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Il fuoco
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Titolo:
Il fuoco |
Autore:
Veronica Erspan |
Contatto:
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Racconto
n° 1204 |
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IL FUOCO
La stanza era appena illuminata da una lampada ad olio posta in alto, su un mobile, che sembrava una massa informe contro il muro. C’era un tavolino nel mezzo, non troppo grande, ricoperto da una tovaglia in broccato pesante. Sopra, al centro, un vaso di fiori secchi. E poi un canapè dal colore indistinto, quattro sedie con cuscini morbidi in velluto, ninnoli ovunque e quadri ad olio appesi alle pareti, ricoperte da carta da parati giallina. Un caminetto di pietra grigia, acceso, emanava un calorino che verso la porta in fondo spariva, lasciando il posto ad un freddo intenso e pungente. L’inverno, in una casa vecchia e bisognosa di urgenti restauri, non dava tregua a chi vi abitava. Il signore, di media età, stava seduto nell’unica poltrona al centro della stanza, con le gambe accavallate, rivolte verso il fuoco. Teneva la mano destra appoggiata ad un bastone nero con l’impugnatura d’avorio lavorato a testa di cane e la sinistra stesa sull’altro bracciolo. I capelli bianchi, un po’ lunghi sul collo, davano un tono severo al suo viso scavato ma interessante. Occhi azzurri e vivi, un naso perfetto e labbra ancora carnose, davano l’idea di una bellezza non ancora sfiorita. Indossava una giacca di lana blu dal taglio perfetto, pantaloni coordinati e scarpe firmate, lucide. Guardava intensamente la figura della ragazza che stava in piedi, di fronte a lui, vicino al caminetto. “Slacciati il bustino.“ La sua voce era un po’ roca, ma calda e imperiosa. La ragazza era bella, sui vent’anni. Il suo viso era un po’ sottile ma i grandi occhi neri lo riempivano e lo illuminavano. Aveva labbra carnose, rosse e dentini bianchi che si intravedevano appena. Senza guardare l’uomo che le aveva ordinato di spogliarsi, cominciò lentamente a sciogliere i nastri blu che le legavano il bustino dalla vita in su. Poi liberò la camicetta sottostante, pieghettata e bianca che lasciava sfuggire appena le due rotondità del seno. I suoi occhi scuri guardavano avanti, come se stesse fissando un punto sul muro di fronte. L’espressione del viso era seria, pensierosa. “Toglila.“ Lei la tolse, sollevandola sopra la testa. I lunghi e folti capelli neri impedirono per un attimo il movimento ma poi fu libera e lasciò cadere l’indumento a terra. I seni grossi, tondi ma eretti, che apparvero alla luce del fuoco, sembrarono avere una vita propia, seguendo il lento movimento della ragazza. Ballonzolavano lentamente e quel movimento eccitò l’uomo che li guardava ipnotizzato. I capezzoli erano turgidi, piccoli e delicati, come due ciliegine immature. Lui si passò la lingua tra le labbra. “Era quello che volevo. Adesso vieni qua, siediti sulle mie ginocchia.“ Lei così fece. Gli si avvicinò piano e i seni tremarono mentre si metteva a cavalcioni. Poi lui allungò una mano e cominciò a toccarla, passandole il freddo bastone sui seni. “Hai le tette più belle che abbia mai visto. Sei una brava ragazza e adesso mi farai assaggiare questo ben di Dio…“ L’uomo abbandonò il bastone e con entrambe le mani le afferrò i seni, abbassò il viso altero e cominciò a leccare e succhiare i capezzoli come se volesse inghiottirli. Leccò e succhiò con calma, lentamente. Il crepitìo del fuoco accompagnava il rumore che l’anziano faceva con la lingua sulla pelle della ragazza. Lei rivoltò la testa indietro e inarcò il busto in avanti, verso quella bocca famelica. I suoi capelli scivolarono fino a sfiorare il suolo di pietra. Le piaceva da morire, voleva che non finisse mai. "Adesso alzati e girati. Alza la gonna, tira giù tutto, fammi vedere il culo…” Lei si girò e ubbidì, alzando la lunga gonna scura ed i pizzi sottostanti. Aprì le gambe lunghe e tornite piegandosi in avanti, verso il fuoco. Lui a sua volta si avvicinò al suo tergo aperto e guardò con avidità la splendida farfalla. Poi cominciò a toccarla, allargò le grandi labbra e v’introdusse il dito medio, e poi gli altri, uno ad uno. “Bella... bella...“ Avvicinò al proprio viso il tergo della ragazza e vi infilò la lingua. Il fuoco ardeva ma quello che sentiva l’uomo era di più. Aveva il viso immerso nel centro dell’universo e nessuno l’avrebbe più staccato da lì.
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