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Un sabato diverso
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Titolo:
Un sabato diverso |
Autore:
Meter |
Contatto:
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Racconto
n° 1458 |
Altri
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Era già la terza volta che mettevo l’inserzione sul giornale “Il Secolo XIX” di Genova alla ricerca di una segretaria per il mio studio; non che ne avessi realmente bisogno, visto il non certo esaltante volume di lavoro che avevo avuto fino a quel momento: d’altra parte ero ancora agli inizi. Mi solleticava l’idea di scegliere con cura la mia preda per poi giocare ripetutamente a prenderla, lasciarla andare e riprenderla ancora fino a darle la zampata finale, come fa il gatto col topo quando impara a cacciare. Avevo in mente sommariamente il tipo di ragazza che cercavo: preferibilmente bruna, alta ma non troppo, snella al punto da intravederne le costole, ma con delle curve molto pronunciate e sode, soprattutto molto sode. Si presentò un giorno Maddalena, 23 anni, un diploma magistrale e una facoltà di lettere interrotta al secondo anno. Aveva un bel visino adornato da un paio di occhialini da vista con lenti rettangolari, capelli lunghi neri e lisci. Quel giorno indossava una camicetta bianca sbottonata che lasciava intravedere a tratti il candido reggiseno, una gonna scozzese e un paio di scarpe nere decolleté col tacco molto alto: non ci misi molto a capire che era lei la ragazza giusta. Dal momento che sull’inserzione avevo scritto “bella presenza”, trovai naturale farla alzare e farla girare su sé stessa lentamente: quando si trovò di profilo, potei così notare i due bei glutei sporgenti “alla Jennifer Lopez” e i due bei seni puntati in avanti come due baionette di soldati all’assalto. Rispondeva alle mie domande con serenità e spigliatezza, anche alle più intime: le sue misure erano 95-58-97, portava la quarta di reggiseno e una taglia 48 di pantaloni. Il fatto poi che si fosse lasciata da poco col fidanzato mi incoraggiò ulteriormente. Le dissi che poteva venire a lavorare da me dall’indomani. I primi giorni di lavoro cominciai per così dire “a saggiare il terreno”: quando veniva da me per chiedermi conferma del suo operato, la congedavo sempre con una pacchetta bonaria. In seguito, quando c’era qualcosa che non andava, le pacche aumentavano di numero, anche fino a una dozzina, e di intensità, fino a farla traballare: con mia grande gioia non riscontravo in lei la minima reazione. Una volta le presi una mano e gliela infilai sotto la mia camicetta a stretto contatto col mio seno sinistro chiedendole se trovasse le mie palpitazioni accelerate e fu altrettanto pacifica nel rispondermi negativamente. La notte, prima di addormentarmi provavo ad immaginarla nuda e, visti gli indumenti aderenti che spesso portava, non mi riusciva molto difficile: mi restava solo l’incognita del suo pube, e l’idea di soddisfare questa mia curiosità mi eccitava terribilmente. Dopo una settimana, per accorciare ulteriormente le distanze, la invitai a darmi del tu e, finalmente, un giorno mi decisi a proporle un sabato di straordinario ben remunerato per completare del lavoro urgente: accettò prontamente. Quando si presentò indossava un bolerino nero, una camicetta bianca ricamata, una minigonna stretta nera che arrivava poco sopra il ginocchio e due calze riccamente arabescate, anch’esse nere. Come dattilografa non era decisamente un gran che: faceva un gran numero di errori, anche fino a 7 in una lettera. Dopo averla rimproverata delicatamente alcune volte, minacciai, tra il serio e il faceto, di punirla facendole togliere qualcosa di dosso per ogni errore ulteriore che avrebbe fatto: mi lanciò un’occhiata tra lo scandalizzato e il malizioso senza proferire alcunché. Fu così che, alla successiva lettera con errori, accettò di togliersi il bolerino, mentre a quella dopo le indicai le scarpe che si sfilò senza tante storie: d’altra parte in terra c’era la moquette e poteva continuare ad andare avanti e indietro dalla sua stanza senza problemi. Ebbe solo una minima esitazione in più alla terza lettera, quando, dietro mio ordine, alzatasi la gonna sui fianchi, si sfilò i collant. Alla quarta, senza dirle niente, cominciai a sbottonarle la camicetta. - Dai potrebbe arrivare qualcuno! – disse. - Ma chi vuoi che venga oggi? – - E’ sabato – risposi - E poi l’unica ad aver le chiavi dello studio sono io -. Apparve un raffinato reggiseno di pizzo nero, trasparente nella metà superiore delle coppe. Alla lettera successiva che mi portò esclamai, dopo averla guardata, - 4 errori, adesso togliamo la gonna! - Arretrai sulla sedia, disimpegnai il gancetto e abbassai lentamente la cerniera, quindi, afferrata la gonna per il bordo inferiore, la tirai giù fino ai piedi: apparvero due glutei statuari che fuoriuscivano prepotentemente da delle deliziose mutandine in pizzo nero. Non resistetti alla tentazione di assestarle un gran pizzicottone al gluteo destro che riuscii a torcere a fatica da tanto era sodo, esclamando – Che bel culetto che hai! - La lettera successiva che le diedi da scrivere era in inglese: vedendola arrivare in reggiseno e mutandine pregustavo già l’esito della verifica. Gli errori erano innumerevoli: - Reggiseno! - sentenziai perentoria. - Devo proprio? – proferì Maddalena con un filo di voce - Si, mia cara! – replicai inflessibile. Dopo qualche esitazione, ella, portatasi le mani dietro, lo sganciò quindi, incrociate le braccia sul davanti, afferrò le bretelline e le abbassò lentamente, e con esse il reggiseno. Rimasi assorta a contemplarle: erano due coppe di champagne dalla base larga e molto prominenti con capezzoli turgidi e appuntiti. Allungai fulmineamente l’indice della mano destra e le stuzzicai prima l’uno poi l’altro capezzolo con l’unghia, esclamando ogni volta: - Chitti chitti! –, provocando un suo malcelato sorriso. Dopo una decina di secondi chiese: - Adesso posso andare? -. Acconsentii a malincuore non prima di averle affidato un’altra lettera, questa volta in francese. Tornata da me, mentre avanzava con i suoi seni dolcemente ballonzolanti, mi apparivano le immagini che tante volte le notti precedenti mi ero costruita, facendo ricorso a tutta la mia immaginazione. – No, proprio non va! – fu il mio secco commento alla sua battitura – Non ci resta che completare l’opera - soggiunsi. Mi girai sulla sinistra verso di lei, le misi le mani sui fianchi e la ruotai leggermente verso di me in modo che mi fosse esattamente di fronte. Quindi le infilai indice e medio di ogni mano nell’elastico sui due lati delle mutandine e cominciai ad abbassargliele molto lentamente. A poco a poco si disvelò un pube di forma triangolare, però molto più folto sopra le grandi labbra, dove la selvaggia lanugine disegnava una striscia larga circa due centimetri. Continuando ad osservare tale superbo rigoglio, finii di abbassarle le mutandine fino ai piedi che ella alzò uno per volta per farsele togliere. A questo punto, protesi il dito indice della mano destra e, con movimento alternativo, presi a sfiorarle la predetta striscia con il polpastrello e con l’unghia lunga smaltata di rosso fuoco: ero incantata dalla sensazione tattile di morbidezza e dal dolce crepitio che tale movimento provocava. Alla fine la feci girare e ne contemplai i glutei che, come due montagne maestose, formavano fra essi una gola buia e profonda di cui non si riusciva a scorgere la fine. – Ma lo sai che hai proprio un bel culetto! – le sussurrai. - Lo so, lo so – replicò – E’ da quando ho tredici anni che non faccio altro che prendere pacche! - rispose. - Dai vieni qua - le dissi poi prendendola per mano - Per oggi abbiamo lavorato abbastanza - e la condussi nell’ingresso dove si trovava un divano. Quando fummo al centro della stanza mi misi di fronte a lei, a mezzo metro di distanza e, guardandola negli occhi, mi spogliai anch’io, il più in fretta che la crescente eccitazione mi consentisse, quindi mi avvicinai e la strinsi in un caldo abbraccio al termine del quale discesi lentamente lungo il suo corpo pascolando su di esso fino alle cosce; a questo punto, afferratala per i fianchi, la roteai di centottanta gradi e mi misi in ginocchio per dedicarmi alla parte che più mi attraeva di lei. Terminato tale ricco aperitivo, mi rialzai in piedi, la rigirai, la baciai e la accarezzai dolcemente sul viso, quindi le tolsi gli occhiali e la spinsi delicatamente verso destra, dove si trovava il divano sul quale ella si sdraiò prontamente, seguita a ruota da me. Furono tre ore di grandi tenerezze e di amore rovente all’insegna dei morsi e delle poppate. Quando alla fine ci fermammo, esauste, cominciava già ad imbrunire. Mentre eravamo entrambe sdraiate supine sul divano, con lei sopra di me, con la mia testa appoggiata sul bracciolo e la sua sui miei seni, indugiavo con la mano in su e in giù, partendo dal suo pube rigoglioso per arrivare ai seni e ridiscendere ancora. Cominciai a chiederle delle sue passate esperienze sessuali: mi raccontò dei giochi erotici che faceva quando era al collegio dalle suore, dove era stata ospitata fino agli anni dell’università. Verso le 11 di sera, non appena la sorvegliante, una laica nubile trentacinquenne, se ne era andata, dopo aver effettuato l’ultimo controllo, lei e le altre sue tre compagne di stanza si alzavano, accendevano la luce, univano due letti e si sedevano in circolo su di essi. Di solito giocavano a carte, altre volte ai dadi: chi vinceva la mano aveva diritto di spogliare un’altra a piacimento. Si cominciava con un bottone per volta della camicia da notte, poi la si faceva scendere e salire sempre di più per poi, una volta tolta, passare a reggiseno e mutandine che si erano lasciate sotto. La scelta cadeva il più di volte su di lei che aveva delle curve che crescevano a vista d’occhio e destavano la curiosità e la meraviglia delle altre. – Madonna che tette che hai! –, - Sono ancora cresciute!- erano i commenti che si sentivano più di frequente. Una volta che una delle quattro fosse stata spogliata completamente, le penalità su di lei consistevano in palpeggiamenti quindi in baci e in leccate. Altre volte la vincente comandava ad altre due di fare l’amore fra di loro, specificando quello che dovevano fare. Una volta la sorvegliante, tornata indietro inaspettatamente, le sorprese e, dopo un iniziale moto di stupore, volle unirsi a loro: furono tutte sbigottite dalla sua eccitazione nel partecipare al gioco e, per giunta, voleva sempre vincere lei per poi fare alle altre tutto quello che voleva, ricorrendo anche alla minaccia di raccontare tutto alla madre superiora. Esse, d’altra parte scoprirono in lei un “posteriore” che non avevano sospettato così tondeggiante e si tolsero non poche soddisfazioni. Terminato il racconto, Maddalena, voltasi a guardare l’ora dal suo orologino che aveva appoggiato sulla sedia accanto, esclamò: -Adesso è tardi, devo andare! -, - Stasera viene a mangiare a casa mia una mia amica -. Acconsentì di lasciarmi le sue mutandine che non le restituii più. Nei giorni seguenti presi a portarmele sotto il naso inspirando a pieni polmoni la fragranza del suo corpo come se fosse ancora lì fra le mie braccia; il suo penetrante odore di donna eccitata aveva impregnato a tal punto il suo indumento intimo che potei continuare ad inebriarmene per molto tempo, anche dopo che le nostre strade si furono divise.
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