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Storie comuni
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Titolo:
Storie comuni |
Autore:
Patricia Sugar |
Contatto:
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Racconto
n° 1100 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Se guardo fuori dalla finestra, per strada o nel bar, al mercato o in fabbrica o nei grandi magazzini, non posso fare a meno di pensare alla gente che mi circonda ed alle loro vite. Ogni espressione del volto e tono della voce nasconde dei ricordi, momenti vissuti che ci lasciano segni sulla pelle. Guardo lui che con la testa fa cenno di seguirlo e di ascoltarlo.
- Come ti chiami?- - Mihaela - - Io sono Nicola. - - Piacere. - - Siediti, mettiti comoda, togli il cappotto. - - Grazie. - - Quanto tempo hai a disposizione per me? - - Tu quanto vuoi che io resti qui? - - Non so, il tempo per raccontare e poi vediamo. - - Inizia ed io ti ascolto. - - Ti racconto questa storia. Ho conosciuto una donna. Nel 1995 ero qui a Bucharest con la società di costruzioni italiana. L’appalto era per la ristrutturazione di una parte dell’aeroporto. Sono geometra, seguivo i lavori nel cantiere. Tutti italiani noi, solo qualche manovale rumeno. E’ duro il lavoro e la vita lontano dal tuo paese, manca tutto, la casa, gli amici e gli affetti. Eravamo venuti per guadagnare bene e fare un bel po’ di soldi. - - Tu di dove sei? - - Cluj, ma abito da molti anni a Bucharest. - - Io di Padova. Avevo deciso che col guadagno di tre anni in Romania avrei poi costruito una villetta in periferia. Vicino a dove abitano i miei genitori. Si sa che è comodo stare vicini per ogni necessità. Il giardino ci volevo. Anche un orto. Mi piace coltivare la terra. Forse avrei dovuto studiare all’istituto di Agraria. - - Mio nonno coltiva la terra. Patate, ma a volte il freddo ghiaccia tutto qui in Romania. Una sera con i ragazzi del cantiere andammo a bere in un locale del centro. Non ricordo bene il quartiere ma era vicino ad un ristorante turco con un’insegna rossa e gialla ed il disegno della mezza luna. Quando entrammo e sedemmo al tavolo c’era già tanta gente, fumo. Fumi Mihaela? - - Sì. - - Che sigarette? - - Non importa la marca, mi piacciono tutte, tanto non traspiro, lo butto fuori il fumo. - - No, io non fumo. Anche lei fumava, soltanto sigarette americane, lo faceva per sentirsi alla moda. La conobbi in quel bar. Mi disse che ogni tanto frequentava qualche straniero, ma tutte relazioni di qualche settimana, niente coinvolgimento affettivo. Compagnia per qualche serata. A lei servivano soldi. Rimasi turbato dall’aria asettica e distaccata che aveva quando mi parlava, per lei era un contratto. Soldi in cambio di servizi. Concordammo per incontrarci la sera successiva. Non potevo invitarla nel mio appartamento, dividevo la camera con un altro. E poi le mie cose non mi va di farle sapere a tutti. Non me ne vanto io, sono riservato. Riservai una camera all’Intercontinental. Ore 20.00. Ore 20.05 dal ricevimento all’ingresso dell’hotel mi si comunica che una signorina sta salendo da me. Le andai incontro: "Ciao, ben arrivata entra." Forse sei curiosa di sapere com’era. Penserai che fosse stata bella. No. Credo che una ragazza come lei si possa definire… mediocre. I suoi lineamenti erano irregolari, il naso un po’ grosso. Al nostro incontro la sera precedente avevo cercato di spiarle nello scollo della camicetta la grandezza del seno ed ero rimasto deluso nel notare le dimensioni, forse una misura prima. Noi siamo abituati alle ragazze italiane, hanno le tette rotonde e generose. Perdiamo la testa per un seno grosso, vorremmo toccarlo, accarezzarlo. Goderne succhiando quei capezzoli che duri e ritti sembrano invitarti all’abbandono. Forse ci richiamano alla mente il seno delle nostre madri. Quelle grosse mammelle morbide che oltre alla vita ci hanno regalato un primordiale stato di felicità e di protezione. Erano giorni che stava piovendo, un diluvio, il nostro lavoro fermo anche a causa del vento. Eravamo preoccupati perché era l’inizio dell’inverno e non potevamo fermare il cantiere in previsione dei mesi successivi che ci avrebbero bloccato per il ghiaccio. Si tolse l’impermeabile. Senza alzare lo sguardo disse: "E’ bagnato, lo appoggio sul pavimento." Poi guardando le scarpe quasi aperte a causa della pioggia le sfilò lasciandole nel centro della camera, immerse in una pozza d‘acqua. Senza scarpe notai che era molto bassa, una figurina esile e minuta. Per niente eccitante, una qualunque. Non ti saresti mai girato per strada a guardarla. Le chiesi se desiderava qualcosa da bere. Mi rispose che non voleva niente. Iniziai a parlare del mio lavoro, chi ero e da dove venivo. La mia città, Padova, alla quale ero affezionato e non avrei mai potuto vivere da un’altra parte. Lei conosceva Sant’Antonio. Le raccontavo dell’Italia come del paese dei sogni. Le famiglie con due auto, le vacanze estive e quelle invernali. - - Nicola mi devo spogliare? - - Solo se vuoi. - - Vuoi che te lo prenda in bocca o mi devo stendere sul letto? - - Decidi tu. - - Continua pure a raccontare. - - La mia vita. La scuola superiore e le ragazze con le quali incontrarsi la domenica pomeriggio in discoteca. Mio padre guidava una Fiat centoventisette bianca, la domenica lasciava che la prendessi io per portare fuori la morosa, ma su quella macchina più che le amiche salivano Giulio e Mauro, compagni di scorribande per andare allo stadio. La Juventus, unica e insostituibile squadra del cuore. Il cinema vicino alla piazza del ritrovo e la pizza al sabato sera. Lei mi guardava, restava in silenzio. Ricordo gli occhi immobili, mi guardava ma non vedeva. Non c’ero io con lei. Non c’era nessuno e c’eravamo tutti. La mia figura poteva essere confusa, sovrapposta, scambiata o invertita con altre. Lei non mi vedeva. Lei era venuta per i soldi. Io non contavo niente. Rimasi un attimo in silenzio, era la prima volta che mi vedevo con una donna così, insomma sì, per denaro. Volevo piacerle, volevo che nel nostro incontro partecipasse per l’interesse nei miei confronti. Forse lo poteva fare anche fingendo. Avevo raccontato la mia vita per farmi conoscere e lei era rimasta muta. Neanche una domanda, non un cenno.- - Vieni a letto vicino a me? - - Mi vuoi? - - Certo, sei un italiano bello. A volte ho fatto l’amore con uomini brutti e potevano avere l’età del nonno. - - Mi dici amore mio? - - Amore mio. - - Mi desideri vero? - - Sì. Adesso basta parlare, facciamo l’amore. - - Hai da incontrare qualcuno dopo? - - No, ma da qui devo prendere due autobus per tornare a casa mia. - - Ti pago il taxi. - - Non sei tenuto a farlo. - - Non vuoi sapere com’è finita? - - Se vuoi, racconta. - - Ho provato, ci ho provato a toccarla. L’ho baciata sulle labbra, erano fredde. Le teneva aperte per ricevere la mia lingua ma poteva attendere un cucchiaio di sciroppo o l’ostia per la comunione. Occhi aperti. Fissi. Non dimenticherò lo sguardo perso, lontano. Si è spogliata in silenzio; ricordo la lentezza dei gesti, ogni indumento piegato e appoggiato sulla sedia. Si è chinata per prendere le scarpe e le ha messe sul termosifone bollente. Poi è tornata davanti a me. Nuda e silenziosa. Il colore del sesso faceva capire che i suoi capelli non erano biondi naturali. Il suo corpo era gracile e ossuto. Le mie mani l’hanno accarezzata, hanno cercato quel seno inesistente, l’hanno palpato e succhiato delicatamente, senza ricevere un brivido né un gesto nei miei confronti. Si è seduta sul letto e mi ha aperto i pantaloni tirandomi fuori il coso, sì insomma, hai capito, neanche era duro. L’ha iniziato a leccare ad occhi chiusi e chissà cosa pensava. Non una parola, niente coinvolgimento. Un servizio contro soldi. Ero in piedi, guardavo la sua testa che si muoveva e pensavo che avrei potuto chiederle qualunque cosa, fare delle capriole o lucidare i vetri. Lei sarebbe rimasta lontana da lì, da noi. Le ho preso il viso tra le mani e l’ho guardata, i suoi occhi spenti e velati di tristezza e diffidenza. Siamo rimasti così per un po’, scrutandoci in silenzio. Ognuno cercando nell’altra qualcosa o forse niente. Due solitudini a confronto, due modi di chiedere disperatamente aiuto. Il bisogno di calore per la sopravvivenza quotidiana in un mondo che non è il proprio scambiato con la fame di fuggire da quel mondo per sopravvivere. L’ho pagata. Le ho dato quanto mi ha chiesto e se n’è andata. Si è rivestita, ha infilato lentamente l’impermeabile e le scarpe ormai asciutte. Non ha detto quasi una parola, neanche grazie. Ha continuato a non guardarmi. Aperta la borsetta ci ha messo i soldi poi è uscita. Non l’ho più rivista. Non so nemmeno il suo nome. - - Nicola adesso ci sono io qui, appoggia la testa sul mio seno. - - E‘ morbido. Ho bisogno del calore di una donna che mi guarda con occhi d‘amore. I tuoi occhi chiari sono belli. Ora ti voglio, apri le gambe per favore. Ti desidero, voglio entrarti dentro. -
Ad occhi chiusi guardo ognuno e penso a quale può essere il loro pensiero, il sentimento che vivono nel momento in cui mi sono di fronte o mi raccontano delle storie. Mentre Nicola è dentro di me guardo il soffitto di questa stanza. Tutti noi abbiamo una vita fatta d’incontri da ricordare, uomini e donne che camminano di fianco incrociando il proprio destino. Una volta ho letto che gl’incontri sono come le folate di vento, tu cammini per la tua strada ed il vento ti fa sbattere contro qualcosa, contro qualcuno e questi li porterai sempre con te.
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