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Giuditta
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Titolo:
Giuditta |
Autore:
Faustus |
Contatto:
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Racconto
n° 1212 |
Altri
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Sul divano la guardavo mentre raccontava le sue sofferenze. L’abbandono del marito per un’altra donna, più giovane e disinvolta sessualmente, l’aveva prostrata. Qualche lacrima, che faceva capolino dai suoi occhi grandi come mari nella burrasca, l’asciugava col dorso della mano, mentre le gambe accavallate dentro una gonna larga mostravano qualche indiscreta peluria. Ascoltavo con aria interessata ma il mio pensiero più sottile andava a quel pezzo di coscia bianca e carnosa sormontato dall’altra. Attendevo, più che il proseguo della sua storia, che cambiasse posizione per sbirciare qualcosa di più. Era molto bella, nonostante i suoi cinquant’anni, e ben proporzionata. Sui fianchi un rotolo di adipe la rendeva più affascinate, mentre i seni un po’ piccoli per le spalle e il petto le davano una grazia virginale. Le chiesi di sedermi accanto a lei, spinto dai leggeri movimenti del mio membro sempre più intensi e continui. Me lo consentì. Riprese a dirmi delle sue insoddisfazioni e delle sue notti insonni e solitarie. Ormai la guardavo dritto negli occhi, affascinato dalla sua bocca e dal profumo che usciva dalla sua gonna che lentamente si era sollevato sulle gambe. Anche lei mi guardava e ora con più intensità di prima avvertibile nel dilatarsi della pupilla e da una sorta di leggero ansimare che incominciò ad adeguarsi al mio e alla decisa erezione della mia aquila inselvatichita. Mi avvicinai di più e guardandola intensamente negli occhi, la baciai, a lungo. La strinsi a me e poi la mano scese sulle cosce frementi con una carezza lieve da dove risalì verso il seno caldo e morbido. Il bacio continuava ancora, appassionato, infinito. Allora si alzò, tenendomi sempre per mano, si abbassò dandomi il suo sedere quasi sulla faccia e spostò il tavolo pieno di bottiglie e ninnoli. Comparve il tappeto rosso vivo sopra il quale lei si distese, allargandomi le braccia e alzandosi la gonna. Mi distesi accanto a lei e subito incominciò a cercare la radice del mondo, la zappa che scuote la terra. L’accarezzavo tutta ormai e con forza selvaggia afferrai le sue sporgenze più dure e sode. Allora davanti a me si incominciò a spogliare lentamente. Si tolse la gonna e apparvero le mutandine bianche e trasparenti, attraverso cui si intravedeva un paradiso di buconvillee oscure. La camicetta andò a cadere sulla sedia più vicina e due coppe di gelato alla panna con cerase apparvero come per miracolo. Tornò a coricarsi tutta nuda sul tappeto, così come la desideravo mentre mi narrava la sua storia, e le fui accanto. Incominciai a contemplarla un po’ più sollevato: le baciai ancora la bocca e gli occhi, il collo e le guance. Poi capii da un leggero movimento che aveva appena divaricato le gambe, un poco: le gambe terse come l’aria quando settembre la spazza, le gambe morbide e lunghe, rotonde, piene. Fu sufficiente per vedere il leggero e soffice boschetto che circondava il laghetto del piacere, la fonte della giovinezza dove si nasconde il profumo del giglio e del mughetto, del gelsomino e delle rose, della vaniglia e del sambuco. Mi spostai allora lentamente, contemplandola tutta, mentre un respiro più intenso incominciò a farle vibrare il petto e la vasta e lattea battigia dove l’umore della polla divina si sciacqua: il ventre le palpitava. Avevo ormai davanti le cosce bianche e soffici, rotonde e levigate di calore che si chiudevano su un ciuffo di muschio dove si intagliava, per miracolo portentoso, la sorgiva da cui il mondo nasce e la vita ritorna. Mi avvicinai tremante a pochi palpiti dal suo profumo, dal suo colore, dal suo richiamo e dal canto d’organo intenso che emanava. Avvicinai le labbra a quel fiore, ne baciai i contorni e i petali carnosi di brina e rugiada. Mi inebriava il profumo di lavanda e ne bevevo l’umore, il miele mi intingeva la bocca e il mio senso rinasceva, più vigoroso, più forte, più deciso. Indugiavo com’ape sulla mistica polla cercandone a lungo le linfe, per berle e succhiarle con tutta la foga della mia passione. La sua mano mi toccava la fronte sudata. E io risalivo la valle dell’eden con labbra infuocate su cui qualche ciuffo d’erbetta si impigliava. Davanti ai miei occhi apparve la dolce pianura del ventre che improvvisamente degradava in un dolce avvallamento. Percorsi il mulinello della duna al suo centro e poi salii ancora con gli uncini della bocca verso le montagnole che svettavano decise, le collinette intinte nel latte dove due ambre terse attendevano il luccichio della mia bocca. Ed essa le afferrò assetata, una alla volta; le scuotevano le papille e le sussero tutte per trarne il dolce umore: lo zucchero antico e il miele; e con le mani le percorrevo con carezze, con tocchi per costringere le perle a uscire, a inondare di sole il mio volto. La mia forza virile aveva intanto ripreso il mio aratro infuocato che solcava la spiaggia antistante il suo mare agitato, che bagnava il mio senso e di esso si bagnava. M’abbracciò. Le sue mani segnavano la mia schiena e poi con lento frinire si poggiarono sull’aquila che volava furente alla ricerca degli anfratti e delle tane di quel corpo grande, statuario, morbido e bianco. Ne toccava le piume, il becco rovente. Che gioia, mi disse, che dolce riverbero caldo. Mi spostai e divenni io terra e lei cielo, lei barca e io mare. Il suo volto accarezzvaa il mio stelo e ne colse il profumo muschioso, ne baciava il pistillo per coglierne e suggerne il nettare interno. E intanto il volto nascosto della luna grandiosa mi passava davanti. Le montagne di neve accaldata, divise dalla valle fatata che un tenue rosa percorre, m’apparvero. Ne cercai la fonte preziosa, il pozzo dell’altro mistero. V’immersi me stesso: il mio volto, la bocca e le intere mie labbra. Vibrava lei e io vibravo! Attimi intesi godemmo, gustando l’essenza di noi. Poi ritornò al mio fianco, sudata, accese le labbra, in tumulto il suo petto. Mi baciava, la baciavo, la strinsi e mi strinse. La presi e ritornò lei nave e io cielo. M’allargò le braccia e il mio aereo planò leggero sul ponte, percorse con balzi lo scafo e chiuse la corsa nello hangar: al caldo, da morbide porte serrato. Si scosse e mi scosse, non voleva più liberare il mio stelo dal vaso che lo teneva avvinghiato. Aveva linfa quel vaso e lo resse fiorente. Per questo lo scrollava e per questo lo innalzava e lo abbatteva e per questo avvinghiò le gambe al mio corpo. La nota sospesa era ormai al suo squillo più alto, quel si naturale stava arrivando al suo culmine atteso, toccando il tasto più acuto che però voleva resistere e resistere col tempo veloce: il più a lungo possibile indugiava la corda vibrante e risuonava nell’alta ballata da tamburo ritmata. E decadde la nota alla fine del suono, percorse il suo spazio intenso e nel sudore echeggiò il compimento. E poi nel do più profondo e più basso si spense, pian piano, più piano si fermò, ristagnò nell’abbraccio del mistico dono. Un fiotto bollente invase il suo corpo, lo penetrò tutto com’onda del mare, come marea che il suo fiume risale nell’urlo. Dormimmo sul tappeto pochi minuti! Il guerriero riposava e discinta la spada immobile penzolava. Lei si tolse gli umori dal corpo e in quel momento di quel movimento guardai: era più bella e più grande. Perfette le forme, bombata la luna, turgidi i seni sul petto acquietato. Ritornò. Mi guardò e poi guardò il pugnale ritratto. Sorrise e per gioco lo prese e giocando l’arma trastullava. Le sue mani divennero fodero e lo tennero caldo strofinando la lama. Vezzeggiavano le dita la punta ancora umida dell’acqua profumata della sua ferita nascosta. Lo coccolavano per indurlo a uscire da torpore e stanchezza. Cullava il capriccio del bimbo che voleva riposare, accarezzava il suo capo, ne sfiorava i capelli aggrinziti. E lui a qual contatto tanto delicato incominciò a vibrare e appena si rese deciso, lo baciò e ribaciò: succhiava con lunghi respiri. Poi lo immerse nella brace della sua bocca che voleva forgiarlo. Quel calore d’ardente passione, quella fucina che il mantice del suo petto ravvivava, diede fuoco al mio ferro avvizzito che di nuovo cantava, di nuovo risplendeva e garriva e nitriva e narrava e note d’amore diffondeva per l’aria e dentro il suo ventre che caldo, accogliente attendeva; e vi tornò dentro a scalpitare e dentro rimase per sempre a nutrirsi di lei, del suo fieno e dell’acqua che inonda ancora oggi il mio sogno lontano, impossibile, arcano.
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