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La tana
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Titolo:
La tana |
Autore:
Fabione |
Contatto:
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Racconto
n° 1490 |
Altri
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In effetti l'aveva sempre considerata poco avvenente. Non che fosse male, non le mancava nulla a dire il vero, ma forse il fatto che più lo disturbava è che, considerandosi lui un "bello", mal digeriva il fatto che lei non lo degnasse neppure di uno sguardo. Questo rapporto era reso ancor più strano dal fatto che i due lavoravano nella stessa banca ed addirittura assieme nel grande salone centrale che inorgogliva gli occhi dei direttori i cui uffici incombevano dalla balconata del primo piano e che parevano goder molto nel tollerare benevoli il debolissimo e frenetico ticchettio dei tasti ed il lieve brusio nascosto delle conversazioni non necessarie. Le occasioni per parlarsi ovviamente non mancavano e lui nei primi tempi ne aveva provocate ad arte anche più del necessario, ma sempre lei era rimasta impersonale ed irraggiungibile. Poi se ne era gradatamente distaccato ed ora gli restava solo quel lieve tarlo che incrinava il suo amor proprio. L’occasione per cambiare idea capitò quasi un anno da che si erano “conosciuti”. Erano entrambi allo sportello, sempre con lui che di sottecchi la spiava e lei che pareva non notarlo. Entrambi notarono però benissimo il rapinatore che, mostrando minaccioso la pistola, si faceva largo tra la terrorizzata muraglia impiegatizia in direzione del caveau. Fu un attimo, una sequenza di fatti che poi solo con grande concentrazione avrebbero saputo ripetere alla polizia: il malvivente entra, inciampa in una sedia, bestemmia, prende lei per il polso, fa un cenno con la pistola a lui di far strada, la corsa verso la cassaforte, gli sguardi ammutoliti dei colleghi, gli sguardi sollevati dei colleghi, la porta blindata già aperta per le operazioni di routine, l’esitazione del ladro, la reazione di lei dettata dalla paura che sorprende l’uomo armato, la spinta violenta allo stesso, che cade, il loro primo sguardo d’intesa, il tirarsi dietro la pesante porta restando soli ed ansanti chiusi al buio della cassaforte. Temporizzata. Si, una cassaforte temporizzata, di quelle che si aprono ad orari prestabiliti, pochi al giorno. Entrambi appoggiati ansanti al muro, sudati, di quel sudor freddo che viene dalla tensione e che li tiene però anche vicini, che li spinge a cercare quel calore umano necessario a dimenticare la paura e a ricordare invece ai loro corpi tremanti che non sono soli nell’universo gelido del caveau, ma che lì vicino vi è un altro essere umano, spaventato eguale, tremebondo e che chiede solo di essere abbracciato, scaldato, rincuorato. Solo questo chiedono i loro corpi? Non importa, le mani si cercano, si stringono, l’emozione li unisce ed è con grande naturalezza che arriva l’inevitabile abbraccio. Che diventa subito un bacio, tra le lacrime, che colano salate sulle labbra, che scendono sui visi sudati, su corpi così esplosivi per esser sfuggiti alla morte, che nulla più pare di questo mondo. Sono in una dimensione diversa, fuori dal tempo, lontano dagli impiegati, dalla fottuta banca, dal maledetto ladro che è fuori, forse a morire o forse ad uccidere. Loro sono dentro, nel caldo buio silenzioso e sicuro della loro tana. Sudore, adrenalina, tutto li spinge a cercarsi. Lei si avvinghia a lui, gli strappa la camicia, le unghie sembra vogliano entrargli fino ai muscoli. Che sono tesi, forti nell’attirarla ancor più a se, nello scoprirle il petto, senza neppure sfiorarlo ma solo come tappa verso la gonna, verso il soddisfacimento del desiderio bestiale che li muove. La gonna vola. Lei, al buio, lo guarda con sfida, le pare di essere come quelle leonesse ruggenti dei soliti noiosi documentari, che, forse perché infastidite dai cineasti guardoni o forse perché pur laide nell’eccitazione voglion sempre ricordare al maschio la loro forza e scoprono i denti, allo stesso modo lei lo sfida mentre si china in avanti offrendo se stessa nel modo più osceno ed animalesco che possa concepire in quel momento. Lui si avventa, risposta istintiva, non poteva che volerla prendere così, senza parole, senza rispetto, solo con la voglia di godere. Dopo molte ore la fessura di luce che entra nel locale soffocante inquadra i due amanti nell’angolo più lontano. Dormono abbracciati.
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