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Vorrei parlarti di Giusy
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Titolo: Vorrei parlarti di Giusy
Autore: Rofos
Contatto:
Racconto n° 1430
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Vorrei parlarti di Giusy.
L’ho conosciuta che avevamo 10 anni. Piccola, veramente minuta, un sorriso solare, un bellissimo casco di riccioli corvini, due bellissimi occhi neri ed uno sguardo che mostrava la sua vivace intelligenza.
Passavamo le giornate assieme a giocare e litigare, più litigare ad onor del vero.
Tutti gli altri bambini mi riconoscevano una certa leadership all’interno del gruppo, lei no, lei non era seconda a nessuno.
Nei pomeriggi d’estate distesi sotto i pini del giardino o sotto i mandorli della campagna circostante ci scambiavamo i libri da leggere. Gli altri leggevano quasi solo fumetti, noi no.
Quando arrivò l’adolescenza tutti si aspettavano che lei si “calmasse un po'”, divenisse una “brava signorina”. A me sembrava che stesse diventando solo ogni giorno più bella. Io non riuscivo a capire cosa volessero tutti questi adulti da lei, perché criticassero l’indipendenza di questa intelligentissima fanciulla.
Sembrava che le signore del condominio avessero trovato motivo per animare i loro monotoni pomeriggi; Giusy è tornata a casa accompagnata da un ragazzo con la moto, Giusy ieri sera è tornata molto tardi, Giusy non porta mai la gonna ed altre amenità del genere.
Per me ogni cosa fatta da Giusy era la più naturale, insieme ci eravamo intrisi di libertà, prima Eminguey poi la beat generation. Quelle erano le nostre letture. Per me Giusy valeva Angela Davis.
Quando a 14 anni fu la prima ad avere la lambretta fui addirittura orgoglioso. Ero felice di vederla andare in moto. Ero tristissimo di non poterci andare anch'io, di non dividere con lei quei momenti; però continuavamo a litigare.
Abbiamo litigato sempre io e Giusy. Era l’unica persona che accettava qualsiasi confronto con me. Quando si discuteva di politica, be quelli erano gli anni dei rivoluzionari ragazzini, di tutti gli amici era solo lei a contraddirmi, solo lei a pormi questioni ed obbiezioni. Ma solo con lei, secondo me, valeva la pena di discutere. Solo lei aveva qualche cosa di intelligente da dire.
Poi avvenne la svolta; il suo grande amore. Giusy si innamorò perdutamente di un nostro caro amico. La cosa al momento mi rallegrò. Ero amico di ambedue e vederli felici scorazzare in moto mi doveva fare piacere. Pian piano però iniziai a vederla sempre meno.
Pian piano cominciai a capire.
I miei piccoli amori, che lei derideva affettuosamente, erano tutti dissolti. Mi rendevo conto di non poter fare a meno di lei. Dopo sei mesi la situazione si fece critica; non riuscivo quasi più a vederla. Lei ed il suo ragazzo non venivano più con la compagnia, avevano fatto una scelta radicale, uscivano sempre da soli. Andavano via in moto per tutto il pomeriggio e nessuno sapeva dove.
Io volevo solo vedere Giusy, guardare i suoi occhi, sentire la sua voce ridente prendermi in giro o criticare con forte ironia una mia affermazione.
Una notte di febbraio, avevo da poco compiuto i sedici anni, il cuore mi scoppiò, il dolore mi parve insopportabile.
Nonostante piovesse a dirotto rinunciai a prendere l’ultimo autobus per tornare a casa. Mi avviai, a mezzanotte, a piedi tra i campi. Cantavo a squarciagola tutte le canzoni che mi sembrava parlassero del mio amore. Del mio amore per Giusy.
Fu un anno nerissimo.
Al nostro liceo riscuotevo una certa popolarità ma la cosa mi consolava solo per poco tempo. Qualche ragazzina delle prime classi infatuata dal leader delle assemblee.
Erano gratificazioni da poco. Per alcuni momenti sperai di essermi innamorato; prima di Gianna, poi di Maria Grazia.
Non era così. Adesso anch’io avevo la moto e qualche ragazzina si faceva accompagnare a casa sperando forse in un mio interessamento. Io spesso cercavo di interessarmi; poi rinunciavo. Mi sembrava di dovermi accontentare di troppo poco. Giusy obbiettivamente era altra cosa.
Incontrandola nel cortile del liceo con qualche ragazzina che mi abbracciava ero molto imbarazzato. Lei mi sfotteva, come sempre. In quegli anni il mio impegno politico era molto forte e gratificante. Stavo trasformando, insieme a pochi amici, un liceo tradizionalmente di destra, in “un punto di riferimento per la lotta democratica”. Organizzavo dibattiti in sostegno della lotta di liberazione dell’Angola, a favore di Pietro Valpreda e mille cose ancora. In quelle occasioni, a volte, Giusy veniva da sola, senza il suo ragazzo. Io inevitabilmente la notavo e mi sentivo sotto esame. Lo ero; finita la riunione lei si avvicinava e senza preamboli mi diceva quello che non andava dell’iniziativa. Io rispondevo per le rime; ma spesso sapevo che aveva ragione lei.
Poi arrivò l’estate della quarta liceo e successe qualcosa che non mi aspettavo. Una mattina Giusy mi telefonò, non era solita farlo, e mi chiese di incontrarla. Mi sembrò un po giù, non capivo ma mi precipitai. Dio, vedendola compresi che era successo qualcosa di grave.
Era stravolta dal dolore. Doveva aver pianto tantissimo. Mi venne incontro, mi abbracciò, singhiozzando mi disse “è finita, mi ha lasciata”. L’abbracciai, gli accarezzai i capelli, la coccolai e gli chiesi ”lui ti ha lasciata?” ed ad un suo cenno affermativo istintivamente risposi “è un imbecille”.
Era l’unica cosa di cui ero certo. Quel ragazzo aveva fatto tredici ed aveva perso la schedina. Era un vero imbecille.
In quei giorni divenni qualcosa che non immaginavo poter diventare; il suo riferimento. Scoprii tutta la stima che Giusy aveva di me. Mi elargiva complimenti e riconoscimenti “sei l’amico più importante che abbia mai avuto”, “di queste cose posso parlare solo con te”.
Io ero felice di starle vicino, di portarla in giro in moto; andavamo insieme al mare.
Si parlava sempre di lui. Lei lo amava disperatamente.
Io duro “gli spinelli gli hanno fuso il cervello”. Lei lo difendeva in qualche modo. Non riusciva a rinunciare a lui. Mi cominciai a chiedere se lei sapesse quanto l’amassi. Arrivai alla conclusione che aveva bisogno di me. Non potevo fare altro che starle vicino.
Fu un’estate disperatamente bella. Ero felice di quello che Giusy poteva darmi: una bellissima ed affettuosissima amicizia.
Ogni tanto la notte dopo averla accompagnata a casa andavo in giro disperato. Avevo bisogno di più ma non potevo avere di meno e lei aveva bisogno di me.
Mi sentivo prigioniero di questa situazione. La mattina l’andavo a prendere ed andavamo al mare. Vederla al sole era uno spettacolo. Era, per me, bellissima.
Mi piaceva osservare i suoi delicatissimi, piccoli piedi. Indugiavo lo sguardo, ostentando indifferenza sui piccoli seni. La desideravo in modo folle. Diamine le labbra, come ho desiderato baciarle.
A lei piaceva infilare le dita tra i miei lunghi riccioli neri; io rischiavo di svenire per l’emozione.
A ottobre alla riapertura della scuola io avevo da fare ancora la quinta, lei andò all’università. Restammo amici per molti anni. Altri giorni bellissimi li abbiamo passati a Londra. Lei scriveva la sua tesi di laurea, io cercavo, blandamente, di studiare inglese. Quando andò negli USA a studiare letteratura americana mi scriveva spesso. Ma non abbiamo più avuto una nostra estate.
Del perché non siamo più amici, parleremo un’altra volta.
Quella è una storia molto triste.