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Una tranquilla serata con Manuela
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Titolo:
Una tranquilla serata con Manuela |
Autore:
Emma |
Contatto:
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Racconto
n° 1498 |
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Mio marito parte col marito di Manuela. Hanno preso tre giorni di ferie per andare in Inghilterra a fare il tifo per la loro squadra di calcio. E noi? Noi ci organizziamo per non restare sole, mentre loro sono via. Semplicemente la invito a trasferirsi per tre giorni a casa mia. Dopo la cena, i piatti lavati, ci si mette in pigiama, ci si stravacca in salotto e si tira l’ora per andare a letto. Di cosa volete che parlino due ragazze di poco più di venticinque anni, una sposata da sei mesi e l’altra anche da meno? Ma sì, si inizia con le ricette di cucina e col sistema per togliere le macchie dal bucato, ma poi inevitabilmente si finisce lì, con lo scambiarsi reciproche confidenze su questioni di letto.
– Ma voi tutte le sere? – Solo a letto o anche in altri posti? – Anche in bagno, anche in cucina, anche in salotto? – Ma prima di cena? Ma dopo cena? Ma al mattino? – Ma tu gli fai ....? – Ma lui ti fa ...? – E così lo avete mai fatto? E cosà?
E avanti in un crescendo di confessioni sempre più a ruota libera, seguendo il piacere sottile di rivelarsi e di confrontarsi e di trarre conferme dal fatto che anche l’amica questo lo fa, questo lo pensa, questo lo teme. E anche il marito dell’altra ha queste e quest’altre manie, questi e questi altri difetti. E si rivangano cose già dette, per il piacere di ripeterle, e si chiedono cose che si sanno già, per il piacere di sentirsele dire un’altra volta.
– Ma ti ha chiesto ancora di fargli questo? – Ma sotto la doccia lo avete fatto ancora? – Ma ancora è fissato per mettertelo dietro? – Sapessi noi! Ad esempio sabato scorso ....
E giù a raccontare. E poi, dopo cose dette e ridette, una delle due se ne esce con una stupidata inedita.
– Sai cosa mi ha chiesto la settimana scorsa? Mi ha chiesto di fargli uno strip tease. – E tu glielo hai fatto? – Abbiamo provato venerdì sera. – Come? – Volevamo provare con la musica di “nove settimane e mezzo”, ma non l’avevamo, ne abbiamo fatto a meno e abbiamo usato una musica qualsiasi. Lui già nudo sul divano a mangiarmi con gli occhi. Io a fare la matta davanti a lui. – E hai tolto tutto? – Per forza, se no che strip è!. – E non ti veniva da ridere? – Un po’, ma anche a lui, ed è stato divertente. Mi sentivo scema, ma alla fine comunque ero eccitata. – E sei diventata rossa? – Come un peperone. – E lui? – Lui si divertiva un mondo ad accarezzarselo. Poi lo abbiamo fatto sul divano.
Quindi, naturalmente, bisogna concedere in cambio a Manuela il racconto di qualcosa di altrettanto piccante.
– A me uno strip vero e proprio non lo ha mai chiesto, però un mucchio di volte, di sera, ci siamo giocati i vestiti a carte. – Come?
E giù a raccontare delle partite a sette a mezzo, mettendo in gioco i pezzi del pigiama e contendendoci all’ultimo punto le mutande.
– No, questo noi non lo abbiamo mai fatto. – Ribatte Manuela - Però deve essere bello. Sicuramente è meno scemo dello strip.
E poi i chiarimenti.
– Ma col pigiama? – E sotto? – Un pezzo alla volta? – E che effetto fa? – E lui? Si eccita? – E una volta nudi?
E chiarimenti anche sul gioco.
– Cosa è questo “sette e mezzo”.
E io a spiegarglielo. Solo che spiegarglielo in teoria non è semplice. Meglio andare a frugare nel cassetto, tirare fuori il vecchio mazzo di carte e farglielo vedere all’opera.
Proviamo qualche mano, fino a che Manuela non ha capito come si procede e le si sono chiariti i dubbi. Era un gioco che non conosceva. Comincia a prenderci gusto. Ad un certo punto, le propongo, per la mano dopo, di mettere in palio qualcosa, che senza puntata non c’è gusto.
– Cosa? – Io mi gioco la pantofola destra. Te la giochi anche tu? – La pantofola? – Sì, la pantofola! Noi cominciamo sempre dalle pantofole. – Sei matta! – Ma dai. Mica ti propongo di giocarti tutto. Per una pantofola!
La pantofola finisco col perderla io. Poi, all’altra mano, perdo anche l’altra.
– Di’, avrai mica intenzione di lasciarmi nuda? – Sarebbe divertente! – Più che altro sarebbe imbarazzante. – Non dirmi che te ne faresti un problema? – Me lo farei sì! – Ma se ci conosciamo da una vita! – Ci conosciamo da una vita, ma mi hai sempre vista vestita.
Intanto ci facciamo qualche altra mano. Comincia a perdere anche lei. Ci lascia le pantofole e uno dei calzettoni.
– Sto pensando a che effetto farebbe se andassimo avanti fino alla fine? – Dice Manuela. – Non ci pensare neanche! Tu non sei mica mio marito! – Che c’entra?! Con una ragazza non deve mica poi essere gran che imbarazzante. – Io mi vergognerei tantissimo. In fin dei conti non mi è mai capitato di farmi vedere nuda da una donna.
Si sorprende. Non ci crede. Poi ci pensa meglio e si fa un po’ di conti.
– Ma sì. Hai ragione. Anch’io non è che mi sia mai trovata troppe volte a stare nuda con una ragazza. – Perchè, ti è gia capitato. – Be, sì, qualche volta. – Non ci credo!
E Manuela, diligente, mi fa il censimento di chi l’ha vista nuda.
– Oltre a mia sorella, mi è capitato di stare nuda con Emma, la mia compagna di stanza all’università; con Emilia, con cui giocavo a tennis e ci facevamo la doccia assieme e con Marcella e Silvia, quando andiamo a prendere il sole sul terrazzo di Silvia. – Davvero ti abbronzi nuda con Marcella e Silvia? – Sì. L’estate scorsa l’abbiamo fatto un mare di volte.
Rifletto ad alta voce. A me non è mica mai capitato. Solo mio marito e i miei morosi di prima mi hanno vista senza niente addosso. Nessuna donna mi ha mai vista, né io, a dire la verità, ho mai visto nuda nessuna donna.
– Tra ragazze, non c’è proprio niente di strano. A parte i primi dieci secondi – spiega Manuela – poi è come essere vestite e non fa nessun effetto.
Continuiamo a giocare. Manuela perde il secondo calzettone. Poi perde ancora e si toglie la parte sopra del pigiama. Sotto ha un reggiseno a puntini azzurri: carino. Perdo anch’io i due calzettoni.
– E con Emma cosa ci facevi nuda? – Con Emma, ai tempi dell’università, ho abitato per anni. E’ normale che, ogni tanto, finissimo per girare per casa senza niente addosso.
Le confesso che a me l’occasione di vedere un’amica nuda e anche di farmi vedere da un’amica senza nulla addosso non era mai capitata. Manuela si stupisce, prende la palla al balzo propone di andare avanti col nostro giochino e non smettere fino a quando non ci resterà più nulla. Vede che esito. Cerca così di invogliarmi.
- Se ci stai, ti racconto cosa ci facevo nuda con Emma, ai tempi dell’università. - Cosa ci facevi? - E no. Non ti racconto nulla, se prima non ci siamo giocato tutto.
Inutile dire che quest’aria di mistero che sospetto peccaminoso mi incuriosisce da matti. Insisto, ma lei non vuole raccontare a nessun costo. Resiste e ripropone il patto. Di Emma ti racconto, solo se se prima ci giochiamo tutto quello che abbiamo addosso e ce la mostriamo a vicenda, altrimenti me lo tengo per me.
– Ma io non voglio continuare la partita fino a giocarci tutto. – Allora ti perdi il segreto di cosa ci facevo nuda con Emma. – Ma è poi una cosa così sconvolgente? – Non te lo immagini neppure. E saresti la prima e cui lo racconto. – Neanche Massimo ne sa niente? – Figurati se una cosa del genere la racconto a Massimo!
Comunque no. Sarebbe troppo imbarazzante per me. Non ho la testa di quelle a cui piace esibirsi. Così continuiamo a giocare, ma solo per sport, solo qualche altra mano, senza giungere al dunque. Perdo io. Devo decidere tra la parte sopra o la parte sotto del pigiama. La parte sopra sarebbe più semplice, ma mi va di fare la masochista e mi tolgo i pantaloni. Poi però perdo ancora e devo togliermi la parte sopra. Ormai sono in mutandine e reggiseno. Se fossi una persona assennata, direi che può bastare e che potremmo anche finire lì quel gioco, ma non sono assennata, la situazione comincia a divertirmi diverte e vado avanti. Mi dico che posso ancora perdere il reggiseno. Togliermi quello è ancora una delle cose che potrei fare. Poi smetto.
Per fortuna, ora comincia la serie negativa per Manuela. Prima perde i pantaloni e andiamo pari. Poi perde ancora e si toglie il reggiseno. Il seno glielo avevo già visto un mucchio di volte, mettendoci in topless in spiaggia. Ma ora la situazione è del tutto diversa e il seno gliele vedo da un altro punto di vista. Ha delle belle tette: piccoline, ma sode e ben fatte. E in più stavolta è parecchio eccitata e le si vedono i capezzoli induriti e girati all’insù.
– Sbaglio o sei eccitata? – Le dico accennando ai bottoncini induriti. – Per forza che lo sono. Mica mi capita tutti i giorni di giocarmi a carte i vestiti con la mia migliore amica!
Si dà una sfregatina ai capezzoli, con le palme delle mani. Li fa drizzare ancora di più e vuole subito che dia le carte per un’altra mano.
– Ma guarda che ti sono rimaste solo le mutande! – Me n’ero accorta. – E se perdi? – Se perdo, me le tolgo.
La guardo sconcertata, ma lei insiste.
– Dai, che è eccitantissimo.
Questo posso ancora permettermelo. La situazione è a mio favore. Se mi va bene, mi godo lo spettacolo completo, ma se mi va male non rischio neanche poi troppo. Sono io di mazzo e ho un sette. Partita quasi sicura, come se l’avessi già quasi vinta. Lei mi chiede una carta: un due. Poi ne vuole un’altra. Ha una fortuna pazzesca: le viene un cinque. Con la carta che ha in mano, ha fatto evidentemente sette e mezzo. Mi sa che non riesco a batterla e mi vedo già costretta a lasciarci anche il reggiseno. Mi prende il panico e, col panico, sento che mi sto eccitando. Ormai devo avere anch’io i capezzoli dritti. Questo pensiero mi fa aumentare ancor più il panico. Come faccio a sfilarmi il reggiseno in questa condizione? Una carta me la devo dare per forza, se voglio almeno sperare di andare pari. Fosse una figura, pareggerei. Invece è un quattro. Troppo. Supero il sette e mezzo e, come si dice in gergo, “sballo”. Ha vinto lei. Manuela applaude, si sfrega le mani e se ne esce in esclamazioni di gioia. Sono nella crisi più nera. I debiti di gioco si pagano e le tette mi tocca proprio tirarle fuori, ma mi sento il cuore battere all’impazzata. In viso devo essere paonazza.
– Dovresti vederti. – Mi dice Manuela. – Sei come un peperone.
Le confesso che sono in crisi. Mi incoraggia ricordandomi che le tette me le ha già viste e che non si scandalizza certo se gliele mostro un’altra volta. Sì, me le ha già viste, ma non me le ha mai viste eccitate a questo modo.
– Ma anch’io le ho eccitate!
E, con la punta delle dita giochicchia coi capezzoli, facendomi vedere quanto sono dritti. Mi decido e mi tolgo il reggiseno, ma il seno me lo copro con le mani.
– Così non vale! – Ma mi vergogno! – I tuoi sono dritti così o di più? – Mi chiede insistendo a titillarsi i capezzoli con le dita. – Più o meno. – Anche con Massimo fai tutte queste storie per svestirti? – No. Con Massimo è diverso. Con lui mi piace farmi vedere. – E con me no? – Con te è diverso. – Però non possiamo negare che eccitate ci siamo tutte e due eccitate.
Effettivamente è vero. Non c’è solo l’imbarazzo, c’è anche una incredibile eccitazione. Una eccitazione che è più o meno come quella di quando ero una ragazzina e mi facevo vedere per la prima volta da un uomo.
– Dai, fa vedere.
Scosto le mani. Lei applaude e mi fa i complimenti. Viene a sedersi dalla mia parte, si avvicina a confrontare i capezzoli. I suoi se li tocca ancora.
– Prova a fare così.
Provo e mi viene da ridere. In effetti la cosa non è poi tragica come sembrava al primo istante. Sì, sono eccitata, ma anche lei lo è. In fin dei conti, non è poi una tragedia. Siamo semplicemente due ragazze che si mostrano le tette e, arrossendo e ridendo come matte, si confrontano i capezzoli. Torna a sedersi sull’altro divano, mischia le carte e ne dà una a ciascuna: un chiaro invito ad andare fino alla fine. La mia non oso toccarla. Dove potevo arrivare sono arrivata ed è il momento di chiudere il gioco.
– Smettiamo così – le dico – non me la sento mica di giocarmi anche le mutande. Mi vergognerei troppo.
Ci pensa un po’.
– Peccato! Eccitata come sono, a me sarebbe piaciuto giocarmele. Credo persino che avrei perso volentieri e mi sarebbe piaciuto togliermele e fartela vedere. – Scusami, ma io non ce la faccio: sono troppo in crisi. – Dai, non scusarti. Va bene anche così. Sopravviverò anche senza mostrartela!
Si infila una mano dentro l’elastico delle mutandine e si dà una bella sfregata.
– Io però le mutande ho voglia di togliermele. – dice Manuela dopo un po’ – Facciamo così. Giochiamo lo stesso. Se perdo io, me le tolgo. Se perdi tu, te le tieni. – No. Così non vale! – Perchè? – Perchè non sarebbe leale. – E chi se ne frega della lealtà. Io sono eccitata e ho voglia di mostrartela. Anche se non me la mostri anche tu, va bene lo stesso. – Anch’io sono eccitata, ma sento che, se perdessi, morirei dall’imbarazzo. – Sono imbarazzata anch’io. Ma è proprio questo che mi eccita. E’ come quando Antonio a letto mi fa certi giochini con la luce accesa. Divento rossa come un peperone, sento che il cuore mi batte all’impazzata, ma non ci rinuncerei per nulla al mondo. E’ un’emozione troppo piacevole.
La mano ce l’ha ancora dentro le mutande. Con l’altra si massaggia le tette. Poi, lascia le tette e, con una mano sola, mi gira una carta dal mazzo: una figura. Che faccio? Tentazione e paura allo stesso tempo. Lascio passare un tempo interminabile, quindi mi decido a guardare la mia carta, ma mi affretto ad aggiungere che non voglio giocare, guardo solo per guardare Ho un sei. Tutto sommato ho buone probalità di vincere. Le faccio cenno che basta così. Lei gira la sua: un tre. Prende un’altra carta: un due. Ne prende un’altra ancora: un altro due. Fanno sette. Mi ha battuto. Brividi freddi mi percorrono la schiena. Panico allo stato puro. Che scusa trovo adesso per annullare davvero la partita. Mi guarda. Il terrore deve essere evidente sul mio viso. Se ne rende conto.
– Non mi va di vincere e di metterti in crisi. Anzi, voglio perdere ed essere io la prima a restare senza mutande. Ormai non ci rinuncio per niente al mondo: sono eccitata e mi va di togliermi tutto.
Si gira dal mazzo un’altra carta, anche se sa benissimo anche lei che non ce n’è bisogno e così rischia di sballare. Le viene un sei. Esulta come se avesse vinto e, prima che possa dire nulla, si sfila le mutandine e le butta nel mucchio degli altri vestiti. Si copre tra le cosce con le mani. Si dà un’altra energica sfregata. Poi allarga le cosce, toglie le mani e me la mostra.
– Ti presento Pissi Pissi. Come la trovi?
E’ completamente depilata. Senza neanche l’ombra di un peluzzo. Questa non me l’aspettavo.
– Ma ti sei rasata? – Mi piace essere liscia e nuda. Me li rado tutte le settimane. Antonio ne va matto.
Scosta le carte dal tavolino e ci sistema sopra i piedi, lasciando le gambe ben aperte. E’ come se fosse dal ginecologo. Ne va fiera e ci tiene che la veda bene proprio lì.
– Che effetto fa? – E’ una meraviglia!
Mi confida che ha il cuore che le va in tilt e che sente brividi dappertutto, ma che le piace da matti esibirsi in questo modo.
– E’ meglio che farla vedere a un uomo! Sono eccitatissima.
Ci mette sopra una mano e comincia ad accennare una carezza.
– Non sai cosa ti perdi.
Con le dita, si percorre le labbra. Poi sofferma sul punto più sensibile e se lo pastrugna in tondo. Sul suo volto è comparso un sorriso radioso. Si direbbe l’immagine stessa del buonumore e della felicità.
– Adesso ti racconto della questione di Emma.
Racconta che con Emma, a forza di dividere lo stesso appartamentino e di dormire nella stessa stanza, poco alla volta la confidenza era cresciuta. Non solo non si facevano nessun problema a girare per casa nude, ma avevano imparato anche a raccontarsi tutto e persino a condividere assieme certi giochino serali di mano che normalmente si dicono solitari, ma che, fatti in compagnia, guardandosi a vicenda, sono anche meglio.
– Possibile! – Altro che se era possibile! Lo abbiamo fatto un mucchio di volte, io nel mio letto e lei nel suo, fianco a fianco. Racconta che avevano cominciato con la luce spenta e le coperte tirate su fino al mento, ma che poi si erano messe a farlo anche a luce accesa, senza lenzuola, osservandosi a vicenda il via vai delle dita.
– Dai, mi prendi in giro. non ci credo. – Non crederci, ma è proprio così. Praticamente lo abbiamo fatto per anni tutte le volte che non riuscivamo a prendere sonno.
Intanto che mi dice queste cose, continua a toccarsi. Sembra quasi che stia cercando di godere anche ora.
– Mi sa che anche stasera, se voglio prendere sonno, devo prima accarezzarmela un po’ e godere.
E giù un altro deciso massaggio a palmo aperto. Provo un’invidia incredibile. Un’invidia per come lei le mutande sia riuscita a togliersele senza drammi e per come ora la mostri e se la tocchi con la massima naturalezza. Sì, è vero, in viso è rossa come un peperone, ma intanto sorride beata, se ne sta a cosce spalancate e si tocca con la massima tranquillità, mentre io sono qui, con le mie mutande addosso, costretta a starmene a ginocchia ben chiuse. Metto anch’io i piedi sul tavolino, tanto per fare qualcosa, ma più che altro per trovare una posizione meno imbarazzante.
– E poi Emma l’hai più vista? – No. Finita l’università ognuna è andata per la sua strada e non so neanche più che fine abbia fatto. Però assieme ci siamo divertite come matte e quelle certe serate di carezze mi mancano.
Fa una lunga pausa, come presa dalla nostalgia. Poi insiste nelle sue confessioni a luci rosse.
– Adesso mi do da fare da sola. Non ci crederesti, ma non mi sono mai fatti tante carezzine solitarie come da quando sono sposata. Alla mattina, quando lui si alza e va a lavorare, una carezzina è assicurata. Poi magari, quando mi faccio la doccia, la sera, se lui non è ancora tornato, ce ne scappa un’ altra. Eppure facciamo l’amore a tutto spiano e non è certo il sesso che mi manca! – Forse è proprio perché ne fate tanto che ti viene tanta voglia. – E tu?
Questa domanda che a Manuela è uscita così naturale mi mette in crisi. E io? Cosa le racconto adesso? Tiro un respiro profondo e, prima che mi prendano altri scrupoli, mi lancio a dire che sì, anch’io di questi tempi mi capita di accarezzarmi da sola. Mi sorprendo di me stessa. Mica avevo mai confessato a nessuno le mie carezze solitarie. Però è come liberarsi di un peso. Sono contenta di averlo detto. E’ come se mi fossi liberata di colpo di un fardello pesante da portare. Per anni i miei maneggi solitari erano stati un segreto solo mio. Un segreto di cui vergognarmi anche un po’. Approfitto del momento di grazia e aggiungo qualche particolare. Sì, a volte anche di notte. Dopo che abbiamo fatto l’amore e lui si è addormentato. Facendo piano perché non si svegli. Sì, anche facendo il bagno, se lui non c’è, annegata in una mare di schiuma calda e profumata. Manuela non si perde una virgola di quello che le dico e annuisce che anche lei fa così. Intanto non smette di toccarsela, anzi, lo fa più apertamente e con più determinazione: non è più una carezzina, è proprio un toccarsi vero e proprio. Poi decido di liberarmi di ogni scrupolo e le racconto di quella volta in viaggio di nozze. Eravamo sul Mar Rosso. Un pomeriggio. Eravamo tornati dalla spiaggia. Mi ero fatta la doccia prima io e mi ero messa ad aspettarlo a letto. Ero nuda, stravaccata, e, nell’attesa, avevo cominciato ad accarezzarmi. Quando è uscito dal bagno, ho smesso, ma lui deve aver capito qualcosa. Invece di saltarmi addosso, si è seduto sulla poltroncina ai piedi del letto. Era nudo anche lui ed eccitato. Si è messo a masturbarsi e mi ha detto che gli sarebbe piaciuto vedermi che mi facevo anch’io.
– E tu? – Io ho tirato fuori qualche scusa. Poi però l’ho fatto. – Con lui che ti guardava? – Che mi guardava e lo faceva anche lui. – E hai goduto? – Caspita, se ho goduto! – E poi? – Poi è venuto a letto e abbiamo fatto l’amore.
Stavolta sono stata io a scandalizzare Manuela. Sono contenta di averlo fatta. Sono soddisfatta di me stessa.. Dice che questa le manca, ma che, alla prima occasione, provvederà a rimediare. Intanto non smette di pastrugnarsela e sembra proprio che i pastrugamenti si siano fatti più decisi. La invidio moltissimo. Sono stata una scema a non insistere con le carte. Vorrei anch’io, adesso, non avere addosso ‘sto impiccio di mutande che mi fanno sembrare una vecchia moralista e mi rompono. Vorrei anch’io essere nuda e disinvolta come lei.
– A me piace toccarmi qui. – Dice Manuela e indica col dito il punto che anch’io preferisco – Ma mi piace toccarmelo piano, se no godo subito. Mi piace tirala per le lunghe. – E Emma, mentre lo facevi, ti guardava? – Certo che mi guardava. Il bello era questo.
Si tocca per qualche secondo in modo deciso, allargano ancor più le ginocchia e fissandomi negli occhi, come se volesse dimostrarmi come si toccava quando la guardava Emma.
– Stasera è come se fossi tornata indietro ai tempi di quando mi facevo con Emma. A me piace da matti stare qui a toccarmela mentre mi guardi. Anzi, visto che con te è una cosa nuova, mi emoziona ancora di più
E giù altri trenta secondi di toccamento accanito. Provo anch’io a infilare timidamente una mano dentro l’elastico e a muovere un po’ la mano di piatto dentro le mutande, ma sto anche ben attenta a tenere ben serrate le ginocchia. Sono eccitatissima. Avrei bisogno anch’io di qualcosa che mi liberi. Avrei bisogno di essere capace di fare come fa Manuela. Lei si accorge dei miei trusci clandestini.
– Vedo che anche tu cominci a darti da fare. – Sì, ma sono in crisi e mi vergogno. Io l’ho sempre fatto da sola. – Io stasera mi vergognavo all’inizio, appena mi sono tolta le mutande, ma adesso sto bene e mi piace da matti. Ormai sono lanciata e non smetto fino a che ho goduto davanti a te.
Si dà una gran sviolinata che, evidentemente, la porta molto vicino all’orgasmo. Si morde anche le labbra. Per imitazione, mi decido anch’io a una passata più decisa.
– Io – dice Manuela – ho voglia di venire. Toglitele e veniamo assieme. – Dici che devo? – Certo che devi.
Sì, dovrei, ma come faccio?
- Senti, facciamo un’ultima partita, così sei costretta a metterti nuda anche tu e magari poi ti senti meglio.
Smazza le carte e ne dà una a ciascuna. Un sette: vittoria quasi sicura, ma sono combattuta. Vorrei vincere, ma anche non vorrei vincere. E comunque cosa vinco a fare! Vorrei piuttosto essere nuda come Manuela, vorrei fare come Manuela. Ma non so essere come Manuela; l’unico modo per tentarci è esserne costretta. Devo assolutamente perdere ed essere costretta a liberarmi di quelle maledette mutande che adesso sono il mio dramma. Chiedo un’altra carta, e naturalmente sballo. Ancor più rossa, se mai fosse possibile, provo ad abbassare un po’ l’elastico, poi sollevo un po’ il sedere e le faccio scendere a metà coscia.
– Dai che il più è fatto. – Mi incoraggia Manuela - Vedrai che dopo che te le sei tolte tutto andrà meglio.
Me le sfilo del tutto, ma adesso le ginocchia le ho accostate e non ho più il coraggio di scostarle. Ci pensa lei. Si allunga con le gambe ancor più sul tavolino, mi aggancia un piede col suo e me lo tira a lato.
– Fa vedere!
Chiudo gli occhi e, pian piano, trovo anche il coraggio di scostare la mano e di lasciarmi vedere, con l’adrenalina che mi scorre a fiumi, col cuore che corre all’impazzata.
– Sei bella! Chissà Antonio come invidierebbe tuo marito.
Mi viene da ridere. Oso riaprire gli occhi. No, il mondo non è crollato e il fulmine non mi ha incenerita. Siamo sempre lì, a casa mia, coi piedi sul tavolo, tra amiche di vecchia data, anche se ora senza nulla addosso. Manuela riprende ad accarezzarsela e, a questo punto, non posso far altro che imitarla e toccarmi anch’io. All’inizio è terribile, ma nel giro di qualche minuto comincio a sentirmi più a mio agio e a procedere più speditamente. E’ questione poi di quattro o cinque minuti. Vedo godere lei e subito mi libero anch’io. Un orgasmo come non me ne ricordo, e comunque come non mi è mai successo toccandomi da sola.
Stravaccate a gambe aperte e coi piedi sul tavolino ci restiamo però per una vita, a smaltire via via il fiatone e per fumarci la meritata sigaretta del dopo sesso. Adesso senza niente addosso sto benissimo. Mi sa che per stanotte la mutande non me le reinfilo proprio, neanche quando andremo a letto.
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