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Zia Marta
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Titolo:
Zia Marta |
Autore:
Mjc |
Contatto:
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Racconto
n° 1290 |
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ZIA MARTA
I suoi occhi tentarono di abituarsi ai raggi del sole che dalle fessure delle persiane cercavano un varco sempre più ampio per inondare di luce tutto l’ambiente. Valentina strizzò gli occhi e con una mano, ancora umida, si scostò i capelli bagnati finiti sulla fronte. I suoi capelli erano belli, glielo dicevano sempre tutti. Neri, tanti, lunghi e mossi, un dono ereditario di s a mamma e prima ancora di sua nonna, verace barese dei primi del ‘900. Ma della passione appena espressa in quella piscina ancora chiusa al pubblico e alle nuotate allegre, alle risate, alla musica di un’estate di città, Valentina ne era certa, doveva ringraziare la buon’anima della zia Marta, l’unica donna di un paese del caldo sud d’Italia del secolo scorso capace di portare avanti una gravidanza senza marito a testa alta solo per il gusto di aver voluto fare sesso quando e con chi più le faceva gusto. Una leggera brezza, arrivando forse dalle finestre del locale docce, le increspò la pelle su tutto corpo in un ritmato e veloce domino di onde invisibili, lì dove l’asciugamano non arriva. Valentina non era una di quelle donne magre, belle, con le gambe chilometriche che ormai campeggiano ovunque in una società, questa moderna, in qui l’effimero, il superficiale e l’apparenza sono i padroni delle vite di tutti. I suoi fianchi, i suoi seni, le sue gambe avevano una buona dose di calde curve, morbide e sinuose di allegra pinguedine ormai radicata da anni, tanto allegra da non aver nessuna voglia di lasciarsi buttare via! E ormai Valentina si era arresa: le diete, la palestra, l’estetista erano cose che appartenevano alle ventenni, continuava a dirsi da tempo. I suoi trentatré anni reclamavano ritmi più lenti, più teneri, più dolci. Meglio la piscina. Era lì che aveva cominciato ad andare un mese fa. Ed era lì che Marco era entrato nella sua vita. Il classico belloccio muscoloso, bagnino di professione, studente tremendamente fuori corso nel tempo libero. Con la sua altezza, i suoi capelli neri e gli occhi ancor più scuri, color del carbone, i modi gentili e cortesi di chi è sicuro del proprio fascino e delle proprie conquiste, i primi tempi le faceva soggezione, lei si sentiva sgraziata fuori dall’acqua, il timore di quel maledetto rotolino che scappava fuori dai bordi del costume (rigorosamente intero e nero, non sia mai!) la inibiva ogni volta. Ma non in acqua: lì tutto cambiava, lei diventava la padrona di quell’ambiente, ad ogni bracciata lo dominava, ne prendeva possesso ad ogni tuffo, rimanendo avvolta nell’acqua senza respirare sempre più a lungo, lì sotto, dove tutto il mondo spariva e i rumori erano echi lontani e indistinti. Così si sono conosciuti, Valentina e Marco. E ora lei era lì, in piedi nella semi oscurità di una piscina comunale, a tentare di coprirsi con un asciugamano troppo piccolo per le sue tonde forme, il costume nero che galleggiava nell’acqua lenta, azzurra, quasi a ricordarle quel che era stato solo pochi minuti prima e poi lui, sorriso negli occhi, occhi su di lei. Quel pomeriggio aveva deciso in un attimo di non tornare a casa dopo il lavoro, ma di andare direttamente in piscina a riprendersi la borsa lasciata lì il giorno prima. Sapeva che non ci sarebbe stato nessuno, i corsi iniziavano molto più tardi, la sera. Era entrata nello spogliatoio delle donne e lo aveva trovato invitante, nel suo silenzio che sapeva di caldo umido e del legno delle passerelle. Uno sguardo alla piscina le aveva fatto venire un brivido di trasgressione, l’idea di fare un bagno senza che nessuno la scoprisse l’aveva eccitata, per un attimo il pensiero l'aveva fatta fremere tutta, poi il ricordo del costume rimasto bagnato nella borsa aveva preso il sopravvento, e con una smorfia di insoddisfatto piacere aveva rinunciato all’idea. Marco era lì, nelle docce e al suo passo felpato e timoroso si affacciava e le lanciava un ciao allegro e coinvolgente. Per un attimo il cuore di Valentina ebbe un tonfo, quel saluto risuonava come un allarme per i suoi pensieri scabrosi, poi un sorriso di falsa normalità le illuminò il volto e rispose ai due occhi neri lucenti e furbi di lui. I pensieri si accavallarono nella sua mente, uno strano timore l’assalì, il suo volto si fece rosso e non solo per la temperatura del locale. Valentina, segretaria tutta dettagli, precisione e serietà, era di fronte ad un uomo in costume da bagno dentro le docce di uno spogliatoio femminile deserto di una piscina comunale alle cinque del pomeriggio di un giorno qualsiasi: la zia Marta, un piccolo gene in un recondito recesso del suo DNA, le urlava di vivere una cosa che per lei fino a quel momento era sempre apparso impensabile, un’avventura! Marco sembrò accorgersi del suo turbamento e, convinto com’era di se stesso, le si avvicinò e, intuendo i suoi pensieri, le porse un costume, il suo costume, perfettamente asciutto. Le parole lasciarono il passo agli sguardi, nulla più era un dubbio, in quei lunghi istanti. Fu un attimo. Valentina prese il suo costume ed il suo rossore e corse nelle docce a cambiarsi. Non fece caso a dove finirono i suoi vestiti e le sue scarpe, non volle lasciare alla mente il tempo di riflettere perché lo sapeva, se così fosse stato tutto sarebbe svanito, e in lei sarebbe rimasta solo una sensazione, la più amara, di non aver avuto il coraggio di vivere quel momento per come era. Quando tornò nello spogliatoio Marco non c’era più, in lontananza un leggero rumore di sciabordio l’attirò verso la piscina. Con il cuore in tumulto si avvicinò al bordo e guardò giù: Marco stava nuotando tranquillo, completamente nudo, e i suoi muscoli entravano ed uscivano dall’acqua perfettamente lucidi ed abbronzati, tesi a formare morbide curve sulle gambe, sui glutei, sulla schiena, fino alle spalle. La mente di Valentina per un attimo ebbe un guizzo di serietà, avrebbe voluto spingerla via, tornare alla macchina e poi a casa così, senza neanche riprendere i vestiti, ma i piedi non risposero. La volontà di rimanere si rafforzò quando Marco si fermò vicino alla scaletta e la guardò, faccia impietrita e con un lampo di desiderio negli occhi. In un istante i conti fatti in tutti quegli anni con il suo aspetto fisico si frantumarono in quegli occhi, che la fecero sentire attesa, desiderata, e Valentina buttò alle spalle ogni timore, ogni vergogna, ogni senso, ogni cosa. L’acqua era calda, avvolgente ma la fece comunque rabbrividire, e quando Marco le si avvicinò sfiorandole le gambe con il suo membro ormai turgido Valentina perse completamente il controllo di tutto. Le loro bocche si cercarono con affanno, quasi a ritrovarsi dopo anni di lontananza, le lingue, quando finalmente trovarono un varco si avvolsero tra di loro, in baci caldi, completi, senza fiato. Valentina lottò per un attimo con il costume e la necessità di riprendere fiato da quei baci, da quella passione, ma la paura che tutto finisse le impose di non fermarsi. Il mondo era lì, intero, l’universo era lì, con loro, nulla aveva un suo reale spazio in quei momenti. Marco dimostrò tutta la sua bravura di maschio conquistatore sollevandola e facendola mettere cavalcioni sui suoi fianchi. Il sesso di Valentina era talmente umido e fremente che il membro di lui non faticò ad entrare. L’amplesso fu profondo, completo, avvolgente e di una passione senza limiti. Non c’era il pensiero del dopo, non c’era il senso del peccato, solo il piacere che montava dai loro ventri e che si nutriva dei loro baci, delle loro carezze, dei loro stessi corpi che ora, nella foga, agitavano l’acqua con molta più forza, facendola uscire dai bordi della piscina, rendendo il pavimento fradicio. Erano fradici anche loro, il sudore si mischiava all’acqua, liquido nel liquido, ed era un attimo, lei sbattuta contro il bordo ruvido e freddo della piscina che le segnava la schiena nuda e lui su di lei, forte, possente, virile ed affamato del suo orgasmo e del suo stesso piacere raggiunsero l’apice insieme, senza fiato, senza rumore, solo una stretta forte, unica, indivisibile.
Una leggera brezza, arrivando forse dalle finestre del locale docce, le increspò la pelle su tutto corpo in un ritmato e veloce domino di onde invisibili, lì dove l’asciugamano non arriva. Valentina non era una di quelle donne magre, belle, con le gambe chilometriche che ormai campeggiavano ovunque, ma in quel preciso momento, a guardare gli occhi color del carbone di quel maschio, il ricordo le tornò all’opulenta e allegra zia Marta, così come se la ricordava nei quadri del nonno appesi a casa dei suoi, e si rallegrò di quel piccolo gene nascosto in un angolo recondito del suo DNA.
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