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Temporale di fine estate
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Titolo: Temporale di fine estate
Autore: Emma
Contatto:
Racconto n° 1574
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Sono in campeggio, con la roulotte, in un posto sperduto sul Lago Maggiore, col mio ragazzo ed una coppia di amici, ma oggi sono sola. Loro sono partiti di buon’ora su per la Val d’Ossola, alla ricerca di certe rocce strane (Luca e Sara sono iscritti a geologia) e io ho preferito lasciarli andare, prendermi un giorno di riposo e starmene qui senza fare nulla.
Dormo fino a tardi. Quindi faccio colazione, studio qualcosa prendendo il sole, ma poi, visto che il tempo si è messo al nuvolo, decido di infilarmi addosso una maglietta un paio di pantaloncini e di farmi due passi fino in paese. Ci sono un paio di chilometri su una tranquilla stradetta in ombra ed è quello che ci vuole per una rilassante passeggiata.
A metà strada però il tempo si guasta del tutto. Compaiono minacciosi nuvoloni neri, si alza il vento, si scatenano lampi e tuoni e, soprattutto, comincia a piovere a dirotto. L’unico riparo è una tettoietta all’ingresso dell’unica villetta che c’è nei paraggi. Ma è un riparo microscopico e, con l’acqua che scende di traverso da tutte le parti, mi ritrovo in un attimo bagnata fradicia e tremante per il freddo. Scendono anche dei chicchi di grandine e volano da tutte le parti foglie e rami strappati dal vento.
Sono arrabbiata nera, maledico l’idea della passeggiata e sto quasi per mettermi a piangere, quando sulla strada compare a tutta velocità una ragazzetta in mountain bike, che frena, derapa, parcheggia sbatacchiando la bici contro il muro e viene ad infilarsi sotto la mia tettoietta. E’ persino più fradicia di me. Sì, però lei lì ci abita, ed infatti cerca le chiavi in tasca, apre la porta e si fionda dentro.

- Entra, che lì ti prendi un accidenti. -
Non me lo faccio ripetere due volte e mi infilo dentro anch’io.
- Non startene lì, che mi goccioli sul parquet. Vieni in bagno. -
La seguo in bagno, cercando di gocciolare il meno possibile e di non lasciare troppe impronte fangose. Qui la mia ospite, dopo aver abbondantemente e fantasiosamente smadonnato sulla pioggia, il freddo, il tempaccio di cacca e la possibilità di beccarsi una polmonite, si sfila in un attimo e butta nel lavandino maglietta fradicia, pantaloni, mutande, orologio e scarpe, apre l’acqua calda nella doccia e ci si infila.
- Non stare lì tutta bagnata, che ci resti secca. Togliti i vestiti bagnati e vieni qui a scaldarti. -
Mica mi era mai capitato di mettermi nuda con una sconosciuta e farci la doccia insieme, ma cosa devo fare? E’ come se mi avessero appena ripescata dal lago, i vestiti bagnati mi si appiccicano addosso, tremo dal freddo e ho dei brividi alla schiena che mi scuotono tutta. Lascio da parte gli scrupoli, mi svesto e la raggiungo.

Il getto caldo mi fa subito sentire meglio. Nel box non è che ci sia molto spazio, ma ci stiamo e, spostandoci un po’ di qua e un po’ di là, riusciamo a turno a godere del tepore del getto bollente che scende come una benedizione sul nostro semiassideramento.
- Io mi chiamo Francesca. E tu? -
Le spiego chi sono e che sono nel campeggio più avanti. Le racconto di come il temporale mi abbia sorpreso a tradimento e, cominciando a chiacchierare, svanisce un po’ anche l’imbarazzo del trovarmi nuda con una sconosciuta.

Francesca ha un paio di anni meno di me e ha appena finito l’ultimo anno del liceo. Abita lì coi suoi, ma loro sono al lavoro fino a sera e non c’è nessun altro in casa. Si sta bene sotto il getto caldo e, adesso che i brividi sono passati, ce la possiamo prendere con comodo.
Mi racconta che, in autunno, conta anche lei di frequentare lettere a Pavia e anche di trasferirsi lì. E così ci addentriamo a discutere di Pavia, dell’università, del come trovare casa e di tante altre cose che, quanto meno, ci fanno sentire già un po’ amiche.

Sotto la doccia si sta bene. Fuori infurierà ancora il temporale, ma qui non si sente e si sta al calduccio e protette che è un piacere. Non me ne ero mai accorta, ma una doccia è un ottimo posto per fare conversazione. A dire la verità, non mi era mai neppure capitato di pensare che sotto la doccia ci si potesse stare in due per poter fare conversazione. In tanti anni a Pavia, in casa con altre ragazze, la doccia l’avevamo sempre fatta a turno e mai ci era passato per la mente che potevamo entrarci due alla volta.
Francesca mi chiede del campeggio e io le racconto della roulotte scassata, di Andrea e degli altri due che sono andati a cercare sassi in montagna e dei nostri progetti di fermarci ancora un paio di settimane. Lei mi racconta invece che è riuscita finalmente a convincere i suoi, per la prima volta, a lasciarla andare in vacanza col suo ragazzo e che l’indomani mattina sarebbe partita finalmente per il mare.

Saranno le circostanze, ma ci sentiamo come se ci conoscessimo e fossimo amiche da una vita. Ormai i brividi sono passati, ma si sta troppo bene a contacela su sotto la doccia per uscirne fuori ed affrontare il mondo. Che poi, nel mio caso, in questo momento, è un mucchietto di vestiti fradici, che non sarà mica un piacere rimettermi addosso. Francesca trova una saponetta, una spugna e inizia a lavarsi. Poi mi passa la spugna, si gira e mi chiede di insaponarle la schiena. Eseguo. Ha una bella schiena, con una pelle liscia e già molto abbronzata. Non ha il segno bianco del reggiseno. Anche sotto ha solo il segno bianco di un perizoma ridottissimo. Non c’è che dire, Francesca è proprio una bella ragazza.
Mi prende di mano la spugna e ora insapona me. La lascio fare. Il contatto della spugna ruvida e calda è piacevole e molto rilassante. Parte dal collo, scende sulle spalle, mi insapona le braccia, e poi si concentra sulla schiena e sui fianchi, fermandosi giudiziosamente dove cominciano le chiappe.

- Girati, che ti insapono anche davanti. -
Mi giro e lei ricomincia da davanti. Prima mi aggira le tette, ma poi comincia a strofinarmi anche quelle. Protesto che così non vale e che mi eccito. Rido e mi copro le tette con le mani.
- Mi eccito anch’io. Guarda. -
E mi mostra i capezzoli che le si sono drizzati. Si avvicina e li avvicina ai miei, togliendomi le mani. Siamo alte uguali, con le tette alla stessa altezza. In un certo senso, le abbiamo anche quasi uguali. Quel che è certo è che tutte e due, in questo momento, abbiamo delle tette eccitate, coi capezzoli duri ed all’insù.
- Sai che non mi era mai capitato di fare la doccia con una ragazza. -
- Neanche a me. -
- Sai che mi piace. -
- … anche a me. -

Ci diciamo queste cose guardandoci negli occhi, ad una spanna di distanza una dall’altra, sotto il getto scrosciante, tette contro tette, mani nelle mani, felici come due bimbette che hanno scoperto un gioco nuovo. Felici di riuscire a dirci sinceramente e allegramente cosa proviamo. Sufficientemente sconosciute da non avere la necessità di difenderci con bugie o censure.
Sarà lo spazio ristretto e protetto della doccia, sarà la vicinanza forzata, sarà il tepore piacevole dell’acqua che ci scorre addosso, sarà il vapore caldo che offusca tutto e rende tutto più irreale e fiabesco, sarà il profumo buono del sapone. Sarà quel che sarà, però mi sta succedendo qualcosa che non so definire, ma che mi sembra molto bello. Ed anche a Francesca succede qualcosa.
Mi abbraccia, mi stringe. La stringo anch’io.
- Ho voglia di baciarti. Posso? -
Non rispondo, ma avvicino io la bocca alla sua bocca, le sfioro le labbra e lascio che le nostre lingue si cerchino, si tocchino, si intreccino, si esplorino. E, come le lingue, anche i nostri corpi bagnati si avvinghiano, si cercano, si esplorano, in un caldo, bagnato, stretto abbraccio.

Il temporale è passato. Ormai è pomeriggio. Abbiamo anche saltato il pranzo, ma senza proprio sentirne la necessità. E non ci siamo neanche più praticamente parlate. Per molte ore siamo state solo corpi eccitati, bocche fameliche, istinti di piacere, mani che vanno sul corpo dell’altra dove la necessità le chiama. Per un tempo interminabile siamo rimaste sotto la doccia, a baciarci e a toccarci, a godere. Poi ci siamo trasferite nel letto di Francesca, a farci altre coccole, a continuare le esplorazioni anche all’asciutto, a guardarci da vicino dove nessuna di noi era mai stata guardata da un’altra donna, a baciarci anche lì, a succhiare dal nostro interno anche l’ultimo dei possibili sospiri di piacere.

Cammino verso il campeggio, dribblando le pozzanghere che ormai si asciugano in fretta sotto il nuovo sole. In una borsa di plastica da supermercato il mucchietto delle mie cose bagnate. Addosso una maglietta asciutta di Francesca, i suoi slip e un paio di suoi vecchi jeans tagliati sopra il ginocchio. Domani non potrò restituirglieli: sarà già partita per le sue a lungo sognate prime vacanze col moroso. Ma da ottobre sarà anche lei a Pavia. Non ci siamo lasciate i numeri di telefono, ma l’università non è poi così grande e avremo l’occasione di incontrarci. L’occasione per renderle le sue cose sicuramente non mancherà.