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Ti piace la cucina piccante
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Titolo:
Ti piace la cucina piccante |
Autore:
GoldenSword |
Contatto:
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Racconto
n° 1281 |
Altri
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TI PIACE LA CUCINA PICCANTE?
-Pronto ciao sono io… Cosa fai? Senti, ti va di mangiare messicano stasera? Come hai già mangiato? Ma sono solo le sette? Allora studierò. Ci sentiamo domani ciao. – Vidi per caso l’insegna della mia parrucchiera ancora illuminata. -Aspetta, se la parrucchiera è ancora aperta mi faccio tagliare i capelli. - Parcheggiai e con passo rapido mi infilai nel negozio. -Ciao Cristina. Sono ancora in tempo per un taglio di capelli? - -Ciao, sei un poco al limite con l’orario, ma per te faccio una eccezione. - Richiusi la porta dietro me e mi sedetti sulla poltrona. - Generalmente senza appuntamento dopo le sette e un quarto non prendo più nessuno, ma tu già vieni di rado. E poi guarda come li hai quei capelli. Potrei farci un cuscino con tutta quella lana. - Sorrisi. Effettivamente aveva ragione. O Forse no, ma con quel sorriso e quelle labbra le avrei dato ragione comunque. Aveva labbra carnose ma non troppo e quando rideva si allargavano da parte a parte del viso in modo generoso, leggermente verso l’alto ma mai troppo. Si, rideva in modo composto ma con una sua sensualità. Ai lati della bocca poi il labbro superiore si univa con quello inferiore dividendosi in due pieghe della pelle sottili che scomparivano subito quando il labbro inferiore prendeva consistenza trasformandosi in un rosso profilo di piacere. I capelli, rossi, lunghi erano raccolti in una lunga coda che cadeva sulla schiena. Era rossa, non so se fosse rosso vero o tinto, non avevo mai avuto il coraggio di chiederglielo, a me piaceva rossa e basta. Gli occhi erano piccoli ma vivi e vibranti incastonati in un volto dai lineamenti sfuggenti ma con un mento pronunciato. Non era molto alta, forse come me. Del suo corpo ancora non sapevo niente. Avendola sempre vista in tenuta da lavoro, con camice largo e scarpe da ginnastica, potevo solo fantasticare sulla piega che assumeva il camice all’altezza del seno. I nostri rapporti erano quasi di amicizia, avevamo parlato molto in questi anni mentre i miei capelli cadevano sul pavimento. -Vieni. - Mi disse e mi introdusse nella stanza sul retro in cui si lavano i capelli. Mi fece accomodare sulla sedia, aprì il rubinetto e cominciò a lavarmi la testa. Adoro lo Shampoo. -Va bene l’acqua? - - Va benissimo. - La sua mano bagnata mi sfiorò la fronte e cominciò ad insaponarmi. Sentivo le sue dita lottare con i mie capelli per toccare la pelle sottostante. Le dita ebbero la meglio e cominciò il massaggio. Contraeva le dita senza ritmo, prima velocemente sui lati poi lentamente sopra. Con intensità diversa maltrattava la pelle. Sentivo le sue dita affondate nella mia testa quasi a toccare i miei pensieri, sentivo la pelle che sotto le sue dita si contraeva e raggrinziva, si stirava e si aggrappava avanti e indietro, avanti e indietro. A testa riversa all’indietro chiusi gli occhi e mi sembrò di averla tutta attorno, mentre tirava e grattava i pruriti dei mie pruriginosi capelli imprudenti nell’opporsi a cotanta precisa sapienza. Ad un tratto la sentì staccarsi da me e dirigersi via, aprì gli occhi e la vidi chiudere a chiave la porta e spegnere le luci della vetrata. Poi si girò lentamente e nella penombra si sciolse i capelli che esplosero lasciandosi attraversare da un raggio di luce prima di ricadere irrequieti sulle spalle. Si aprì un bottone del camice e si diresse verso di me accarezzando l’aria con i capelli. -Scusa ma non voglio che entri più nessuno per farsi tagliare i capelli. - -Come ho fatto io? - -Proprio. - Mi sorrise guardandomi furtivamente le labbra e mi passo la mano, accarezzandomi la fronte, sugli occhi chiudendomeli e disse: - Non vorrei vederti con gli occhi arrossati. - -Per averti guardato troppo? - Risposi. -Non credo di fare questo effetto. - -La bellezza ha effetti strani, soprattutto quando è così vicina. - Non rispose ma la sentì affondare con decisione le mani sulle tempie tirando con decisione la pelle. I suoi polpastrelli ora mi accarezzavano ora mi aggredivano allargandosi e ritraendosi mentre la schiuma scivolava leggera fra le sue dita e me. Massaggiava la mia testa accarezzandola e graffiandola. Era come se stesse facendo la stessa cosa al mio corpo, come se stesse giocando con il mio corpo invece che con capelli. Affondata, aggrappata, ai mie pensieri attraverso i capelli. Il labile confine della pelle non poteva certamente ostacolare il flusso di emozioni che mi stava trasmettendo. D’improvviso l’acqua. Fredda che ghiacciò tutto. Aprì gli occhi. -Scusa, scusa - Disse, armeggiando con il rubinetto. E poi accarezzandomi di nuovo la fronte disse: - Non ho ancora preso la mano a questo rubinetto nuovo, ieri ho scottato un cliente. - Riemersi malamente da quel torpore, eccitato e lavato. Mi fece sedere sulla poltrona davanti allo specchio. I suoi capelli lunghi seguivano ogni suo movimento creando uno strano gioco di luci ed ombre. Fuori stava calando la notte. Nel salone era già calata e noi eravamo illuminati da un faretto che tagliava di traverso la penombra che presto sarebbe diventata buio. Mi mise la mantellina, impugnò la forbice e cominciò a tagliare. Si muoveva lenta, rallentata, i suoi gesti sicuri mi sfioravano la testa e le orecchie. Ogni tanto si portava una mano in volto per tirare i capelli da un lato, e così facendo mi guardava negli occhi. Occhiate rapide ma violente che si facevano sempre più frequenti mentre i mie capelli cadevano sul pavimento e la notte ci avvolgeva lasciandoci soli sotto il lenzuolo di luce del faretto. L’apertura nel camice si fece più ampia, prima due, poi tre bottoni si arresero alle sue dita. Cominciavo ad intravedere della biancheria intima, nera, affacciarsi dal camice mentre lei chinata su di me era talmente vicina da sentire il calore del suo respiro. Sentivo l’eccitazione in me salire e sentivo la sua sempre più avvolgente man mano che lo strato di capelli si assottigliava e la pelle si avvicinava alle sue dita. Mi toccò le orecchie per tagliarmi i capelli attorno ad esse. Le accarezzó, le stropicció, ci soffiò sopra un poco del suo respiro caldo per far volare via qualche ciocca di capelli e togliermi il mio di respiro. Le sue evoluzioni attorno a me si facevano sempre più vicine quasi come se cercasse un punto dove atterrare per sfuggire alla tempesta di emozioni che era in atto. In silenzio. Senza un rumore. I nostri corpi cominciarono a parlarsi. Prima con sguardi, poi con sorrisi poi con il contatto delle sue dita sulla mia testa. Quando lei aprì due bottoni dal basso del camice per chinarsi spiai altra biancheria, nera, ma fu lei che voleva che guardassi e me lo disse con uno sguardo appena si volto alzandosi. La tensione aumentò. Lei d’un tratto si sedette sulle mie gambe. -Abbiamo finito, rilaviamo? - Mi disse. -Come vuoi. - Ero inghiottito dal suo sguardo così vicino, dal suo seno che ora potevo vedere distintamente ingabbiato in un reggiseno nero. I suoi capelli rossi ci avvolgevano completamente, non li vedevo ma potevo sentirli sul mio collo, sulle mie spalle. Scese dalla poltrona e vidi i suoi capelli lasciarsi strappare via da me infrangendosi nella scia di luce del faretto con un volo morbido e sicuro quasi fossero immersi in un liquido. - Vieni che ti lavo. - Mi sedetti e lei mi lavò nuovamente. L’atmosfera di poco prima si era dissolta. Eravamo di nuovo lontani. Oppure no? Lei riprese ad accarezzarmi la testa. Mi resi conto di avere una mano vicino alle sue gambe. Le sfiorai un polpaccio. Le accarezzai un polpaccio. Cominciai lentamente a trattare la sua gamba sinistra come lei faceva con la mia testa in una sorta di cortocircuito erotico. Le scivolai fino alle mutande, le sentii umide, e contorcendomi vinsi ogni loro resistenza. Lei continuò a lavarmi come se niente fosse ma quando le aprii il sorriso ed andai oltre si fermó. Si fermò e incominciò ad ancheggiare, lentamente. Sentii aumentarle il battito cardiaco ed il respiro. Si apri completamente il camice che cadde per terra. D’un tratto il respiro le si fece più affannoso e con le mani scese fino alle mie togliendomele da li. Mi venne davanti e mi schizzò con dell’acqua. Riaprì gli occhi. Bella, con i capelli rossi fluenti sul collo e sulla schiena, con della biancheria intima nera che incorniciava perfettamente le sue forme, magre ma sensualmente sudate. Sorrise e mi assaggiò. Mi baciò profondamente mentre mi slacciava i pantaloni. Sfilò la camicia e con la bocca scese dal mio collo fino alle mutande che, stanche, cedettero subito il loro contenuto alle labbra di lei. Affondai subito nella sua bocca. Mi succhiò, mi morse e mi leccò fino a che non mi alzai ed alzandola con me la sedetti sul tavolino appoggiato al muro davanti a noi, le sfilai il reggiseno e le mutande scoprendo che era veramente rossa. I capezzoli erano piccolo ma ruvidi. Il pelo pubico rosso e rado mi schiuse le sue labbra sottili ed umide che accolsero morbidamente il mio parlar d’amore. Le sue mani spingevano la mia testa contro il suo pube mentre il suo respiro da affannoso diventava gemito. Mi tirò i capelli alzandomi. Misi dentro di lei tutta la mia passione e la baciai profondamente. Il movimento sussultorio faceva sbattere le bottiglie sul muro, ed i suoi gemiti si facevano sempre più frequenti. Il silenzio immacolato era ora rotto dalla musica della passione. Musica che divenne esplosione nella contrazione di due corpi che diventano assoluto per un attimo. Musica che divenne piacere nella contrazione di due corpi che si scambiamo piacere. Musica che divenne orgasmo nell’assoluto della passione. Eravamo sudati, con i suoi capelli ovunque. Lei respirava ancora affannosamente. Mi guardò, mi baciò e mi staccò da lei. Rimase li seduta sul tavolo a gambe aperte, nuda solo con le scarpe da ginnastica ed i calzini per un poco. Il respiro si faceva normale, mentre gli occhi erano ancora socchiusi. -Ho fame. - Disse con i capelli ancora sul seno. -Mangiamo assieme? - -Ti piace la cucina piccante? - Lei alzò lo sguardo. -La adoro! -
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