provocando.

Poi avvicinai la lingua e umettai l’orifizio. Preparandolo a quello che di lì a poco avrebbe potuto seguire. Continuai così fra i gemiti e gli orgasmi, mentre Sandro continuava a inserire il suo fallo senza pietà. Non ci fermammo, alle sue richieste. E la facemmo godere più volte. I suoi umori scendevano fitti. Come i miei. Presto anche Sandro avrebbe goduto. Lo sapevamo tutte e due e tutte e due volevamo vendicarci.

Lui lo intuii e si staccò da Giulia. Lasciò che le nostre bocche prendessero il sopravvento. Sul fallo e sull’orifizio anale. Dita, mani e lingue si confondevano. Fino a che venne sui nostri volti, stravolto.

Non ancora paghe, mentre il nostro uomo si riposava a fianco, riprendemmo a toccarci avvicendevolmente, questa volta senza inibizioni. Mi penetrò con le dita e io feci lo stesso. Raggiungemmo l’orgasmo più volte. Fino a quando Sandro, pronto a una nuova emozione, tornò a stuzzicarci con il fallo, di nuovo sorprendentemente eretto.

Ci prese per i capelli, costringendoci a quattro zampe. Si mise dietro di noi e ci penetrò prima l’una e poi l’altra, per una decina di volte. Muovendosi con rabbia e sculacciandoci se non eravamo pronte ad assecondarlo.

Si stufò e decise di sodomizzarci. Urlammo ogni volta che entrava dentro di noi prepotentemente, e al tempo stesso richiedendo di non smettere mai. Poi venne e con lui, anche noi.

Nella stanza ritornò il silenzio. Ci addormentammo.

Quando mi svegliai trovai Sandro intento a guardarmi. Mi allungò una mano e nell’avvicinarmi notai che aveva il pene eretto. Mi condusse a se e mi penetrò con dolcezza.

Venimmo presto, l’uno nel corpo dell’altra.

Giulia dormiva ancora accanto a noi. Quella notte.

Al mattino quando mi alzai, lei non c’era più.

Sandro sotto la doccia, canticchiava un motivetto ascoltato troppe volte alla radio.

Abbandonato, sul comodino, un biglietto. E scarabocchiato con il rossetto, un numero di cellulare.

Quella mattina era prevista una visita alla città vecchia, che entrambi disertarono, vogliosi di solitudine. Nella necessità di riflettere.

Scesero sulla spiaggia, il posto ideale dove confondere fra i riflussi delle onde, i pensieri. Lasciarono che l’acqua li investisse fino alle caviglie, affondando i piedi nudi nella sabbia. All’inizio, timorosi dell’emozioni dell’altro, rimasero in silenzio.

La prima a romperlo, quel sordo assentire, fu Roberta. Desiderosa di spiegare a Sandro le proprie ansie, l’impossibilità di un dialogo, il muto riserbo entro cui lo trovava sera dopo sera, rinchiuso. L’infelicità, il bisogno di sentirsi desiderati e lo sconforto che seguiva dopo ogni rifiuto.

Sandro le aprì il cuore e la mente. Le spiegò la sua voglia di libertà, di evasione da una quotidianità che negli ultimi tempi, anche a causa del lavoro, si era fatta pressante. Lui da creativo qual era, voleva crescere, evolversi in complicità.

Parlarono della passione che li aveva travolti la notte passata. Dell’incantesimo che li aveva avvolti. Dello stupore nel riscoprire emozioni passate. Della facilità con cui erano tornati ad amarsi. Liberi da preconcetti e tabù, aperti ad esperienze che un tempo non avrebbero neanche accettato a parole.


Sandro le rivelò dell’eccitazione che lo aveva travolto vedendola fare l’amore con un’altra donna. Non c’era stata gelosia, cattiveria, egoismo. Solo un dolce, profondo, rispettoso scambio carnale. A cui tutti e tre avevano preso parte e a cui tutti e tre avevano attinto sensazioni nuove.

Le parole si sommarono, susseguendosi armoniose in quella settimana. Quasi convinti che se non avessero sfruttato al massimo quel tempo, lo avrebbero irrimediabilmente perso. Convinti di dover recuperare in quel breve spazio, tutte le parole non dette, le emozioni tradite, le esperienze dimenticate.

E in quel turbinio di voci, suoni, gemiti, volò via la vacanza. Giulia non incrociò più la loro vita. Raggiunta dal marito, era difficile trovarla da sola.

Roberta pensò spesso all’amica, cercando nell’infatuazione di quella sera, un perché. Confusa di quei sentimenti sconosciuti, di quel desiderio carnale che l’aveva portata con così tanta facilità fra le braccia di un’altra donna. La tranquillità che l’aveva indotta prima a baciare, accarezzare poi toccare, e infine possedere Giulia. Convinta, fino ad allora, che l’amore fosse univoco. Che si potesse amare una donna o un uomo, ma non provare desiderio per entrambi. Ma soprattutto la pace che era seguita a quella notte. I sensi di colpa per quei gesti, non erano arrivati, anzi parevano distanti anni luce. Non c’erano ombre a braccarla.

Il rientro in Italia riportò i coniugi velocemente alla quotidianità, ma entrambi provati dal dolore appena sconfitto, non lasciarono che l’intimità ricreata potesse essere spazzata via da venti improvvisi. Fare l’amore era tornata ad essere una dolce consuetudine per entrambi e le settimane che seguirono furono capaci di attenuare il ricordo delle difficoltà che aveva costellato quelle antecedenti il viaggio in Marocco. E di questo Roberta si compiaceva. Felice di poter ritrovare pace e tranquillità in un rapporto che pareva chiuso per sempre.

Fu in un freddo pomeriggio dicembrino, appena rientrata in ufficio dopo una serie di riunioni, che le venne la pazza idea di riproporre al marito un’esperienza forte, diversa. Supportata da una incontenibile voglia di sesso, mista ad amore e trasgressione, decise di osare un po’ più del consueto: stupire se stessa, per stupire la sua dolce metà.

Decisa ad assecondare quella frizzante ed esuberante energia che la rendeva ora dopo ora sempre più inquieta, chiamò la segretaria e annullò gli impegni che rimanevano quel giorno. Recuperata la borsa di pelle Montblanc, il cappotto e un paio di incartamenti, lasciò l’ufficio come una furia, per dirigersi con l’auto verso quel negozietto di cui aveva visto la pubblicità su un volantino.

Trovato con difficoltà un parcheggio libero, posteggiò l’auto e guardandosi intorno nel timore di incontrare colleghi o conoscenti, entrò in quello che veniva considerato un posto di nicchia. Questo almeno quello che prometteva lo slogan, pensò Roberta, rileggendo il volantino ormai stropicciato, che le sue mani continuavano nervosamente a torturare.

Era la prima volta che entrava in un negozio di quel tipo e gli sguardi che le lanciavano gli uomini presenti all’interno, erano piuttosto eloquenti. L’oggetto che la interessava, lo aveva in mente, ma non era sicura di trovarlo disponibile su qualche scaffale e solo l’idea di doverlo chiedere al commesso le creava un forte imbarazzo. Inizialmente prese a girare per il negozio, cercando di orientarsi in mezzo a tutta quella mercanzia speciale: videocassette, lingerie, oggettistica, poster, foto e ogni ben di Dio. Confusa fra titoli di film fra i più disparati, cercò di destare meno interesse possibile, aspettando di rimanere sola all’interno del locale.

Quando finalmente questo avvenne, catturò l’attenzione del negoziante per avere informazioni su quello che avrebbe voluto comprare. L’idea era vaga e non sapeva quale nome dare all’oggetto, ma soprattutto non era sicura che esistesse realmente in commercio. Il trentacinquenne, divertito dalla serie di domande che Roberta continua a rivolgergli, cercò di consigliarla al meglio e le sponsorizzò una novità: un fallo reale al silicone attaccato a uno slip dotato di un’apertura posteriore, con all’interno un altro fallo di dimensioni ridotte e uno stimolatore del clitoride. L’audacia del negoziante divenne imbarazzante per Roberta quando questi cominciò a spiegarle con minuziosa precisione tutti gli usi per cui uno strumento come quello era stato concepito, accompagnando alle parole, i gesti. E la situazione, benché già incandescente, peggiorò ulteriormente quando il giovanotto le chiese di prendere in mano il giocattolo, in modo da rendersi conto lei stessa della maneggevolezza dello strumento. Intimidita, rossa in volto, quasi ansimante, avrebbe voluto voltarsi per scappare lontano. Cosa che però non fece. Per una ragione che tutt’oggi ancora le sfugge. Invece della fuga, allungò una mano e prese a tastare l’oggetto del piacere con tanta naturalezza che alla fine fu il venditore ad arrossire. E ad eccitarsi, come fu facile evincere guardandogli i pantaloni.

Poi convinta ed accaldata, con uno sguardo fra il malizioso e l’intimidito, si decise all’acquisto.

I consigli del commesso la tormentarono per tutto il tragitto fino a casa: non vedeva l’ora di verificare le potenzialità dell’oggetto. Così fra il divertito e l’austero, chiamò sul lavoro il marito: -Questa sera cena alle 8 precise, sii puntuale, ho deciso di farti una sorpresa. Ciao-. Detto questo chiuse la comunicazione, ancor prima che Sandro potesse ribattere qualcosa. E per evitare che la chiamasse, staccò il cellulare, forte della convinzione che quella notte sarebbe stata una donna diversa, proprio come voleva suo marito.

Rientrata a casa si rese ben presto conto che il tempo a disposizione era appena sufficiente a preparare la cena e a sistemarsi.

La tavola non fu difficile da imbandire. Le candele blu erano numerose nel primo cassetto della cucina, il vino fu presto in frigo e il branzino in forno. Ora toccava a lei, farsi bella.

In bagno, si stese nella vasca dove l’acqua calda piena di schiuma la invitava maliziosa. Quindi, con solo un asciugamano avvolto intorno al corpo, si dedicò ai capelli prima e al trucco poi. Guardandosi allo specchio trovò una donna ancora giovane, bella, piacente. Gli occhi sorridevano sereni, le labbra carnose.

Quindi fece cadere il telo che l’avvolgeva. E si dedicò al seno generoso e alle lunghe gambe affusolate e scattanti, curandole con la sua crema preferita. Prima di indossare il reggiseno a balconcino che esaltava le sue rotondità e le autoreggenti di seta, velate scure, si regalò un’ultima occhiata allo specchio. Una gonna appena sopra il ginocchio, una camicia chiara e la giacca a un solo bottone dall’aria maledettamente austera fu l’abito che scelse per l’occasione.

Venne poi il momento di scartare il pacco acquistato al sexy shop. E si precipitò ad indossarlo.

Appena "vestito" si sentì cedere le gambe, e una fitta di piacere la costrinse ad appoggiarsi alla poltrona. Le venne voglia di toccarsi, ma il tempo incalzava e di lì a poco Sandro sarebbe rincasato e di cose da sistemare ce n’erano ancora un paio, prima che la cena si fosse potuta dire pronta.

L’immagine che le restituì lo specchio la soddisfò. Sandro sarebbe rimasto impressionato. E si diresse in cucina.

Ma ogni passo le restituiva un’eccitazione crescente: rischiava l’orgasmo ad ogni movimento. Una masturbazione costante dei sensi. Rimanere lucida sarebbe stato davvero difficile!

Sandro, curioso per natura, arrivò allo scoccare delle 20, puntualissimo. Sapeva che Roberta aveva in serbo per lui, qualcosa di speciale. Ancora non sapeva cosa, ma l’avrebbe scoperto presto.

Dopo l’aperitivo, consumarono amabilmente la cena. Tutto era perfetto: cibo, vino, luci. Solo l’abbigliamento di Roberta sembrava un po’ troppo austero. Sandro si sarebbe aspettato di trovarla in abito scollato, provocante... Ciò che indossava era perfetto per un CdA e non per una cenetta romantica. Forse faceva parte del gioco - si disse Sandro. E non ci badò oltre.

A cena ultimata si trasferirono in salotto per il caffè dove Roberta lo lasciò solo qualche minuto per tornare in maniche di camicia, arrotolate e fra le mani della stoffa scura.

Non disse nulla e si portò alle spalle di Sandro, dove annodò con cura sugli occhi, il nastro. Al gesto unì con voce dolce e suadente una domanda: -Ti ricordi cosa mi hai fatto quella sera ad Agadir?- Senza null’altro aggiungere, prese lentamente ad allentargli la cravatta, a sfilargli camicia, pantaloni, fino a che tutti gli indumenti non furono a terra.

L’eccitazione di Sandro non tardò ad arrivare e il desiderio di toccarla, possederla lo costrinsero a farsi più vicino. Ma questa volta a guidare il gioco, non sarebbe stato lui. Un brivido gli percorse la schiena. Era un’esperienza nuova, dovette ammettere con se stesso.

Roberta con indosso i vestiti e il sofisticato giocattolo, ordinò al marito di chinarsi a quattro zampe e velocemente gli cinse il collo con un delizioso collarino.

Sandro ansimava, cieco e nudo di fronte a una donna che a stento riconosceva. In silenzio attendeva ordini. Non si rese conto che la donna tornata a lui di fronte, aveva allargato leggermente le gambe e sollevato di qualche centimetro la gonna.

Il fruscio del tessuto che veniva mosso gli aveva fatto sperare che la donna si stesse liberando degli indumenti che quella sera portava in eccesso. E stupore, paura, confusione e poi piacere furono le passioni che lo torturarono quando Roberta, afferratolo per i capelli, lo costrinse a introdurre in bocca il fallo che indossava.

Meravigliato e disorientato per quell’oggetto che inizialmente aveva faticato a riconoscere, fu con eccitazione che proseguì l’operato. Lo leccò, inghiottii, mordicchiò, mentre lei godeva a ogni sussulto, a ogni contatto. Il più piccolo movimento le procurava sensazioni infinite e l’orgasmo che più volte quella sera aveva dovuto controllare, venne accettato con impazienza.

Ma non prese tempo, ancora troppo eccitata di quel potere. E allontanato il piccolo servitore, gli tornò alle spalle. Adesso avrebbe potuto compiere la sua vendetta. Ne pregustava il sapore. Gli umori colavano copiosi fra le cosce.

Si chinò lievemente, quel tanto da poter raggiungere l’orifizio più delicato di Sandro. Con la lingua iniziò a penetrarlo dolcemente, aprendo con un dito il canale che presto sarebbe stato violato. Sandro non si aspetta null’altro che questo. Mentre il suo fallo cresceva, reclamando attenzioni.

E fu un urlo prepotente quello che restituì, alla penetrazione forzata di un fallo enorme. Là dove nessuno aveva mai osato. Cercò di allontanarla mentre un paio di conati sembravano avere il sopravvento. Ma Roberta continuò, ben sapendo come presto a tanta sofferenza sarebbe seguita una passione tremenda. E sarebbe stato lo stesso Sandro ad aumentare il ritmo, a chiedere penetrazioni più profonde, più veloci. A dire parole violente, a pretendere l’appagamento di voglie intense.

E così fu. Per lui, per lei. Insieme raggiunsero l’orgasmo. A cui seguirono nuove penetrazioni, nuove violazioni. L’uno dal corpo dell’altra. Mai paghi. Mai sazi.

Il controllo dell’eccitazione del marito, il potere quasi assoluto che provò nello "stare sopra" mentalmente, nel dominare, nell’essere, seppur per quella sola sera, l’uomo, le diede un piacere immenso, incredibile, assoluto.

Per un attimo, un breve, infinitesimo attimo, visse faccia a faccia con una grande eccitazione frammista a paura: la consapevolezza di non poter più, da quel giorno in poi, fare a meno di quel piccolo pezzo di paradiso. Di quel piccolo frammento di mondo. Essere insieme uomo e donna.

Quando Roberta si svegliò, la mattina dopo, erano le dieci passate di un sorridente sabato mattina. Sandro non era a letto, tanto meno in casa, tutto era silenzioso. Ovattato. Poi vide su un biglietto abbandonato sul comodino, la scrittura disarmonica del marito: -chiamami quando ti svegli, sono in ufficio-. Cosa strana, visto che da anni Sandro non andava in ufficio il sabato.

Si alzò, si regalò un buon bagno e sul tavolo della cucina trovò una scatola di legno. Le venne in mente la vacanza in Marocco ed ebbe la sensazione che quei pochi giorni di soggiorno fossero stati sufficienti a mettere le cose a posto.

Aprì la scatola e nel suo interno trovò un nastro di seta rossa e un biglietto con quattro semplici parole scritte ad inchiostro: Indossalo tra le labbra. Un brivido le percorse il corpo. Per ora, ne era certa, Sandro era tornato e lei ne era felice.

Prese il telefono e compose il numero dell’ufficio di suo marito.