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Diventare donna
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Titolo: Diventare donna
Autore: Pura
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Racconto n° 1097
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Era una bellissima sera d’estate. La calura che aveva reso rovente l’aria del pomeriggio e costretto Francesca a staccare continuamente la maglietta umida di sudore dalla schiena mentre archiviava le ultime fatture, spostando infastidita i morbidi e lunghi capelli dal collo bagnato, aveva lasciato il posto ad una timida brezza che risvegliava nel suo corpo piacevoli brividi.
Non sapeva di essere bellissima mentre, con rapidi gesti, terminava di prepararsi per la serata che l’aspettava, pervasa da una strana eccitazione. Un’impalpabile gonna di seta bianca e verde accarezzava i suoi fianchi fino alle caviglie, alle quali erano allacciati sandali bianchi che lasciavano intravedere i suoi minuscoli piedini, ed un top color ghiaccio, portato senza reggiseno, lasciava scoperto l’ombelico e valorizzava le forme di quella giovane donna che era diventata nel corso dell’estate.
Mentre terminava di raccogliere i capelli in un elegante chignon, sorrideva all’idea di presentarsi in quella mise seducente, seppur raffinata, ai colleghi della madre con i quali aveva lavorato spalla a spalla per tutta l’estate, e che si erano ormai abituati a vederla catalogare scartoffie, inserire ordini e risolvere guai con una matita a tenere fermi i capelli ed un paio di jeans e una maglietta.
Quando sua madre le aveva avanzato la proposta di lavorare con lei, prima di riprendere l’università, per alleggerirla da una mole di lavoro che era diventata insostenibile per lei sola, Francesca aveva nicchiato, ma poi guardando gli occhi stanchi della madre aveva deciso di accettare.
Giorno dopo giorno si era resa conto che quel lavoro l’appassionava sempre di più, ed anche il rapporto con quasi tutti i colleghi, giovani e non, era stato fin da subito ottimo.
La presa di coscienza della sua maturità, le gratificazioni sul lavoro, le davano una strana euforia. Sembrava animata da una vitalità nuova, e per la prima volta nella sua vita si sentiva davvero una donna. Ad aiutarla erano subentrati anche i mutamenti del suo corpo, che con l’aiuto di faticose ore di palestra avevano visto uscire una bellissima farfalla dal bozzolo di una goffa adolescente sovrappeso. Una farfalla che, passato l’ultimo velo di gloss sulle labbra, urlava alla madre – Arrivo! – e scendeva le scale con tutta la tenera esuberanza dei suoi 20 anni.
Arrivate al ristorante, le due donne sembravano quasi sorelle, e furono accolte con calore dal gruppo di colleghi con i quali avrebbero festeggiato la cena di chiusura dell’azienda, per poi recarsi ciascuno al luogo di villeggiatura preferito.
L’euforia di Francesca si spense subito, quando al suo fianco quella sera si sedette Michele. Era l’unica persona con la quale non era proprio riuscita a legare, in quei mesi. Appariva così giovane, ricco ed arrogante da non capire perché avesse scelto il duro lavoro dell’agente di commercio invece di continuare il lavoro del padre in un’importante sartoria pavese. Ed ora era lì, di fianco a lei, a guardarla con quel sorrisetto cinico ed esasperante ed a fare dell’ironia sul suo abbigliamento.
Dio come lo odiava! Eppure, rispondendo in modo tagliente ed acuto alle sue battute, man mano che la serata procedeva Francesca non poteva fare a meno di riconoscere quanto fosse affascinante e carismatico, quel ragazzino viziato che aveva evitato tutta l’estate e quanta intelligenza ci fosse, sotto quell’apparente imperscrutabilità.
Al caffè, era convinta di essere stata troppo dura sul suo conto mentre lui le lanciava un imprevisto sguardo pieno di tenerezza e la invitava fuori per fargli compagnia mentre fumava una sigaretta.
La luna emanava una luce tenue, e l’aia dell’agriturismo nel quale si trovavano era pregna del profumo dell’estate e della campagna. Improvvisamente, una folata di vento fece rabbrividire Francesca, costringendola a coprire imbarazzata i capezzoli che, liberi da ogni costrizione, spiccavano come spilli sul top attillato. E fu allora che Michele le sorrise, le prese le mani, se le mise sul petto e la baciò, con un bacio timido, quasi a chiederle il permesso, e poi, vedendo che non lo respingeva, sempre più ardente ed appassionato. La sua lingua morbida ed esperta percorreva le sue labbra, si insinuava al loro interno e la accarezzava teneramente in una morbida danza.
Quando la sua mano forte le strinse un seno, Francesca si lasciò sfuggire un gemito che lo portò a staccarsi all’improvviso, ed a guardarla fisso negli occhi, certo che fosse pentita del suo gesto e stesse cercando di respingerlo. Ma sul suo viso arrossato spiccava un dolce sorriso, e gli occhi emanavano la stessa luce di desiderio che brillava nei suoi. Così la prese in braccio, e con una delicatezza infinita, dopo essersi accertato che non ci fosse nessuno nei dintorni, la portò in un angolo del cascinale dove erano accatastati enormi mucchi di fieno. Le scivolò sopra e cominciò a strofinare la sua erezione contro il suo pube. Le sensazioni di quel pene durissimo costretto nei calzoni attraverso la seta sottile della gonna, la fecero impazzire. Cominciò ad accarezzare quel corpo di maschio con una foga ed un desiderio che non aveva avvertito mai, nelle brevi ed insipide storie precedenti, mentre le loro lingue sembravano non stancarsi mai di assaggiarsi ed assaporarsi a vicenda.
Lui le sollevò il top e le accarezzò i seni, e poi cominciò a baciarli, succhiarli e morderli con una tale maestria che dovette metterle una mano sulle labbra per soffocare i suoi mugolii, spaventato all’idea che qualcuno potesse uscire dal ristorante e, incuriosito, cercare la fonte del rumore.
Lei nel frattempo gli aveva sbottonato la camicia ed abbassato i pantaloni, alla ricerca di quel membro pulsante che desiderava con tutta se stessa. Prese a percorrere la sua asta con dolci e tenere carezze, e poi si abbassò all’improvviso per riempirlo di baci. La sua lingua cominciò a leccarne, timida e ritrosa, la punta gonfia e violacea, succhiandolo di tanto in tanto, seguendo l’istinto, fino a quando lui non le prese la testa e cercò di aiutarla a capire l’andamento che più preferiva e cercando nel contempo di non venire subito, così, lasciandola insoddisfatta.
Con un enorme sforzo, la allontanò da sé, ma solo per un istante, il tempo per scorgere il suo sguardo perplesso e timoroso di un giudizio e farla stendere di nuovo sulla paglia odorosa, per penetrarla di colpo muovendosi su di lei sempre più forte, sempre più a fondo, strofinando il suo osso pubico contro il suo clitoride e stingendole le natiche per affondare con maggior forza e decisione dentro di lei. Poi, quando sentì di stare per perdere il controllo la fece girare, rassicurandola teneramente e si infilò di nuovo dentro di lei, rigido e pulsante, e prese ad accarezzarle il clitoride ed i seni fino a quando non la sentì gemere forte e, aiutato dalle strette prolungate e fortissime del suo orgasmo si lasciò andare anch’egli a tutto il suo piacere, versando il suo seme sulla schiena abbronzata di lei.
Rimasero così, lei accasciata sul fieno, a riprendere fiato, e lui dietro, ad osservare quel corpo dolcissimo ancora mezzo vestito e a pulirle la schiena ed i genitali con un fazzolettino trovato miracolosamente in tasca, mentre lei, ora pudica e reticente, si lamentava – Non è il caso Michele, davvero, faccio da sola –.
Ma non aveva il coraggio di voltarsi, ed allora fu lui a farlo, dopo essersi ricomposto, prendendola teneramente per il mento e guardandola negli occhi con tutto l’affetto che poteva.
E fu allora che lei capì, proprio mentre lui, riaggiustandole i capelli, la gonna ed il top le sussurrava – Non guardarmi come se avessi commesso chissà quale peccato, io ti amo dal primo giorno che ho posato gli occhi su di te, in quell’ufficio polveroso con un baffo di inchiostro sulla guancia. Non sono il mostro che credi, e questo è solo l’inizio.–
Gli occhi di Francesca rispecchiarono la stessa magica luce e le labbra si schiusero nel suo primo, vero sorriso. Ma subito, impallidì, ed esclamò – O mio Dio! Gli altri, la mamma. Noi… come glielo spieghiamo che siamo spariti, per così tanto tempo!–
Ma poi guardò l’orologio e si accorse che erano passati solo poco più di 20 minuti da quando erano usciti dal ristorante, mentre a lei sembrava che fosse trascorsa un’eternità.
Con un sorriso, Michele la riportò al tavolo, dove tutti erano talmente presi dalla conversazione da non essersi nemmeno accorti della loro assenza prolungata, tranne la madre, che le rivolse una strana occhiata, non appena si sedette, che la fece avvampare e che cercò di coprire bevendo dell’acqua ed asciugandosi le labbra con il tovagliolo.
Presto fu il momento del commiato, tutti si salutarono e Michele le riservò la stessa formale stretta di mano che riservò agli altri, chiudendogliela poi con la sua. E quando ritirò il suo pugno chiuso, Francesca si accorse che celava qualcosa.
Mentre Michele si allontanava, lesse: - Aspettami domani, Principessa. La nostra favola comincia qui -.
E così fu.