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8 marzo
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Titolo:
8 marzo |
Autore:
Elisa |
Contatto:
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Racconto
n° 1540 |
Altri
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Va bene, ragazze, lo so che è tradizione raccontare l’avventura erotica dell’ultimo anno a questa nostra cena tradizionale della Festa della Donna, però tutti gli anni tocca a me rompere il ghiaccio, non potrebbe cominciare una di voi? No, non è vero che non ne ho avute, anche più di una, io non mi tiro mai indietro. Va bene, comincio io, sarò un poco sboccata ma, lo sapete, è il mio stile, si… si, una è abbastanza recente. Cosa pensa mio marito? Mio marito dice che ho una sessualità molto marcata, al limite dell’eccesso, ed anche lui non è male, tanto è vero che spesso me ne fa ed io me ne accorgo. Per questo, quando capita qualche occasione ghiotta gli rendo pan per focaccia ma lui non se ne accorge, o almeno credo. Però ogni tanto dice che alla mia età dovrei darmi una calmata, ma penso che si riferisca ai nostri rapprti. Io non ci penso assolutamente, al massimo mi do una calmata con lui, ma se qualche maschietto piccante rimane intrappolato nella rete del mio erotismo di quarantenne, grazie anche al fisico che madre natura continua a conservarmi e che promette ancora molte leccornie, non ci penso due volte a tirare la preda in barca ed a farne una scorpacciata. Non più di un mese fa ero, come al solito, a svolgere la mia attività di infermiera nell’ambulatorio privato del mio datore di lavoro, medico generico con specializzazione in cardiologia. Era tardi la sera ed era rimasto un ultimo paziente, un ragazzo giovanissimo (spero fosse maggiorenne). Aveva chiesto una visita per ottenere un certificato di sana e robusta costituzione per iscriversi a qualche centro sportivo. Il mio capo è molto scrupoloso e non concede certificati senza visite accuratissime. Il ragazzo, bello e tenero, era sdraiato sul lettino indossando soltanto i boxer ed io ero a fianco al mio medico che lo stava auscultando quando è arrivata una telefonata. Ho risposto io, un paziente che abitava nella stessa scala aveva problemi urgenti e richiedeva assistenza immediata. Lo ho comunicato al capo che, informatosi di chi fosse, molto preoccupato, mi ha detto che doveva correre e che sarebbe tornato entro pochi minuti, dicendo anche di non fare andare via il ragazzo che stava visitando in quanto era questione di poco. Detto questo è uscito precipitosamente disinteressandosi del nostro paziente, lasciato seminudo sul lettino. Notato che il giovane era in imbarazzo, con cortesia gli ho sorriso e gli ho chiesto di avere un poco di pazienza. Il ragazzo ha assunto un’atteggiamento di rassegnazione, chiudendosi nella sua timidezza; era chiaro che il fatto di dover rimanere in mutande davanti a me, senza che ci fosse il dottore, gli procurava vergogna. Per toglierlo dal’imbarazzo mi sono seduta alla scrivania per compilare alcuni documenti, lasciandolo sdraiato sul lettino e disinteressandomi di lui. La scrivania ha un piano di vetro, è completamente aperta sul davanti. Ammetto che il mio modo di vestire e di indossare il camice non è dei più castigati, è un po’ mini e mi piace tenere sbottonati gli ultimi bottoni prima dell’orlo, non porto la gonna sotto di esso, tengo anche aperti alcuni bottoni nella zona della scollatura per mostrare il mio decolté che piace molto a mio marito. Amo anche accavallare le gambe quando sono seduta. Ammetto anche che indossare e mostrare autoreggenti bianche sotto il camice, a gambe accavallate, può creare qualche problema in un osservatore maschio con problemi cardiologici, ma il mio datore di lavoro non ritiene che questo sia un problema; inoltre mia mamma mi ha sempre detto che se si hanno cose belle è peccato non mostrarle. Comunque non avevo nessuna intenzione di sedurre alcuno in quel frangente. Dopo non più di cinque minuti, mentre ero ancora assorta, concentrata sui fogli della scrivania, è arrivata la telefonata del capo che diceva che il malato che stava visitando doveva essere ricoverato d’urgenza e che lui l’avrebbe accompagnato in ospedale a causa della gravità della situazione, quindi non sarebbe tornato in ambulatorio. Per quanto concerneva il ragazzo lasciato sul lettino, la visita era praticamente conclusa, non rimaneva che misurare la pressione e rilevare i dati di pulsazione cardiaca. Potevo farlo io e compilare il certificato, lui l’avrebbe firmato l’indomani e lo avremmo spedito per posta al paziente per non creargli disturbi. Ho alzato gli occhi dalla scrivania per comunicarlo al giovane e li ho avuto la prima sorpresa. Il ragazzo, sempre sdraiato supino sul lettino, cercava, senza successo, di nascondere un’erezione molto evidente attraverso i boxer che la copertura delle mani non poteva assolutamente dissimulare. La consapevolezza di non riuscire a coprirsi lo rendeva molto imbarazzato, rosso in viso e ad occhi bassi. Probabilmente nei minuti precedenti, nel guardarmi mentre ero seduta alla scrivania, qualche mio atteggiamento involontario lo aveva eccitato. Non era la prima volta che succedeva un fatto del genere, ma il contesto del momento, con l’assenza del dottore, ha stimolato la mia voglia di divertirmi un po’ e così ho deciso di stuzzicare quell’imbranatello che, con le guance paonazze, cercava di distogliere l’attenzione dal grosso gonfiore che gli cresceva dentro le mutande. Mi sono avvicinata assumendo un’aria professionale, molto seria, mostrando di non essermi accorta della sua difficoltà e dicendo che avevo avuto autorizzazione dal dottore a rilevare la pressione, le pulsazioni ed a completare la visita. Dicendolo mi ero chinata su di lui mettendogli proprio sotto il naso la mia scollatura. Il ragazzo aveva lo sguardo terrorizzato dell’agnello sull’ara del sacrificio e tentava disperatamente di reprimere la sua erezione contraendo le dita delle mani e dei piedi. Questa, tuttavia, non aveva nessuna intenzione di essere repressa e, anzi, cresceva vistosamente di intensità. Io continuavo a far finta di non prestare attenzione a questo particolare. Ho misurato la pressione che è risultata un po’ alta e le pulsazioni che sono risultate altissime. Nel fare queste operazioni ho sfiorato volutamente con le mani, ma con l’aria di chi lo fa involontariamente, alcune volte la zona critica. Durante la misura della pressione, sempre dissimulando, mi sono anche appoggiata e strusciata un poco con il sedere sulla sua pancia, percependo la consistenza notevolissima del suo sesso eccitato. A questo punto ho avuto una geniale invenzione che mi è sembrata divertentissima: ho detto al paziente che una delle condizioni per ottenere il certificato di adeguatezza all’esercizio di attività sportive era che non ci fossero problemi di ernia e che, quindi, occorreva un’ispezione inguinale. Sul volto del ragazzo si è dipinto il terrore, ma io lo ho rassicurato dicendo che era un esame di routine e che nella mia professione lo facevo centinaia di volte e che non c’era motivo di vergognarsi. Con atteggiamento assolutamente professionale e con rapidità gli ho calato i boxer liberando da ogni costrizione la sua nudità eccitata. Era una visone stupenda, ventre piatto con muscoli in evidenza, cazzo di dimensioni notevoli, pelle tesa e lucida, vermiglia, asta pulsante, testicoli compatti, triangolo di pelo folto e corvino. Una differenza enorme da quello che può offrire il mio consorte alla sua età. Non so a voi, ragazze, ma a me la vista di un cazzo duro e sguainato mi fa venire sempre l’acquolina alla patatina, inoltre quella esibizione di carne giovane, pervasa di desiderio, ha cancellato in un attimo il mio atteggiamento professionale e non ho potuto resistere all’istinto di animale femmina. In meno di tre secondi mi sono liberata degli slip, mi sono tirata su il camice fino alla vita e gli sono saltata a cavallo. Nel giro di non più di cinque minuti mi ci sono fatta sopra due orgasmi, frugale per ingordigia il primo, bello e soddisfacente il secondo. In questa fase, per ottenebramento da desiderio, non mi sono molto preoccupata delle sensazioni del mio paziente, ma solo dell’ottenimento della mia soddisfazione. Mi ero accorta, tuttavia, che non si era lasciato andare. Era rimasto praticamente immobile senza dire una parola, accettando la mia veemenza. Quando ho cominciato a riprendermi, dopo la seconda tempesta sensoriale, mi sono resa conto che il ragazzo non era arrivato all’orgasmo e continuava a rimanere rigida e potente la sua erezione. Pensavo che la sua stessa timidezza lo costringesse a reprimere l’orgasmo per non mettere in mostra le proprie reazioni e le proprie sensazioni, ritenute forse sconce, davanti ad un’estranea (me) intenta a svolgere seriamente il proprio lavoro (insomma, era stato un lavoro un po’ fuori dalle righe). Per deontologia professionale non potevo lasciarlo in quella situazione che doveva essere per lui dolorosa; è obbligo del terapeuta, in qualche modo, fare scaricare la tensione patogena di un paziente in sofferenza. Realizzare ciò si è rivelato durissimo. Ho messo in campo tutta la mia esperienza e la mia sensibilità, ho usato tutto il mio corpo e le mie arti per raggiungere lo scopo. L’ho accarezzato a lungo, l’ho baciato e leccato con delicatezza, l’ho succhiato con voracità, l’ho accolto tra i seni e tra le natiche, lo ho di nuovo cavalcato, questa volta con languida voluttà, per una decina di minuti (per inciso, in questa fase, mi sono procurata un altro orgasmino mica male). La cosa non si sbloccava, quel cazzo rimaneva durissimo, caldissimo e pulsante ma non voleva saperne di cedere. Stavo, ormai, per arrendermi, avendo esaurito non solo le mie risorse culturali ma anche le mie risorse fisiche. Ero completamente esausta, quando, proprio durante quella che ritenevo sarebbe stata l’ultima languida carezza, mi è esploso tra le mani con un imponente effluvio pirotecnico. Il paziente non aveva detto una sola parola durante tutta la terapia e non si era mosso di un millimetro dalla sua posizione iniziale sul lettino, tranne che per i fremiti, qualche gemito sommesso e le inevitabili convulsioni e contrazioni incontrollate associate al concitato finale. Ed anche ora, pur completamente rilassato, mostrava di essere molto imbarazzato, rosso in viso, con lo sguardo diretto altrove. Gli ho detto, con grande cortesia e sorridendogli, per metterlo a proprio agio, che poteva rivestirsi (io non ho faticato a rivestirmi, è stato sufficiente riabbassare l’orlo del camice; gli slip, che nella concitazione del momento avevo gettato chissà dove, sono riuscita a rintracciarli solo il mattino seguente). Gli ho detto che la visita aveva avuto esito positivo, che la sua forma fisica era più che a posto (reprimendo a fatica un tono complimentoso) ed avrebbe avuto il suo certificato, ma che doveva venire a ritirarlo personalmente il giorno dopo, verso la fine dell’orario di ambulatorio, perché occorreva la firma del dottore. Il ragazzo si è rivestito in silenzio e a testa bassa e mi ha chiesto quanto doveva pagare per la visita. Alla consapevolezza che avrei dovuto prendere dei soldi da lui mi sono sentita una puttana e gli ho risposto che avrebbe regolato la cosa il giorno dopo perché dovevo chiedere al dottore. Il giorno dopo, però, non è venuto e non si è fatto più vivo nemmeno nei giorni successivi, così ho dovuto pagare il dottore io, con i miei soldi, dicendo che mi erano stati dati dal paziente. Una situazione un po’ assurda che ho accettato considerandola un’atto di beneficenza o di volontariato sociale. Nei giorni successivi ho sperato che ricomparisse. E’ un peccato che non si sia più fatto vedere perché quel ragazzo ha capacità e potenzialità eccezionali. Beata chi se lo gode o se lo godrà. Mi sono dilungata un po’ ma il ricordo di quell’esperienza mi emoziona ancora. Ora, ragazze, lascio tutto lo spazio ai vostri racconti e fatemi passare un bell’otto marzo. Che c’è? Siete scioccate? Non mettevi a fare le santarelline, ora.
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