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Sante
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Titolo:
Sante |
Autore:
Frittola |
Contatto:
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Racconto
n° 1168 |
Altri
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Una storia strana, la nostra, ma nello stesso tempo uguale a mille altre. Due monitor, due tastiere, due nickname.
E ci siamo incontrati forse nel peggior periodo di questa nostra specie di storia che dura ormai da due anni. Dopo una settimana di silenzio, di rabbia, di sofferenza. Ci siamo incontrati perché non avevamo più scuse per non farlo. Perché non riuscivamo più a nasconderci dietro una stupida maschera. Sì, erano veri tutti i bei discorsi che sempre ci eravamo fatti, sull'amore, sulla fedeltà, sui nostri matrimoni, da rispettare sopra ogni altra cosa.
Ma era anche vero ciò che io provavo per lui e ciò che lui provava per me.
Fino a quel giorno, in cui ci trovammo finalmente l'uno di fronte all'altra. Arrabbiati, ma felicissimi.
- Sante...- Riuscii solo a dirgli, già col pianto nella gola. Prima di abbracciarlo forte.
E il primo minuto lo trascorremmo così, stretti a noi, incuranti di tutta la gente che ci passava accanto, che andava e veniva, in mezzo alla stazione.
In quell'abbraccio mettemmo tutto. I due anni passati dietro un pc, le decine di sms, le nostre telefonate. Ma soprattutto il non essersi mai incontrati, il coraggio che non avevamo mai avuto. Prima di quel giorno.
La paura di perdersi per sempre ci aveva portati lì, ad incontrarsi in quella città che non era né la mia, né la sua.
Finalmente eravamo insieme. Potevamo guardarci dentro gli occhi, potevamo vedere come eravamo fatti veramente, toccarci, respirarci.
Scegliemmo un albergo qualsiasi. E nella penombra scura di una camera continuavo a ripetergli quanto fossi felice di essere lì con lui quel giorno. Lui era ancora incredulo che tutto ciò stava succedendo davvero, ancora non credeva che fossero le mie mani che lo stavano accarezzando, sul viso, tra i suoi riccioli neri, sulle labbra. E invece ero proprio io.
Volevo assaporare lentamente ogni momento di quel giorno e di lui. Senza affrettare niente. Lo toccavo, toccavo i suoi vestiti, che piano finirono in fondo al letto, insieme ai miei. Un letto per noi estraneo, ma che subito accolse i nostri corpi caldi... abbracciati.
Lo baciai lungamente sdraiata sopra di lui. Con gli occhi chiusi e la sua lingua intrecciata con la mia. Che poi scese lentamente sul suo collo, scivolando sul suo petto... giù, giù... sempre più giù. Dove la mia mano già toccava la sua eccitazione.
Senza parlare continuai ad accarezzare il suo membro ormai durissimo. Andando su e giù al ritmo dei suoi sospiri sempre più accentuati. Poi lo guardai, dritto negli occhi, per un attimo. Perché sapevo ciò che desiderava. La prima cosa che gli avevo confessato in chat era quella di non amare quello che stavo per fare. Ma in quel momento sentire il suo sesso che mi riempì la bocca fu bellissimo. Non avrei mai immaginato di riuscire a farlo, perché non ho mai dato questa gioia nemmeno all'uomo con cui vivo. Ma la mano di Sante tra i miei capelli accompagnava ogni mio movimento. Sia quando lo leccavo dolcemente, sia quando lo succhiavo decisamente. Temevo che volesse scoppiare da un momento all'altro e mi tirava i capelli per resistere. - Ti voglio.- Mi disse poi allontanandomi e tirandomi nuovamente sopra di sé. - Ti voglio anch'io.- Gli risposi. - Però vieni con me...- Aggiunsi, alzandomi dal letto e andando a sedermi sopra il cassettone. E lui mi seguì, con gli occhi sgranati per lo stupore. Mi venne davanti e si lasciò abbracciare dalle mie gambe, che intrecciai dietro la sua schiena. - Ti ricordi di quando ti mandai quella mail? E ti scrissi che volevo fare l'amore con te sul tavolo del salotto di casa mia? - Gli chiesi, mentre nuovamente le mie labbra erano sulle sue. - Sì, la ricordo... la ricordo quella mail.- Mi rispose a mezza voce. E con forza sentii che entrò dentro di me. Cominciando a muoversi avanti e indietro con colpi decisi, che io accompagnavo, sentendo il rumore degli oggetti che cadevano giù da quel cassettone, scosso violentemente dalla nostra foga. - Scopami Sante... più forte... più forte...- Non riuscii a trattenere queste parole sporche, pronunciate nel suo orecchio mentre godevo da impazzire, finalmente libera di potergli dire tutto quello che provavo, senza più freni. Fino a venire, quasi gridando e crollando sulla sua spalla nuda, mordendolo per il piacere. E lui mi seguì quasi subito, dopo avermi riportata sul letto. -Dimmi che sei mia...- Mi diceva, sbattendo forte contro di me. Finché non lo sentii ansimare più forte e avvicinarsi al mio viso, alla mia bocca, sapendo bene cosa avrebbe fatto. E che io non gli impedii di fare, perché volevo tutto di lui quel giorno. E lasciai che riempisse le mie labbra del suo liquido bollente, che scivolò poi sul collo, sul seno, insieme ai suoi gemiti e ai suoi "scusami". Ma non doveva scusarsi più di niente con me. Avevo desiderato fortemente di incontrarlo, di possederlo, come lo aveva desiderato lui. E glielo ripetevo continuamente, per tutto il tempo che rimanemmo sdraiati su quel letto, sfiniti, accarezzandosi dolcemente.
Mi sembrò di conoscerlo da una vita, per come mi resi conto di amarlo.
Avrei voluto addormentarmi lì con lui. Avrei voluto con tutta me stessa che lui fosse il mio uomo. Ma la realtà ci portò nuovamente con i piedi per terra. Ci portò a raccogliere i vestiti sparsi qua e là e ad affrettarsi per andarcene, ancora accaldati di noi...
Decisi di farlo andar via prima di me. Perché non avrei sopportato che mi accompagnasse alla stazione per salire sul treno. Sarebbe stato troppo doloroso.
E così lo strinsi ancora forte a me prima che se ne andasse, riuscendo solo a dirgli ancora una volta ti amo.
Poi piansi per tutto il tempo. Fino all'arrivo di un taxi.
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