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Tessere di un mosaico
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Titolo: Tessere di un mosaico
Autore: Margotta
Contatto:
Racconto n° 1224
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TESSERE DI UN MOSAICO

L’aria di quella notte di fine giugno era ancora fresca e, mano a mano che Manuela si lasciava gli edifici alle spalle per raggiungere la spiaggia, la brezza si faceva più insistente. -Peccato non aver portato con me il maglione- pensava, ma d’altra parte la sua pelle disidratata dai raggi del sole e mal curata con uno strato di crema emolliente le era grata di essere lasciata libera di respirare.
Come spesso le capitava, si stava estraniando dalla realtà del momento e seguiva quasi automaticamente il gruppo di ragazzi con i quali avrebbe terminato di trascorrere la serata.
Quella settimana di vacanza in un villaggio turistico lontano da casa, stava diventando per lei come un momento di standby dalla sua vita, un momento per essere una delle tante Manuele che nella quotidianità erano lasciate in secondo piano, per aderire al conformismo generale, per nascondere i lati del suo carattere che meno le piacevano (o che temeva piacessero meno agli altri) o, al contrario, che era troppo faticoso essere; – quando sei troppo te stesso, togli i filtri tra te ed il mondo, allora sì che sei veramente nudo… e senti freddo sul serio, non perché la brezza ti accarezza la pelle-.
Ma in quel villaggio era diverso, sentiva di essere in un microcosmo a parte, isolato dal suo mondo da chilometri di strada e con persone che non conoscevano né il suo carattere né il suo passato; - e dire che ho sempre odiato questo tipo di strutture vacanziere…-.
Ad interromperla dalle sue divagazioni mentali fu Francesca, una simpatica ragazza che aveva conosciuto da poco, estroversa e che le aveva ispirato subito fiducia. Le aveva fatto notare che i ragazzi del posto erano arrivati, i lavoratori estivi del villaggio: - Belli sono belli, ma quanto a proprietà di linguaggio ed argomentazioni lasciano molto a desiderare. - Quando questo tipo di pensieri facevano capolino nel suo cervello, si riprendeva da sola, dandosi della stupida: – Perché se le altre stanno con un ragazzo solo perché ne sono attratte fisicamente va bene e non le critico per questo, mentre, se penso di essere io a farlo, ho paura di essere giudicata… oppure, di giudicare duramente me stessa?-
Forse l’ultima parte della domanda era sbagliata, in realtà, quando era sola, non aveva inibizioni, non si vergognava delle sue fantasie, né delle sue azioni e gli orgasmi arrivavano di volta in volta sempre più pieni. E non se ne faceva certo una colpa, anzi, era felice di avere un autoerotismo così appagante. Il vero problema era concretizzare con le persone di cui non si fidava e le ci voleva del tempo per fidarsi di qualcuno, così la sua vita sessuale si era interrotta svariati mesi prima, quando aveva lasciato un ragazzo di cui non era innamorata. -Forse vivendo una fantasia ho paura di rimanere delusa, di non godere così tanto come quando sono sola con la mia immaginazione.-
Intanto, Francesca sembrava avere già deciso come sarebbe andata a finire la serata: stava già marcando a uomo Domenico, ma soltanto dopo aver fatto sedere Manuela vicino ad Angelo ed averle fatto un cenno d’intesa da dietro le sue spalle. La situazione non era delle migliori: Angelo, giovane (forse un po’ più di lei), alto, fisico asciutto, ma scolpito dal suo lavoro di bagnino, occhi chiari e penetranti, col viso da bambino,ma l’espressione vissuta, la attraeva incredibilmente; l’aria umida e le labbra leggermente salate dal mare, il ripensare al piacere che sapeva darsi da sola quando era protetta dalle mura di casa, facevano salire l’eccitazione alle stelle… si sentiva bagnata ed Angelo non era di molte parole, il che non aiutava a distrarla.
Mentre finiva di sorseggiare il suo drink, lui le chiese di andare a sedersi su un lettino della spiaggia, dove ci sarebbe stato meno rumore e lei si alzò con un sorriso e lo seguì. -Lontano dal rumore e lontano dalle luci del disco-bar...-
Per la prima volta, Manuela ringraziò la sua cervicale e, quando le mani di Angelo cominciarono a massaggiarle il collo e le spalle, capì che quella serata sarebbe finita proprio come Francesca aveva previsto e, questa volta, non si sarebbe tirata indietro.
Parlava senza sapere più di che cosa, poi la conversazione si spense e lei si girò a baciarlo: l’attimo di attesa prima che le loro labbra si toccassero fu interminabile e terribile.
Ad un osservatore esterno, sarebbe potuta sembrare la più romantica delle scene, ma Manuela sapeva di essersi infatuata soltanto del corpo di quel ragazzo, delle sue mani sulla sua schiena, del tocco insicuro, ma rude.
Il bacio fu lungo e profondo; ad ogni respiro le sensazioni penetravano sempre più a fondo nella pelle, nel cervello, nel sesso di Manuela. L’oggetto del desiderio era nelle sue mani: lo avrebbe avuto per tutta la notte e non la avrebbe sprecata.
Senza smettere di baciarlo, di cercare avidamente la sua lingua si rigirò nel suo abbraccio, per ritrovarsi seduta con le gambe intorno alla vita di Angelo, i loro bacini a pochi centimetri l’uno dall’altro.
Ora la sua mente era invasa solo dall’idea del membro eccitato del ragazzo, che premeva contro la stoffa dei jeans, abbassò una mano a cercarlo, passando prima per l’interno coscia e scivolando lentamente verso l’inguine dove trovò che la realtà non tradiva suoi desideri: il sesso era già gonfio e turgido, tiratissimo a rivelare l’eccitazione di Angelo per quella ragazza che si ritrovava tra le braccia, preda e cacciatrice al tempo stesso, con i suoi baci dolci ed appassionati, lo sguardo sfuggente, la sua bellezza eterea, il suo sorriso provocante ed avvolgente.
Manuela seguì il profilo del membro di Angelo con la mano, per quanto il cotone spesso e teso dei pantaloni le permettesse: avrebbe voluto liberarlo da quella prigione, ma temeva che occhi indiscreti potessero spiare dal bar. Poi le mani di lui sul seno di lei, prima un tocco rude sopra la maglietta, poi più leggero sotto, a sfiorare appena i capezzoli, renderli turgidi e desiderosi; il bacio che si faceva più pressante e violento, quasi a mimare la penetrazione, tanto da far piegare un poco all’indietro il capo della donna. Manuela, una mano sul petto del ragazzo a contenerne la passione e l’altra intorno al collo per trattenerlo a sé, si sarebbe aspettata di sentire la lingua dell’uomo sul collo, invece le sue dita si stavano facendo strada nei suoi pantaloni, l’ombelico, il pube e poi, senza esitazione, a tocciare dritto dentro i suoi umori per essere inghiottite dal sesso caldo e voglioso della donna.
Manuela fu percorsa da un brivido lungo tutto il corpo, un brivido caldo che le annebbiò il cervello. Ora voleva solo essere riempita da quell’uomo e morire di piacere sotto i suoi colpi e la sua voglia di lei. Tirò fuori il membro del ragazzo e lo scroto: una sola passata della mano intorno a quel grande sesso duro e teso fino a scoppiare, che puntava fiero verso l’alto dalla cerniera dei jeans bastò perchè Manuela lo sentisse pulsare ed in contemporanea si contrasse anche il suo ventre. Lo voleva sentire dentro, voleva che i loro umori si mescolassero e, quasi a leggere nella sua mente, lui le abbassò pantaloni leggeri e slip, la prese per i fianchi e le fece alzare il bacino per penetrarla. Scivolò agevolmente nel suo sesso burroso ed un ritmo crescente di pochi colpi portò entrambi all’orgasmo, con i corpi intrecciati che si ancoravano con forza l’uno all’altro per soffocare il piacere reciproco.
Ma la passione bruciava ancora, Manuela ed Angelo lo sapevano: appena ripreso fiato, la ragazza si chinò e le sue labbra ridiedero vita al membro del giovane uomo. Manuela sentì le sue mani sulla nuca che la spingevano perché accogliesse l’organo, le cui già notevoli dimensioni erano ancora cresciute, il più a fondo possibile in gola; le stesse vampate di piacere che provava lui si impossessavano di lei, schiava delle possenti braccia del ragazzo, ma padrona del suo sesso, sul quale faceva scorrere lingua e labbra, succhiando e stringendo con lo stesso subdolo piacere con cui un gatto gioca con un topo.
Quando lui le disse –Non smettere- lei si fermò, si alzò, baciò l’uomo e rispose –Prendimi- accovacciandosi sulla sdraio con le ginocchia nella sabbia e le gambe aperte in un invito inconfondibile.
Angelo non se lo fece ripetere due volte, le carezzò la schiena con una dolcezza che le rese ancora più inaspettata la foga con cui la prese da dietro. La possanza dei colpi del ragazzo, dovuta all’eccitazione ed alla sua prestanza fisica, faceva sentire Manuela violata in tutto il suo corpo e lo scroto che batteva sul clitoride, con improvvisi rallentamenti ed accelerazioni, le dava brevi scosse di piacere che le annebbiavano la razionalità.
Ancora una volta la donna fu presa dall’orgasmo; un’onda violenta che la costrinse ad afferrare con forza il lettino per sopperire al mancamento delle gambe e soffocare i gemiti.
Proprio nel momento culminante si sentì pronunciare - Scopami il culo – e si allargò le natiche, mostrando il suo pertugio inviolato. Angelo stentava ad interrompere l’oblio che si stava impossessando anche di lui, ma la tentazione di quell’immagine e l’inflessione implorante nella voce della donna ebbero la meglio.
Uscì dolorosamente dalla ragazza, ne raccolse parte dei copiosi umori sulle dita e le usò per deflorare lo sfintere. La pressione involontaria dei muscoli era forte, ma bastarono pochi piccoli movimenti per aprire anche quella porta blindata col passepartout del piacere. Tolse le dita facendola sussultare e rientrò nell’intestino della donna per venire per la seconda volta dentro di lei e con lei.
Restarono così, svuotati, per un tempo indefinito, a riprendere le forze e ad assaporare il momento, il sale del mare e del sudore, la sabbia e la pelle d’oca data dal godimento fisico e della brezza della notte.
Si salutarono; un ultimo bacio casto chiuse il loro incontro e Manuela pensò soltanto che le restava un ultimo giorno di sole e le valigie da fare per il rientro. Era stanca ed appagata, libera da altri pensieri.

Durante il viaggio di ritorno Manuela guardava fuori dal finestrino e vagava nuovamente con i propri pensieri: d’un tratto si accorse che “tutto” era accaduto senza che aprisse quasi mai gli occhi: aveva in mente la faccia di Angelo solamente perché lo aveva visto prima di lasciarsi invadere dagli istinti di quella folle notte; aveva condiviso respiri, spasmi, piacere e dolore, contrazioni, costrizioni ed emozioni soltanto con i dettagli del corpo di un ragazzo, brandelli irregolari di un collage che, messi insieme, davano all’immagine complessiva di quella serata l’aspetto di un quadro impressionista.

Aveva vissuto di sensazioni ed il ricordo era uguale a quello sbiadito di un sogno, ma una cosa lo rendeva unico ed eccitante: la consapevolezza che era tutto accaduto veramente ed avrebbe fatto parte di lei per sempre, aggiungendosi alle tante Manuele che costruivano la sua personalità.