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Inizio
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Titolo:
Inizio |
Autore:
Lux Lucis |
Contatto:
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Racconto
n° 145 |
Altri
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Sono sempre stato cosi; molto fantasioso, ancora di più curioso, forse ancora meglio, cerebralmente ramificato. Incontro chi mi incontra; conosco chi si avventura nel conoscermi. Sono una di quelle persone che da un immagine di se superficialmente uniforme: lei sentiva che in me covava pero’ un fuoco intensissimo di desiderio e passione e un po', questo la spaventava. Non capiva dove ero diretto; ero solo per lei o no? E se fosse stata disposta a seguirmi, dove l’avrei portata? Le lasciavo intendere che c’era qualcosa che poteva essere ritenuto inusuale in me, non di sicuro da me, ma dagli altri si; la cosa la spaventava ancora, ma i suoi occhi brillavano e sembravano implorare che non leggessi la sua paura ma la sua voglia di esplorare. La guardai, la baciai intensamente tenendole stretta la deliziosa testa nella mia grande e forte mano, premendola contro le mie labbra, avidamente dischiuse; la guardai e le sussurrai “da adesso tu sei mia”. Lei rispose solamente “si”. Uno di quei si pronunciati non per forza, ma uno di quei si che sanno di completa fiducia e completo abbandono. Il senso del possesso, non proviene solo dall’avere una cosa, ma soprattutto, dal disporre di quella cosa; l’utilizzo della cosa ci rende consci del possesso e rende l’oggetto partecipe alla proprietà. E allora la fantasia vola e non ha ragione di avere limiti. Usualmente lei veste con la gonna e con solo un top in cotone. Magari di colori sgargianti; quella sera era fucsia tenuto legato da un semplice nodo dietro il collo; il suo seno aveva delle dimensioni proporzionate con la sua minuta figura e sui capezzoli erano abbastanza grandi, dai contorni imprecisi. La sua gonna era corta bianca; la sfiorai su un fianco e le dissi; “vai in bagno e togliti il perizoma”. Ricordo ancora i suoi occhi spalancati, la sua sorpresa, la sua voce che mi dice “ma sei pazzo?”. Il suo sorriso invece acconsentiva e quando mi senti’ dire “sei mia, fallo e basta” divento’ seria, e disse sommessamente, “ok”. Nel lasciare la panca dentro quel pub affollato la vidi camminare e notai che il perizoma bianco le disegnava e divideva giusto a meta’ le natiche. Aveva l’andatura saltellante quando indossava quelle scarpe col tacco, che a lei tanto facevano male ai piedi e a me tanto piacevano. Torno’ dopo non molto, avrei pensato ci mettesse di più, la vidi arrivare col sorriso di chi ha accettato la sfida ed e’ convinta di avercela fatta. Si sedette al mi fianco mi guardo, mi bacio’ e mentre lo faceva mi fece scivolare qualcosa dentro la camicia. Sapevo cos’era quella cosa, era di certo il suo perizoma, ed il piacere di lei mi pervase fin dentro le ossa. Dovevo mescolarmi a lei, dovevo farlo in quel preciso istante; infilai due dita tra un bottone e l’altro, presi le sue mutandine e me le avvicinai alla bocca e al naso; chiusi gli occhi e feci un respiro profondo. Non so spiegarvi quel sapore; potrei descriverlo con mille versi e mille aggettivi, i più’ dolci e sensuali del mondo, ma non renderei l’idea, anzi offenderei quel momento; il momento in cui inalai dentro me il sapore di quello che era mio. A svegliarmi fu solo la sberla sulla spalla, che mi mollo’; “cosa fai scemo, ci guardano”. La fissai negli occhi e dissi “non devi avere paura, tu sei completamente mia; sta a me difenderti”. Effettivamente, non me ne fregava assolutamente nulla dei presenti; era un posto in cui ogni tanto passavo, con gli amici, a bere una birra; non conoscevo nessuno di preciso, e anche se sapevo che mi avrebbero riconosciuto le volte successive, io di quella sera ricordo solo il volto di lei e di nessun altro. Bevemmo quella sera: lei era certo meno abituata di me, ed io lo sapevo, ma non volevo fosse assente, che perdesse la cognizione spazio temporale, quindi la tenni sotto controllo. Bevemmo in fretta; lo feci io, d’istinto, lo fece lei, forse per emulazione. Ero nervoso eccitato, inebriato di voglia, era tempo di cambiare aria. Camminavamo lungo la strada; buia, sporadici lampioni ad illuminare tutte quelle macchine, da una parte all’altra, fino allo spiazzo del parcheggio. Camminavamo; lei era avvinghiata a me come non mai, la sua testa appoggiata a ma sotto la spalla, il suo corpo era quasi contorto, voltato verso di me; il mio braccio era rigido, i muscoli tesi, la mia mano sul fianco premeva con forza. Sapevo che si stava gustando il momento; sapevo che le piacevano i miei muscoli, sapevo che le piaceva la mia forza, sapevo che le piaceva sfiorare delicatamente le vene delle mie braccia, dopo che si erano gonfiate come usuale, dopo l’allenamento. E sorrisi; pensai un istante a quelle domanda che mi aveva gia fatto altre volte mentre premeva sulle mie vene “ti fanno male?”. Camminavamo affiancando le macchine; mentre altre ci sfioravano, in un senso e nell’altro; come d’un tratto, senza quasi passasse alcun tempo tra la primordiale intenzione e l’azione, le sollevai repentinamente la gonna mentre sopraggiungeva una macchina da dietro di noi. Lei urlo’ timidamente, mentre la macchina ci era gia passata davanti salutando l’inaspettata visione con due colpi di clacson: io la presi quasi la sollevai da terra, la infilai fra una macchina e l’altra la baciai e le infilai la mano fra le gambe. Due delle mie dita si ritrovarono annegate nel suo piacere; il piacere che la seguiva gia’ da quando le avevo chiesto di eseguire quel mio ordine e andare nella toilette probabilmente. Due delle mie dita, entrarono e si avventurarono dentro di lei; il suo corpo passo’ in un istante, dall’essere rigidamente teso, all’essere disarticolato e lascivo, quasi fosse senza forze. Non volevo darle di più’. Sapevo avrebbe voluto, ma so essere bastardo a volte. Duro’ un istante ma tanto mi basto’ per vederla li, appoggiata al posteriore della macchina con la bocca ancora aperta come se assaporasse ancora il nostro bacio, gli occhi chiusi, le braccia a penzoloni, e le gonna leggermente alzata. Apri’ gli occhi come se avesse dormito per secoli, mi guardo’ e mi disse: “tu sei pazzo”…”ci puoi scommettere”…e lei…”ti voglio”.
Questa e’ solo una delle tante pazzie, che vagano nella mia testa, le dissi, io sono cosi’, prendere o lasciare, ma devo sapere ora e per sempre, se tu vuoi divedere con me il mondo che ho dentro, con tutti i rischi che potrebbero esserci; se adesso prendi la mia mano, non avro’ mai più bisogno di chiederti se posso dirti una certa cosa o farne un’altra e lo stesso varra’ per te. Piccola, io sono stufo di vedere gente in gabbia e non voglio più essere uno in mezzo a loro: vieni con me prendi la mia mano.
Lei la afferro’ lentamente e scoppio’ a ridere; incrocio’ i miei occhi che le chiedevano spiegazioni: “hai le dita tutte bagnate!”….”hai ragione” dissi io, passandomele sulle labbra.
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