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Valeria
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Titolo: Valeria
Autore: Iccutram
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Racconto n° 1141
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Una giornata lavorativa

Grigiore. La classica mattinata uggiosa di Milano, o di altre molte città della pianura padana. Tutto appare lento, stanco, futile. Tutti abbiamo voglia di chiuderci in noi stessi, apprezzare il tepore dei nostri pensieri. La voglia del nostro intimo prevale sulla voglia di fare.
La noia ci assale e diventa nostra grande amica complice.
Decisamente oggi sono completamente fuori, devo essermi alzata molto male questa mattina, se mi sono spinta in questa stupida psicanalisi da Alberoni e C.!
E’ stata colpa senza dubbio della televisione. Dopo aver apprezzato il coinvolgente fascino di Richard Gere in “American Gigolò”, sono rimasta incuriosita ed eccitata dalle solite trasmissioni televisive pruriginose che tentano parzialmente di riempire le solitarie serate italiane.
Chissà quanti uomini, ragazzi si masturbano davanti a quelle immagini rapide, tagliate o zampinzate e liberano il loro piacere nell’amico fazzoletto o nel formidabile ed utilissimo “tempo”. Quante fanciulle, di nascosto dai genitori, con il volume della televisione al minimo scoprono il piacere di godere del proprio corpo.
Quante casalinghe o donne mature, durante le assenze serali dei loro mariti, ufficialmente o solo ufficiosamente adulteri, giocano con le loro abili dita con il loro accogliente sesso.
Oggi sono decisamente fuori di testa! Devo essere fusa!
Eppure questi sciocchi pensieri mi eccitano. Sento un piacevole, quasi addormentato, tepore formarsi nel mio basso ventre.
Mi piace pensare a qualche ragazzina quattordicenne, che immersa nella bluastra penombra creata dalla televisione, chiusa nella sua camera, lentamente infila la sua morbida mano adolescenziale nei pantaloni del pigiama.
Prima non osa, ricordandosi del suo presuntuoso ragazzino, ma poi con il tenero palmo accarezza i leggeri peli ancora cortissimi e appena evidenti.
Le scene televisive si succedono e l’inesperto indice apre le tenere labbra e raggiunge il piccolo acerbo clitoride.
Paura ed eccitazione si mischiano finché la soddisfazione di sentirsi bagnata non aiuterà poi il sonno.
Anch’io ieri sera mi sono ritrovata a strofinarmi la dolce cosina da sopra il collant. Lo spessore del leggero slip e il torpore di una pesante giornata di lavoro mi hanno fatto però desistere.
Forse se avessi indossato delle autoreggenti o fossi stata senza slip sotto le calze, avrei senza dubbio cercato il mio giusto piacere.
Uffa che noia! L’avvocato oggi è decisamente in ritardo.
Non ho voglia di leggere il giornale: la politica e il calcio come il solito ci sommerge.
Girovago per l’ufficio, guardo fogli di carta pieni di parole, che racchiudono problemi di tante persone.
L’agenda, severa istruttrice tedesca, mi guarda e mi perseguita.
Mi avvicino alla finestra: pioviggina.
Rivedo il corpo di Gere: la lucentezza della sua pelle, i capezzoli color caffelatte scuro, le spalle muscolose, la postura sicura. I movimenti lenti ed incisivi dei suoi fianchi sul corpo della “signora”, in cerca di sesso ma anche di amore.
Il sogno a occhi aperti risveglia in me un sin troppo conosciuto turbamento.
Casualmente sento che mi sto appoggiando al rotondo pomello del calorifero leggermente tiepido. La sua durezza comprime il mio monte di venere. E’ proprio all’altezza giusta! Mi strofino lentamente su questo anonimo strumento; divarico leggermente le gambe, alzandomi un po’ di più sui tacchi. Il mio corto gonnellino plissettato scozzese si scompone sempre di più.
Si, ora il pomello è fra le mie gambe. La sua presenza è smorzata dallo spessore del tessuto della gonna e dagli abituali indumenti intimi.
Ho smesso di ondeggiare lateralmente; ora spingo avanti e indietro, come se in piedi avessi un pene di un uomo fra le mie gambe.
Lo strofinio mi trastulla, facendo risvegliare i capezzoli.
Si, oggi sono decisamente pazza….!
Li sento indurirsi, spingere sul reggiseno; la loro durezza incomincia ad intravedersi sulla camicetta bianca.
Il tepore del pomello comunica tepore alla mia cosina, mentre un dolce languore si diffonde sotto il leggero tessuto degli slip.
Percepisco un caldo piacevole umido al centro delle mie gambe.
Spingo sempre più forte. Accelero il mio movimento. Ansimando gonfio il mio seno. Guardo nella scollatura della mia camicetta e intravedo la rotondità delle mie protuberanze.
Stringo e mi aggrappo sempre di più con una mano all’infisso della finestra. La mano dispettosa si insinua nella camicetta, volonterosa anche lei di cercare e dare piacere. Leggera passa sulla coppa destra del reggiseno e si sofferma su quell’impertinente duro nocciuolo. La sua punta deve essere diventata rosso intenso, come una prugna matura. La stretta aureola increspata e sensuale.
Il dito indice decide di trastullare, irritare la punta del mio capezzolo. Lo sento reagire sempre di più. Ho voglia della mia pelle!
Introduco tutta la mano nel bianco reggiseno, prendo il capezzolo fra le dita; lo schiaccio, lo tiro, lo accarezzo.
Sento le labbra della mia passera schiudersi; il dolce pomello ha creato un solco che si dilata sempre di più. Il leggero triangolo dello slippino è ormai quasi totalmente bagnato.
Mi slaccio i bottoni dell’inutile camicetta, abbasso la spallina. Finalmente il mio seno è libero. Posso sentirlo tutto: lo accarezzo, lo stringo, lo prendo.
Non vedo più la gente che passa in strada. Vedo solo me stessa, il mio corpo. Voglio ascoltare solo il mio piacere.
La gonna mi infastidisce. Facilmente la sollevo, il pomello amante si insinua ora più piacevolmente fra le gambe inguainate nel nero setoso collant.
Mi guardo! Le gambe sono la parte di me che apprezzo maggiormente.
Peccato non vi sia uno specchio! Ho voglia di sentirle, toccarle; lascio stancamente il vigile seno e mi massaggio la lunga coscia sino alla rotondità del ginocchio.
Il mio ventre calamita inesorabilmente la mia mano, che strofinando l’interno della mia coscia, sale sino al pube.
Anche la lingua vuole fare la sua parte: la voglia mi fa schiudere le bocca; il desiderio spinge la lingua, indurita come un mollusco, a bagnare le labbra.
Il mio affanno cresce. Cerco con le labbra e la lingua un altro corpo da bagnare. Incomincio a muovere la lingua forsennatamente, la sua punta lecca con avidità le calde labbra.
Mi accorgo di quasi baciare il vetro della finestra, il suo alone appannato cerca la mia bocca. La freddezza del vetro si attenua sotto il guizzare implacabile della mia lingua.
Il mio corpo si arcua sempre di più, spingendo i miei glutei all’infuori.
Penso che sarebbe stupendo potersi vedere da dietro. Il mio dolce sedere esternato, come spesso rappresentano molte foto di moda o dei giornali pornografici.
Chissà come reagirebbe il mio titolare, se entrando mi vedesse col mio fondoschiena che mostra una una indecente disponibilità. Forse apprezzerebbe la visione e sfrutterebbe la situazione per un gioco solitario. Me lo vedo estrarre il suo bianco pene. Chissà perché bianco? Non lo mai visto, ma l’idea mi piace.
La sua abile e professionale mano, con estrema solerzia, lo inturgidirebbe.
L’idea mi fa impazzire. La mia vagina cerca disperatamente la mia mano, che ora con forza si insinua nell’umida fessura abbandonata dal pomello.
Il pensiero che un uomo si possa masturbare dietro le mie spalle, mentre con avidità sto cercando il mio piacere, mi eccita superbamente.
Sentire il leggero ansimare dell’uomo, che quasi vuole tenere nascosto il suo godere. Il suo possente schizzo, il suo forte eiaculare sulle mie gambe ed il mio posteriore, mi fa girare la testa. Il pensiero delle sue preziose gocce che scivolano sulle mie calze, mi stravolge completamente.
Il mio viso è infuocato, la mano irrefrenabile.
Completamente incosciente appoggio il mio seno sul vetro della finestra. Che piacevole spettacolo per i pochi pedoni con la vista molto acuta! Per fortuna che nel palazzo davanti gli uffici sono chiusi per una momentanea ristrutturazione.
Il freddo del vetro prima eccita ulteriormente il mio già angustiato capezzolo, dopo il calore del mio corpo trova in esso un tiepido alleato.
Si, sento che sto per venire. Il mio clitoride spinge attraverso i tessuti, che sembrano diventati complici del mio desiderio. Sento il dolce orifizio allargarsi, pronto a ricevere anche attraverso il collant il mio insistente indice.
Flash rapidi passano nella mia mente, non riesco più a fermare il pensiero: immagini si accavallano rabbiosamente.
Un suono familiare, insistente mi fa da sottofondo. L’immagine di un uomo che da tergo mi si avvicina con il suo giovane pene dritto come una zanna di avorio, si inserisce nei miei pensieri.
L’uomo sconosciuto si avvicina sempre di più, appoggia il suo bel pene al mio sedere disponibile. Strofina avidamente il suo strumento sul mio collant setoso e umido.
Sento che sto per godere. Questa fantasia erotica mi sta portando al culmine.
Il suono familiare non desiste.
Mio Dio! Il telefono! Il trillo ora è più chiaro. Da quanto tempo sta squillando? Una vampata di calore mi assale e un leggero sudore imperla la mia fronte e le mie ascelle, come se fossi stata improvvisamente scoperta a fare qualcosa che non dovevo.
Completamente scompigliata sono costretta ad interrompere il mio sensuale delirio: corro con la camicetta aperta ed un seno libero verso il telefono.
Ma chi sarà questo stronzo rompiballe?
“Pronto, pronto….. studio avvocato Gambirasio” “Ah….., avvocato è lei! Non l’avevo riconosciuto. Mi scusi, ma stavo battendo una lettera. Non quella! Quella relativa la separazione della signora Arlacchi. No! L’Arlacchi non può averla dimenticata di certo! Si. Per la precisione aveva una gonna a portafoglio, che involontariamente si era aperta permettendole uno spettacolo decisamente interessante! Si, aspetti che prendo l’agenda”.
Che palle!
“Si, avvocato mi dica” “Si, rimango in linea”.
Mi riassetto il reggiseno e sento ancora l’impertinenza del mio capezzolo, che non ha intenzione di ritornare alla normalità. Mi siedo sulla scrivania, accavallo le gambe e sento un languido tepore fra le mie cosce.
La voglia mi è rimasta. Passo l’unghia sulle mie calze: un brivido sensuale mi travolge.
Allora si decide o no, quel benedetto uomo!
Proprio adesso doveva telefonare.
“Si, d’accordo, O.K. provo io! Allora lei arriva nel pomeriggio. Arrivederci. No, nessuna chiamata. Arrivederci”
Oh…., finalmente ritorno ad essere sola, senza nemmeno la preoccupazione dell’arrivo del titolare.
Sola con la mia voglia. Si, ho la necessità di finire il gioco bruscamente interrotto sul più bello.
Le mie mani tornano ad accarezzare le mie cosce, le mie dita solleticano l’interno delle mie gambe aperte.
Ora, ho premura, la tensione precedente e l’interruzione hanno lasciato in me una irrefrenabile agitazione e ansia.
Devo venire. Basta con i lunghi e piacevoli giochi. Voglio sentire il mio sesso bagnato. Solo lui.
Mi siedo comodamente sulla sedia della mia scrivania, mi allungo scoprendo le mie gambe affusolate. Appoggio i piedi sul piano della scrivania, divarico le cosce. Sento l’eccitazione crescere in me. Alzo completamente il gonnellino scozzese. Mi inarco e sfilo il collant insieme agli slip sino alle ginocchia.
Il mio pelo chiaro è provocante e luminoso: alcuni riccioli appaiono più scuri, perché leggermente già bagnati dal mio desiderio. Non ce la faccio più!
Mentre scopro completamente i miei seni alzando il reggiseno, la mia mano corre al centro del mio piacere. Godo dell’umida morbidezza del mio sesso. Il clitoride spinge per avere soddisfazione. Le mia dita si bagnano sfregandosi fra le labbra della mia cosina; i capezzoli si ergono sempre più rossi e turgidi.
E’ meraviglioso, sento il piacere diluire, Prendo il clitoride fra il pollice e l’indice e incomincio a torturarlo, lo stringo, lo schiaccio. Le mia dita si muovono alternativamente avanti e indietro.
Un liquido caldo prepotentemente inumidisce i miei dolci peli.
Sento di aver raggiunto il limite. Con l’altra mano vado ad accarezzare li mio orifizio anale, che si schiude amorevolmente appena sente che il mio liquido lo sta umettando.
Non resisto. Schiaccio e muovo rapidamente la radice del clitoride.
Finalmente vengo! Convulsamente trattenendo la voglia di urlare il mio piacere.
La giusta pace! Rimango stordita ed inebriata per un po’ di tempo.
Sono felice.
Mi rivesto e vado in bagno a riassettarmi il viso. Ho bisogno di acqua fredda per riprendere una serena operosità, anche se lo slip bagnato mi ricorderà per l’intera giornata il mio momento di piacere.