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La finestra del lago
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Titolo:
La finestra del lago |
Autore:
Amleto |
Contatto:
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Racconto
n° 1462 |
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Il chiaroscuro della sera ombreggiava ogni istinto di passione, è l’ora in cui il sole arrossisce e cade all’orizzonte, la timida terra perde luce e la mente invoca l’imbrunire. Innocenti sogni arenavano il pensare di Pedro. Vagabondava la sua anima, senza ritegno, taciturno celava un turbamento d’animo. Scaglie di vita si sormontavano come onde blu di mare, rifugiato nei mattini del suo pensare, sorrideva al silenzio, sapeva che l’amore, quello vero, non ha bisogno di parole, anzi è proprio il silenzio puro che lo ravviva e lo penetra. Attendere Carla al tavolo del solito bar lo colmava di desiderio, il sapere che lei sarebbe arrivata a momenti gli dava sicurezza, una storia d’amore tutta sua, un guscio isolato dal mondo dove liberarsi, espandere la propria effimera energia. Si sentiva fiero, le ultime gocce di sole asciugavano la sua anima di uomo e ascoltava il solleticare dell’istinto. Senza imbarazzi, seduto sui fiordi della sua anima era sazio di se stesso.
Arrivò allegra, che occhi belli aveva Carla, due gocce di fuoco, profondi, da perdersi dentro. Lo sguardo sicuro, denso, intrigante, un vento leggero scuoteva la sua anima, amava e voleva essere amata. Un vento raffinato, impercettibile, pericolosamente penetrante, non più giovanissima, era il suo sguardo scalfito, vissuto, accompagnato dal suo silenzioso parlare che attraeva senza scampo, dissolveva ogni resistenza, solcava la mente e i sensi.
Pedro la salutò, avrebbe voluto seguire i suoi sogni, cullare il desiderio, avrebbe voluto volare, stupirla, l’amore bussava e lo stordiva. Lei lo guardava dritta in volto e quello sguardo lo sprofondava nell’abisso dei sensi, era la voglia di perdersi che trasaliva dall’iride dei suoi occhi. Davanti ad un piccolo drink, fissava Carla e sorseggiava dalle sue labbra sorsi d’amore.
Dentro un subbuglio, i suoi occhi specchio della mente sembravano dire: “ Non sei bella, ma il tuo corpo m’attrae, urli desiderio di vita, mi saturi, è quel tuo senso di dolcezza selvaggia che mi stordisce.” Strapazzato da quest’immagine lasciava che la ragione scivolasse via, ingenua meraviglia attorcigliata alla staccionata dell’orizzonte, al di là sogni infiniti. Quante volte leggendo Ovidio aveva sentito il delicato canto d’amore e ora lui ne era pervaso, quella sottile e travolgente musica lo stava colmando. Era in ozio di mente, il tempo fermo, il cuore scosso.
La mente di Pedro era ancora lì, qualche mese addietro, l’estate con i suoi colori pieni, appoggiati alla finestra che dava sul lago, il profumo di erba tizzone dei loro sensi. Carla aveva i capelli corti e si perdevano tra le dita, abbracciati stretti, come in un nido, con gli occhi chiusi guardavano il mondo, persi nella terra dei piaceri. Persi in un sogno di mani solitarie che rincorrendosi scioglievano frammenti di desiderio. Fuggirono dai vestiti, i corpi nudi si chiamarono, parlò l’aroma selvaggio della pelle. Sereni e tesi d’amore, i fianchi danzarono cullati dal desiderio. Soffuso fu l’ondeggiare dei corpi, nitidi i contorni, emozioni soavi d’anima. Il piacere cresceva, infinito, leggero a fior di pelle, melagrana accesa di desiderio, giochi di brame. Sogni fuori dal tempo, pugni di carezze, il cuore pulsava, una bocca si schiudeva, il fiore aperto nella spiaggia del corpo respirava calore, l’odore del paradiso si liberava, rauchi gemiti, tonfi di luce flebile, abbandono di anime, fuoco tra le labbra. Improvvisi, intensi sussulti intimi, delicati decisi, il sogno di luna ululava di piacere, sobbalzi di tenerezza, finalmente liberi d’estasi.
Ora erano di nuovo insieme, Carla capiva il suo piacevole ozio, senza pensare lo attendeva, aspettava la fine del volo. C’era in quest’attesa una raffinata e profonda bellezza, era poesia dell’esistere, un soffio d’amore d’ineguagliabile leggerezza e maturità. Lo conosceva, coglieva i suoi gesti, interpretava i rumori della sua anima, adorava i suoi silenzi. All’improvviso lui le chiese: “Cosa hai stasera?” Lentamente, scegliendo le parole, rispose: “ Penso che non riesci ad esser felice, anche quando viaggi nel bello ti rubi il cielo.” “Ci conosciamo da tempo, c’è qualcosa di intimo che ci salda, ma tu non vai oltre il sesso, delicato e prezioso, sento il presagio banale del tramonto.” Lui riprese: “Sei incredibile, davvero incredibile, per amare con intensità alla mia età ci vuole una vena di follia. Mi fai perdere il senso del tempo, questa follia l’ho dentro, cerco l’intima bellezza, l’estetica dell’anima, è la forte sensazione dell’amare che mi disorienta, m’inghiotte. Sai," continuò abbozzando un sorriso “Sono felice, quando ti vedo felice, ma tu vivi in altalena, non sai amare un uomo solo, ami la tua libertà d’amare. Io mi sento risucchiato da questo tuo svanire e riapparire, non so di chi è la colpa, ma il mio vivere è un labirinto. Torcersi e ritorcersi l’anima, gioia e dolore, follia e rabbia, colorano la volta del mio cielo.”
Un piccolo rossore apparve sul viso di Carla, le labbra si socchiusero, due piccole rughe arricchirono di dolcezza la sua espressione, occhi vivi che parlavano: “Ho paura di avvicinarmi troppo a te, è il mio istinto di fuga, istinto selvatico, io sono in viaggio. Viaggio con le parole di un libro, viaggio con l’immagine della gente, con i sogni, poi come la sabbia di una clessidra torno da te. Sei l’albero della mia vita a cui rubo i frutti e mi cullo all’ombra.”
Pedro la guardò, un istante infinito, silenzio, lieve sospiro del pensare. Si alzò senza un perché, allungò la sua mano teneramente, prese quella di Carla, la dolcezza di stare insieme era di nuovo poesia, un silenzio intenso e complice li univa. Di nuovo strani, sommossi col fuoco nell’anima, di nuovo liberi, si cercavano. Si avviarono camminando sereni, in loro era forte la voglia di guardare il lago attraverso l’amica finestra.
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