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L'Addio
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Titolo:
L'Addio |
Autore:
Granchio |
Contatto:
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Racconto
n° 1410 |
Altri
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L’addio
Il viaggio in treno mi stava stancando, in fin dei conti sette ore per andare da Torino a Roma non sono uno scherzo, ma comunque mi ero premunito, lettore mp3 portatile, rivista di moto, acqua, ogni tanto tra un sms e l’altro facevo due passi e il tempo passava rapidamente. Non vedevo l’ora di arrivare, di rincontrare la mia piccola. Già, per me anche se lei aveva 27 anni è sempre stata la mia piccola, una piccola ribelle, ma obbediente quando necessario. Ricordo ancora le sue prime parole quando ci siamo conosciuti in chat: ”Sei una slave?” E lei mi rispose: “Forse... ma comunque solo a letto.” Aveva ragione. Ultimamente eravamo un po’ in crisi, lei mi aveva detto di voler chiudere, che non ce la faceva più a sopportare la distanza, che era troppo innamorata e che non riusciva a sopportare il fatto di dovermi dividere con un’altra. Considerato che era da aprile che non ci vedevamo speravo proprio che stavolta avremmo chiarito tutte le cose in sospeso. Tre mesi senza vedersi non sono poi proprio pochi in fin dei conti. Gli ultimi suoi sms però lasciavano ben sperare, sapeva bene come stuzzicarmi. Era da quando le avevo detto che sarei andato a Roma apposta per lei che continuava a dirmi che non sarei stato capace di prenderla con violenza. E più le dicevo che le avrei strappato i vestiti di dosso non appena l’avessi vista, sbattendola poi sul letto e scopandola con forza, e più lei diceva apposta che non lo avrei mai fatto, che non ne ero capace. Ero eccitatissimo stavolta, non vedevo l’ora di averla tra le braccia. Il treno stava rallentando, Roma Termini, ultimo suo sms: “Vai in albergo e poi chiamami”. Uscii e presi il taxi, dopo dieci minuti ero in stanza, l’albergo naturalmente vicino a casa sua. La chiamai: “Ciao piccola, sono arrivato, tu che fai?” E lei: “Senti, ora devo finire una cosa ma alle 18 fatti trovare sotto casa mia, mi accompagni al lavoro e poi stasera ceniamo insieme, ok?” Le risposi di sì, ero contentissimo. Due minuti, il cellulare vibrò di nuovo: “Ciccia si è svegliata... batte... a dopo”. Non le risposi, mi feci una doccia, mi preparai e uscii, ormai era ora. Stupenda ai miei occhi, un bacio veloce con le labbra appena appoggiate e via in macchina. Un breve tragitto, parlammo delle solite cose, com’era andato il viaggio, come si stava, e poi la solita frase e i soliti discorsi dell’ultimo periodo. “Dobbiamo chiudere” continuava a dirmi “Stasera discuteremo”. Arrivati, la salutai con un bacio e tornai in albergo. Il vederla mi aveva caricato come una molla, l’eccitazione era palese, mi ero persino bagnato, già pregustavo come sottometterla dopo averla presa di forza, l’avrei legata, bendata e stesa sul letto, e poi seduto accanto a lei avrei giocato col suo corpo. Per ore, e poi avremmo scopato, mi mancava la sua eccitazione, il suo bagnarsi così tanto, i suoi seni e i suoi capezzoli tra le mie mani, le calde pareti della sua vagina intorno al mio pene. Non vedevo l’ora. Alle 21 ci trovammo al ristorante, cena veloce, i suoi discorsi sempre sul fatto di chiudere, mentre cercavo di convincerla mi accorgevo sempre più che forse stava finendo davvero tutto. I miei occhi si fecero lucidi. Salimmo in macchina, dopo pochi metri la fermò, si slacciò la cintura di sicurezza, lo feci anche io. Ci guardammo negli occhi, le presi la nuca e l’avvicinai a me, non oppose resistenza, appoggiai le labbra alle sue ci baciammo. Le lingue di entrambi entravano ed uscivano, cercado i sapori e gli umori dell’altro. Avevano sete, erano avide di sensazioni, in quel lungo interminabile bacio c’era tutto, la cera calda sul corpo, le bende sugli occhi, il ghiaccio sui capezzoli, le mollette, i nodi, tutto il nostro rapporto di otto mesi. Avvertii un gonfiore sotto, il suo odore di femmina traspariva dai pantaloni di lino. Il bacio continuò a lungo, la sensazione era di avere le sue labbra non solo sulle mie, ma dappertutto, sul petto e sul glande ormai gonfio. Il bacio finì, la guardai negli occhi e le dissi di tornare in albergo. La strada scorreva veloce, speravo di arrivare in un lampo, l’eccitazione era altissima, il pene era duro, gonfio, bramava la sua pelle, i suoi caldi umori. Arrivati, spense la macchina e mi guardò: “Non salgo mi spiace”, mi disse. Il mondo mi crollò addosso. Capii che era davvero finita… Piangendo scesi dall’auto, e le chiesi: “Ci sentiamo domani?” “No, per un pò è meglio di no e sai il motivo...”, rispose. Riaccese l’auto e scappò via. Salii in stanza. Un sms: “Ti ho amato tanto, mi hai fatto stare veramente bene ma soffro troppo, non ti dimenticherò mai." “Addio piccola, mi mancherai” le risposi. Il mio cuore ora è vuoto, non ho perso una slave, ho perso la mia Piccola.
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