|
|
|
Varvara
|
|
|
Titolo:
Varvara |
Autore:
Landosio |
Contatto:
|
Racconto
n° 1383 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
|
|
VARVARA
Prologo
Varva veniva chiamata dal conte Vranitskj. Varva nei rari momenti in cui lei concedeva pomeriggi di schiavitù alla sensualità raffinata e dolce che il conte le offriva. Un legame indecifrabile, ma che nessuno dei due aveva cercato di interrompere.
L’incontro era avvenuto durante un ballo mascherato nella dimora di San Pietroburgo del Principe V. Stordita nei sensi dalla musica e dai balli, Varvara si era appoggiata languidamente ad una colonna, forse trasognata nell’atmosfera misteriosa della serata. Ad un tratto, era avvenuto un incontro di occhi con un uomo maturo che la fissava con sguardi sensuali. Le chiese un ballo. Varvara intrecciò le sue diafane, sottili e lunghe dita al costume di lui. Non parlarono mai, bastava il gioco degli occhi. Ad ora tarda, mentre Varvara cercava di raggiungere la sua carrozza, fu raggiunta dal conte che si offrì di accompagnarla. La voce di lui era intensa e sicura. Non seppe dire di no. Girovagarono a lungo, nella notte in cui principiava la neve. Le mani di lui percorsero il suo viso e i capelli. Poi furono più audaci. Varvara lasciò che esplorassero il suo corpo. “Voi sarete la mia schiava…” si sentì dire. E quelle parole furono sempre il segnale dei loro incontri.
Perché così fu. Schiava e dominatrice nel contempo. Un patto senza segreti alla scoperta di una profonda sensualità. Solo uomo e donna. Senza inganni e illusioni.
Un incontro
Varvara ricevette un biglietto al mattino presto. Un servitore del conte attese a lungo la risposta.
“Grazie per le tue parole. Ma è stato un risveglio solitario… senza tè e il tuo sapore di cioccolato amaro ma non troppo, quasi salato… ho ancora sulla pelle le tue mani. Baciami ancora e dimmi ancora cosa ti piace di me. Sogna una danza magica nella sala dove gli altri non esistevano più. Ascolta la musica, questo valzer che non ha fine… penso alle mie labbra su di te, i miei capelli sciolti che coprono il tuo desiderio... Immaginami. Pensami distesa nel mio letto. Puoi sfiorarmi la schiena, se vuoi, e darmi un bacio intenso sul collo. E poi cercami… Dimmi ancora quanta voglia hai di me…”
Richiuse la busta, al fondo angosciata di non poter dare anche le immagini che erano passate davanti alla sua mente. Solo aveva lasciato dei segni di matita a indicare la nostalgia che l’aveva presa.
Il conte ricevette la lettera ma fu costretto a posporre la lettura. Passò un pomeriggio inquieto. Il pensiero di Varvara si era insinuato nella sua mente all’inizio come un gioco. Una delle molte donne che avevano allietato la sua esistenza, tra gli affari e i piaceri della capitale. Aveva avuto molte amanti, giovani e no. Questa volta c’era un groviglio che non riusciva a spiegare. Un intrico di pensieri che lo portavano a inventare un viaggio di sottile sensualità. Alla scoperta di un desiderio che si era fissato nelle parole. Rivide Varvara nella serata, nella casa della Principessa G. che riceveva al giovedì sera. Contornata da giovani ufficiali, appariva distratta o forse solo fingeva per celare il fuoco che le saliva dentro. Incrociandola quasi casualmente, le diede un biglietto. “Questa notte, potrai pensarmi mentre ti porto a scoprire nuovi giochi. Immagina la nostra caccia della preda nascosta……”
Le parole non erano chiare. E nemmeno proponevano un incontro. Fu presa da un poco di tremore. Aveva molto sperato perché si trovavano, in quel tempo della loro storia, ancora sulla soglia delle scoperte… e in lei era caduta un’ansia di correre e quasi bruciare in fretta tutto il desiderio.
Si coricò tardi, e a lungo ebbe modo di pensare al tempo della notte trascorsa. Dopo molti pensieri, il desiderio divenne prepotente. Le sue diafane e lunghe dita cominciarono a cercarsi, dove tra le sue gambe si celava il calice dei suoi sapori. Prese ad accarezzarsi lieve, e poi più intense le sue dita corsero a sfiorare e poi premere e poi entrare dentro le sue labbra. Chiuse gli occhi. E cominciò a percorrere il vento che si avvicinava sempre più forte.
Il gioco dei nomi
Vranitskj dovette lasciare San Pietroburgo, la città dei canali, all’arrivo della primavera, per recarsi nella sua grande tenuta nel sud, dove il sole offriva abbondanti raccolti e delizie impagabili e introvabili nella capitale dell’impero.
Disponeva di una grande casa, con uno stuolo di servitori che conducevano le sue proprietà. Il viaggio, sul battello prima, e poi in carrozza, era stato estenuante per la noia e lo sfinimento della mancanza di interesse. “Forse avrei fatto miglior cosa a condurre Varva con me……” si disse durante una sosta in una stazione di posta. Servizievole e ruffiano l’oste cercava in ogni modo di distrarre l’ospite importante. Cercò anche di fargli trovare una ragazza circassa per la notte, ma il conte non aveva la mente libera per il solito gioco delle taverne. Prese a scrivere una lunga lettera, che qui appare solo in parte: "E come mi annoia questo viaggio, di necessità per controllare le mie proprietà, e forse avrei meglio condotto le cose se anche Voi foste stata con me… sarò condannato alla noia in mezzo a una popolazione rozza e alla mancanza di una società civile degna di questo nome, tra padri ansiosi e madri pronte ad infilarmi nel letto le figlie con la speranza di un matrimonio. Mi mancherà la Vostra raffinata presenza, i vostri giochi sofisticati,le vostre ciglia...”
Varvara ricevette la lettera e fu stupita del tono che contraddiceva il modo con cui il conte si conduceva con lei: a volte appariva distante, ma era solo un’illusione perché presto la incalzava e stringeva, forse solo preso dal riemergere nel ricordo di situazioni e corpi che aveva sete di rammentare. Rispose poche righe alla lunga lettera: “Non so quale gioco potrete ancora inventare per evitare il mio rimprovero per avermi abbandonata alla noia dei pomeriggi della campagna dove mi sono rifugiata e delle notti in cui vorrei gridare il desiderio di voi…” Aveva preso a disegnare in fogli segreti i sogni che le colpivano la mente. Sogni ossessivi che la lasciavano al mattino quasi intontita e pigra al risveglio. Uno di questi mise in bella copia e prese a mettere in colore di acquarello.
Questa fantasia decise di mandare, appena pronta, in un plico protetto e con il solo sigillo che lui le aveva donato.
Dopo alcuni giorni ricevette una nuova lettera, sempre di molti fogli, in cui il conte rinnovava il gioco del VOI, forse così segnando la lontananza che impediva l’abituale mancanza di schermo alle loro parole: nude parole come nudo il loro corpo. “Arrivato alla villa, penso a quanto sia vuota di Voi e mi è corso il pensiero di trovare un modo di scriverVi, per avervi presente. E il gioco che Vi propongo è quello di inventare un racconto, che avviene come se fosse vero, dei nostri incontri e dei sogni e desideri che accompagnano la vostra attesa. E se un gioco di racconto vi deve essere, occorre che diamo dei nomi ai personaggi di questa storia, e mi sono rammentato di un romanzo libertino del Diderot: "Les joieaux indiscrets". E ho pensato (non pensatemi sfacciato e indiscreto) che per prima cosa dovessimo dare un nome alle parti di noi che tanto ci attirano e così anche i nomi a ciò che inventiamo a dilettarci…
E ho tratto ispirazione da un testo arabo che ho ritrovato nella mia casa, e alla magia dei suoni delle parole di quella lingua, sinuosi e pieni di afrori del deserto e del verde nascosto, e Vi voglio proporre che d’ora in poi cercheremo di chiamare il vostro luogo nascosto con il nome di AHISHA che profuma di notte argentata sul deserto, suggerendo a voi di chiamare invece ZAHIR, che significa quello che non si dimentica, il servitore dei Vostri desideri...”
E accompagnò con una riproduzione di un dipinto, l’incontro tra AHISHA e ZAHIR, all’ombra discreta di una tenda, durante una notte invasa dal silenzio degli uomini ma dal suono delle stelle.
|
|
|
|