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Il profumo del deserto
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Titolo:
Il profumo del deserto |
Autore:
Veleno Dolce |
Contatto:
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Racconto
n° 1434 |
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Mancava esattamente un mese al vernissage di una mia mostra personale in Spagna, e dovevo ancora completare alcuni quadri che volevo esporre. Quel pomeriggio mi sentivo vagamente inquieta. Appena rientrata in casa sentii il bisogno di una bella doccia, per poi stare un po' tranquilla a riordinare le idee. Mi avvicinai alla segreteria telefonica per ascoltare se qualcuno aveva chiamato in mia assenza. Il nastro cominciò a scorrere: - Ciao Viola, ho cercato di mettermi in contatto con te per tutto il giorno ma non mi hai risposto, ricorda di mandarmi le diapositive per il catalogo di presentazione della prossima mostra in Spagna, sono necessarie anche le recensioni che i critici ti hanno fatto per le mostre precedenti, le recensioni corrette, aspetto una tua chiamata -. Dovevo procurare con urgenza quel materiale, i tempi diventavano tremendamente stretti. Avevo da ultimare due dipinti che intendevo esporre, la distribuzione degli inviti, le comunicazioni a qualche amico giornalista per le citazioni dell'evento su qualche giornale e in televisione. Insomma una bella gatta da pelare. La voce di un uomo fece sì che mi riconcentrassi sull'ascolto della segreteria telefonica: - Viola, scusami se ti chiamo, forse non ti ricordi di me... sono Alex, ci siamo incontrati circa quattro mesi fa a Roma, in occasione di quella collettiva a cui partecipasti presso l’ambasciata d'Austria, ricordi... dissi che apprezzavo molto il tuo stile, la tua pittura cosi vicina a quella di grandi maestri surrealisti, ti paragonai a Max Ernst... vorrei sapere quando potremo rivederci, sapere dei tuoi prossimi programmi artistici, vediamoci se ti và, il mio numero è... - Mandai avanti il nastro, ancora una chiamata: - Ciao, l'appuntamento per la separazione che hai preso dall'avvocato salta dal 15 al 20 dicembre -. Feci sveltamente una doccia ristoratrice, cercando di non pensare a nulla. Volevo porre una breve tregua al galoppare frenetico dei miei pensieri, che rischiavano di compromettere il mio già precario equilibrio psichico, non potevo crollare ora. La radio mandava una canzone degli U2, "Discotheque", che accompagnava i miei pensieri. Mi sembrava di assistere ad un dejà-vu... forse la scena di qualche film visto nelle notti nelle quali l'insonnia mi perseguitava, magari con la rivelazione di un nuovo soggetto per un nuovo dipinto. L'ispirazione per i miei lavori mi coglieva sopratutto di notte, spesso erano incubi dai quali mi risvegliavo con un tamburo nel petto, e la frenesia mi assaliva. Una risma di fogli, sempre pronta sul tecnigrafo, era oggetto dei miei furiosi assalti con pastelli giotto, pennarelli o inchiostri, ciò che mi capitava subito per le mani al fine di evitare che il ricordo svanisse. A tenermi compagnia in quelle notti di frenesia pittorica era una bottiglia di Jack-Daniel. Non che fossi un'ubriacona, ma un sorso di quel nettare aveva la capacità di rendere tutto più chiaro. La mia mano correva velocissima sui fogli, schizzi, appunti e quanto altro mi rendeva riconoscibile. Mi aspettava il percorso da seguire per mettere su tela il soggetto, ma quei bozzetti mi erano cari ancor più dell'opera finita, e a volte risultavano essere per me talmente completi, che il riportarli su una tela era una cosa del tutto inutile e quindi desistevo. Chiamai Carlo, gli chiesi di spostare tutte le mie attività artistiche. Un bel viaggio in Marocco, ecco quello che mi ci voleva. Il deserto con il suo silenzio, dune di sabbia, oasi e antichi villaggi, che si mimetizzano con i colori della terra: il giallo, l'ocra e il marrone. Castelli berberi, magnifici tramonti sulle dune di sabbia dell'Erg Chebbi. La casbah con i suoi tipici profumi, il thè alla menta e le sue spezie. Circondate da mura imponenti, con dentro la Medina, un dedalo di vie strette e tortuose, la Grande Moschea, il souk e l'hammam. Bianche spiagge lunghissime, e l'Atlante con le sue vette spesso innevate. Un immenso territorio di sabbia, abitata dal silenzio e dal vento, dove si respira un'aria magica. Arrivai a Marrakech che già era sera inoltrata: doccia, cena in camera e subito a letto. L'indomani sarei partita per il vero lungo viaggio alla scoperta del Sahara. Un autobus turistico mi sbarcò al limite di un deserto sassoso, dove avevo appuntamento con un berbero che mi avrebbe affittato un fuoristrada. Dopo quasi un'ora di mercanteggiamento con un francese non tanto perfetto riuscii a far capire all'autista che non avevo bisogno di lui. Mi serviva solo una cartina e il fuoristrada attrezzato per un'escursione di 3 giorni. Finalmente riuscii a partire. Andavo avanti secondo percorsi e tappe ben programmate. A poco poco, mentre il deserto diventava più pianeggiante, mi sentivo rapita dal fascino di quelle sabbie. Fin quando, superata una collina, mi resi conto di essermi persa. Presto mi accorsi con disappunto che ancora una volta non sapevo cosa fare. Mi trovai sola, dentro la mia jeep. Mi odiavo: questo viaggio dunque non faceva che ricondurmi verso i miei soliti dubbi, a cosa era servito arrivare così lontana? Salii sul fuoristrada e iniziai una folle corsa, in fuga non sapevo bene verso dove. Finita quell'assurda corsa, mi ritrovai a vagare in mezzo al deserto, esausta e sfinita. Il pianto irrompeva dal mio petto, lasciandomi svuotata finché mi addormentai dentro la jeep. Una mano sfiorò il mio viso, sentii un forte odore acre, aprii gli occhi: davanti a me un uomo, uno dei cosiddetti "Uomini Blu" o "Signori del deserto". Non parlava la mia lingua ma compresi i suoi gesti composti, intuii la sua virilità e il suo rispetto. Mi fece capire che il suo nome era "Imam" e che dovevo seguirlo fino all'accampamento della sua gente, decisi di assecondarlo. Arrivati al campo tendato, Imam mi aiutò a scendere dalla jeep. Mi venne incontro una graziosa giovane, dagli occhi verde oscuro, in mano un bicchiere di thè alla menta. Imam si girò verso la ragazza e le parlò in un dialetto berbero. La ragazza, presa la mia mano, mi condusse dentro una tenda. Rimasi incantata dall'austero arredamento che mi circondava: splendidi tappeti dai colori vivaci come pennellate, di una bellezza lancinante, con sopra dei cuscini screziati, e in un angolo un tavolino basso. La giovane donna iniziò a spogliarmi. Imam entrò nella tenda, si sedette per terra su dei cuscini. Ad un lieve suo movimento fu portato un recipiente pieno d'acqua. La ragazza cominciò a lavare il mio corpo e il contatto con l'acqua fredda mi provocò un forte sussulto. Cercai di sottrarmi, ma Imam mi fece segno di stare tranquilla, mentre da ogni centimetro della mia pelle, venivano tolti il sudore e i granelli di sabbia. Imam era davanti a me, sentivo i suoi occhi scivolare leggeri sul mio corpo, come se volesse accarezzarlo. La paura non mi aveva lasciato, e forse era proprio la paura, a rendere tutto cosi travolgente: iniziavo a provare piacere di quella situazione. Una seconda ragazza cominciò a percorrere il mio corpo con delle essenze profumate, mentre l'altra ragazza iniziava a vestirmi: mi mise la classica Djellahah dai colori blu intenso con varie sfumature, avvolsero la mia testa con il loro tipico copricapo, presero le mie mani e iniziarono a dipingerle con l'henné. Finita questa che io consideravo una sorta di purificazione, mi fecero sedere su dei cuscini. Ci portarono il cous-cous con pollo, cipolle e uva sultanina, e come d'usanza mangiai nello stesso piatto d’Imam. Le due ragazze aprirono una parte della tenda, in maniera che io potessi ammirare delle fantasie guerresche: uomini vestiti di blu, in groppa a cavalli bianchissimi di straordinaria bellezza, eseguivano acrobazie al galoppo, velocissimi, in sincronismo perfetto. Il ginocchio d’Imam sfiorò il mio, solo una o due volte, ma mi bastò quel contatto per far lavorare la mia fantasia. Egli avvicinò la sua mano alla mia caviglia e cominciò ad accarezzarla, con dei movimenti circolari. Feci un grosso respiro rimanendo immobile: lui mise attorno al collo del mio piede una cavigliera, ornata da piccoli campanellini. Mentre continuava ad accarezzarmi, io, eccitatissima, quasi ipnotizzata, mi sollevai la lunga veste e l'avvolsi intorno alla vita. Guardai il mio giovane berbero: mi sentivo dominata dal suo sguardo, m'infilai un dito in bocca, succhiandolo avidamente, allargai le gambe e cominciai a passarmelo là dove ero già fradicia. Decisi di farlo eccitare fino in fondo. Imam s'accorse del mio sguardo malizioso e sorrise. La sera scendeva lentamente su di noi quasi senza che ce n'accorgessimo. Si chinò a baciare il mio ginocchio, per poi risalire con la bocca lungo la coscia, lasciando tracce di saliva sul mio corpo. La sua bocca accarezzava la mia pelle liscia, le mie mani ancora dentro il mio sesso continuavano a muoversi freneticamente. Lo sentii prendere la mia mano e portarla sulla sua bocca, succhiando avidamente il mio miele. Il suo viso affondò nella mia rosa del deserto, con movimenti dolci, succhiava i miei umori. Misti alla sua saliva. Lo vidi con gli occhi chiusi, immerso ad assaporare ogni goccia del mio nettare. Le sue mani s'infilarono furtivamente sotto la mia veste, gli occhi gli rimasero fissi su quei capezzoli turgidi, sembravano che chiamassero delle dita a stuzzicarli, sentii le sue mani chiudersi sui miei seni, li palpava, li accarezzava e li strinse. Un misto di dolore e piacere invasero il mio corpo, il pollice e l'indice delle sue mani stringevano i miei capezzoli. Osservava come le gocce di sudore scorressero sul mio corpo, e si raccogliessero nel cespuglio nero tra le mie cosce. Usava la sua lingua come un piccolo pennello sul mio clitoride. Lasciai che prendesse tutto il mio piacere, il turbine di passione in cui ero immersa. Imam si sfilò la veste: aveva gli occhi scurissimi, ammalianti ed espressivi, un corpo di una bellezza straordinaria. Mi tolse la Djellaha e poggiò le sue labbra sulle mie. Risposi a quel bacio con molta passione. Sentivo spingere il suo pene contro il mio ventre, cominciai a toccarlo, ma lui tolse la mia mano dal suo corpo, sibilando parole nella sua lingua. Sensuale… il tocco leggero della sua mano si appoggiava sul mio viso lo spinse appena al indietro. Il suo dito che dalla fronte scendeva a disegnare il profilo del mio naso, poi il mento, la gola. Prese i miei polsi, e con una mossa veloce, li legò. La sua mano iniziò a scendere verso il mio sesso e a masturbarmi un po'. Scese tra le mie cosce, le dita si muovevano leggere, ridisegnando le mie labbra con i polpastrelli, pennellava il mio clitoride entrando piano dentro di me per bagnarsi nella mia fonte. Muoveva un dito lentamente, entrando e uscendo da me, secondo il tempo del mio respiro poi ne aggiunse un altro. Li tolse per portarseli alle labbra, mentre mi fissava e io mi perdevo nei suoi occhi. Si sdraiò sui cuscini, io gli montai sopra e abbassai il ventre verso quell’organo di piacere. Il primo contatto del glande dentro la mia figa fu paradisiaca. Lentamente e con cautela mi abbassai su quel sesso gonfio e durissimo. Cominciai a strofinarmi su di lui, sentivo quell’enorme cazzo, che m'infilava come una spada. Ero bagnatissima. Spinse piano il suo cazzo duro dentro la mia figa, dapprima dolcemente, come se volesse farmi capire quanto era grosso, poi sempre più forte. Sentivo il mio sesso scoppiare, mentre il suo sesso enorme mi violava. Non avevo mai provato dentro di me una cosa cosi grossa. Era estasi pura. Senza veli, indifesa legata, dominata, non potevo oppormi. Afferrò i miei fianchi, le spinte si facevano sempre più rapide, veloci, violente, selvagge e incontrollabili. Volevo essere sbattuta sempre di più, volevo essere sua, volevo godere. La sua saliva bagnava il mio corpo, sentivo il suo odore acre, la punta della sua lingua nuovamente dentro la mia bocca, sottile e sinuosa, la sentivo guizzare ed entrare sempre più in fondo, come se danzasse. Delicata e violenta, ad un ritmo sempre più veloce. Istintivamente i miei fianchi ondeggiarono per andargli incontro e offrirmi a lui, eccitata, persa, stordita, annebbiata, percorsa da mille brividi, gelati e bollenti.
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