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Il lato oscuro n°6
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Titolo: Il lato oscuro n°6
Autore: Tokio
Contatto:
Racconto n° 1586
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(Dedicato ai falsi moralisti e a chi desidera ma si nega il piacere della mente).


L'acquisto del nuovo giocattolo nacque durante il MACEF, una manifestazione fieristica dedicata all'oggettistica per la casa, dove in un piccolo stand di artigiani, restai colpito più che dagli oggetti esposti, dall'avvenenza della morbida donna in abito nero che mostrava orgogliosa la sua 6a misura a chi si affacciava nel suo stand.
Dove svettavano prepotentemente due capezzoli degni di essere pinzati, gambe tornite avvolte da una maliziosa calza orlata di pizzo e tutto il necessaire della perfetta standista. Ma, presumibilmente non si aspettava un distinto uomo sui 35 che chiedendole spiegazioni su un mortaio le faceva capire toccando l'oggetto, che l'uso era tutt'altro che usuale. Le parole erano misurate e tecniche, parlavano di usi prettamente legati al motivo per cui erano stati creati, ma i gesti e gli sguardi parlavano chiaramente d'altro.
I suoi occhi scintillavano nell'imbarazzo dovuto alla presenza del marito seduto allo scarno tavolino al centro dello stand, che cercava di nascondere malamente il disappunto nel vedere la propria consorte intrigata ed intrigante creare montagne di feeling con uno sconosciuto che poneva domande tecniche sulle produzioni ma evidentemente il vero dialogo era ben altro anche per lui. Trasgressivamente orientato al piacere delle fantasie, celato dentro frasi di rito e consone all'occasione. La sua lingua spesso scorreva strofinando le labbra lucide di rossetto, naturalmente rosso cadmio, ed i suoi occhi erano uno scintillio di approvazione.
Se non ci fosse stato il maritino, probabilmente tra una richiesta di spiegazioni sulla tornitura del legno d'ulivo e la rete commerciale le avrei sicuramente chiesto se le sue mutandine erano già bagnate. Bastavano i suoi sguardi, torbidi e languidi per avere certezze e conferme.
Era maledettamente divino ed intrigante perdersi nel suoi occhi verdi, i suoi capezzoli s'indurirono, salutandomi rigidi e desiderosi di essere strapazzati. Ma fu lei a darmi lo shock, portandomi dal lato opposto dello stand per mostrarmi uno spremiagrumi in legno, tenendolo per la parte dove si mette la mezza arancia e sfiorando a mano semiaperta il manico vantandone la piacevolezza nell'uso che implicitamente non era quello canonico. Era il suo giocattolo, me lo stava dicendo, garantendomi il buon funzionamento fuori dall'ambito culinario, massaggiava e scorreva le dita nervose sul manico fissandomi dritta nell'anima per dirmi quanto avesse capito che razza di porco ero e come le sarebbe piaciuto giocarci con me. Più di una volta mi ribadì che sarebbe stata presente con lo stand anche a dicembre, come a voler inculcarmi a forza che gradiva un mio ritorno. Figuriamoci, solo per vendermi un mortaio da cucina da pochi Euro? Il fine era ben altro, ma non volli raccogliere, il piacere dell'attesa nel dubbio è stupefacente e mette nella giusta ottica il pensiero di chi deve subire.
Acquistai lo spremiagrumi e lei mi regalò una piccola trottola in legno per mio figlio, un altro maledetto segnale di come i suoi umori stavano dandole alla testa addirittura esagerando in gentilezza e ossequiosità per uno che ti acquista solo una decina di Euro di merce.
Tornato a casa, misi lo spremiagrumi nella mia scatola dei giochi e non ci pensai per un po’, se non ricordando il ventre ritmato della sconosciuta che si muoveva sinuoso nella danza dell'invito al piacere.
A distanza di un paio di mesi mi venne l'idea giusta per il battesimo del giocattolo, una serata tra persone conosciute presso un sito internet, dove c'erano sia scambisti che amanti della dominazione. Arrivai a progettare come usarlo e l'ambientazione che desideravo, avvicinandomi al giorno prefissato per la serata.
Giunse finalmente il sabato convenuto, la mia Piccola era degnamente vestita, volevo il massimo e lei rispondeva adeguatamente indossando una mini scozzese grigia chiara con righe nere, calze coprenti sopra il ginocchio e stupendi stivali al polpaccio con un generoso tacco da 12, una canotta bianca aderente mostrava in rilievo le pinzette che mordevano i suoi capezzoli, con la catenella che usciva dalla scollatura per essere tirata a mio piacimento. Dopo un'oretta di presentazioni e saluti vari, quando vidi che l'atmosfera si faceva adeguata, le presi la mano e la condussi vicino alla finta gabbia che faceva da base per le cubiste, l'abbracciai e fissandola intensamente iniziai a parlarle dei suoi doveri, del mio piacere e del suo. I suoi occhi perdevano l'orizzonte, conoscevo bene quello sguardo e sapevo che era il suo calarsi nella parte e soprattutto immaginavo la secrezione dei suoi umori che leggermente le stavano bagnando le labbra e l'interno coscia.
Capii che era arrivato il momento di agire, il suo sguardo si abbassò e le sue mani si misero sui fianchi come sull'attenti ed un deciso ma flebile "sono pronta mio Padrone, la prego!" usci dalle sue labbra.
Le ordinai di spogliarsi ed assumere la posizione di attesa e lei languidamente tolse tutto quanto aveva indossato poche ore prima, mentre un capannello di coppie si accerchiavano per osservare in silenzio quanto stava accadendo.
Le coppie presenti si abbracciavano senza perdere di vista un solo attimo della scena, mentre lei, posizionata sotto un bellissimo fascio di luce, risaltava nel chiaroscuro del locale mostrandosi agli occhi dei presenti, soddisfacendo quel suo godere dell'esibizione. In posizione d'attesa con la faccia rivolta verso la gente, mostrava orgogliosa il suo stupendo culo alzato e ben in vista come piace a me. Pacatamente le ordinai di eseguire il compito serale per rilassarsi e prendere possesso del suo corpo.
Dolcemente le sue mani scivolarono fino alle caviglie e una volta ben afferrate iniziò a contare ad alta voce, fino a 200 come da ordine avuto ed eseguito rigorosamente tutte le sere prima di addormentarsi. Terminato il conteggio, le sue mani scivolarono sul suo fiore che umido pulsava desideroso di quel tocco intimo, umettando le dita tra le labbra, ne infilò tre della mano destra nel suo buchetto e due della mano sinistra nel fiore madido di piacere. Si stava allargando i buchi, dolcemente, senza fretta sospirando ad ogni penetrazione contando ad alta voce per altre cento volte.
Terminato il compito, mentre sfilava le dita, notai che un filo dolce di miele venne colpito da un riflettore donando un perverso riflesso a quel nettare tanto amato.
Sono certo che un brivido percorse molte persone, misto di piacere ed intrigo nel vedere un'esecuzione cosi ferma e ben fatta, per nulla volgare, ma sensuale e accattivante. Mostrando quanta appartenenza c'è in un rapporto come il nostro e dando sicuramente motivo per una punta di invidia a qualche presente. Mi chinai su di lei mentre riportava le mani vicino alla testa nella posizione d'attesa, le parlai, le feci notare che avevamo tutti gli occhi addosso e che oltre al nostro piacere esibizionistico c'era anche il piacere di altri che inesorabilmente restavano rapiti dalla situazione. Misi vicino al suo viso la mia cassetta dei giochi ed estrassi il collare e solo in quel momento si rasserenò definitivamente, vidi la sua pelle rilassarsi e sentii la sua anima felice di donarsi completamente a me.
Finalmente capiva perché non le misi il collare prima di uscire, come abitualmente faccio per renderla stella brillante e mia fiera slave.
Adesso si sentiva davvero mia, posseduta e possidente del nostro gioco, pronta a percepire e reagire ad ogni stimolo, mentale o fisico. Le misi in mano il famoso spremiagrumi, le ordinai di usarlo come vibratore, non prima di averlo adeguatamente leccato mostrando al pubblico la sua morbida lingua e la bravura nel baciare la carne.
La situazione si faceva molto calda, vedevo alcune donne che si strofinavano lentamente il ventre, mentre altre ospitavano tra le gambe le mani del partner. Lei, sempre offrendo ostentatamente le sue cosce avvicinava il manico dello spremi agrumi al centro del piacere ormai fiume in piena, strusciandolo alcune volte tra le labbra per umettarlo al meglio e poi vederlo sparire nel suo ventre. Lentamente entrava ed usciva, ricevendo completamente il manico, fino a quando le dissi di cambiare buco.
Eseguendo, lo introdusse fino in fondo, lasciandolo li fermo e portando le mani sulla testa, non le dissi di farlo ma sapeva bene che era proprio quello che desideravo, dimostrandomi quanta attenzione era in grado di donarmi per ogni mio capriccio. Vedevo il suo culo ondeggiare nel piacere dell'oggetto che le dilatava il retto. Morbidamente contraeva i glutei per donarsi quel sottilissimo piacere nella difficoltà di esecuzione, poi le chiesi ad alta voce se aveva qualche peccato da rivelarmi, mi rispose ferma che una sera non aveva eseguito il compito perché si era addormentata. Le domandai se era tutto o se c'era altro, mi rispose con un secco "no, mio Padrone ho sbagliato e merito una punizione adeguata".
Quindi per rendere il giusto peso alla situazione le diedi la possibilità di scegliere la punizione, 10 sculacciate, 5 cinghiate o 5 colpi di spazzola. Optò per la seconda.
Ormai padrone dell'attenzione generale, con fare scenico sfilai la cintura dei pantaloni e mi preparai a colpirla, non senza averle ricordato il conteggio e il ringraziamento, poi piegai in due la cintura tenendo fibbia e punta nella mia mano sinistra e l'ovale libero di risuonare sulla sua carne. Diedi il primo colpo. Il suo "uno, grazie Padrone" fu quasi coperto dal sospiro dei presenti, che un po’ per l'immedesimazione del dolore, un po’ per il piacere di condividere e altri ancora per il gusto di vedere per la prima volta quanto può elevarsi cerebralmente una slave al suo Padrone mi suonò flebile nelle orecchie. Al secondo colpo il suo tono si inclinò quasi in un lamento soffocato mentre il terzo era evidentemente un mugolio di piacere, sempre maggiore fino al quinto colpo che indirizzai in modo che sfiorasse anche lo spremiagrumi per darle la ripercussione nel retto e conseguentemente nell'utero. Fu un orgasmo il suo ultimo ringraziamento, ne sono certo. Le diedi il tempo di riprendere fiato e le porsi la mano e la cintura da leccare, dopo aver baciato la cinghia leccò amabilmente la mia mano, la fronte imperlata di sudore, lo sguardo perso cercando il mio che a piccoli sorsi le donavo, sorridendole per mostrarle il mio piacere nel suo ed il compiacimento per la sua bravura.
Adorante e desiderosa, proseguiva nel leccarmi la mano, usando una dovizia e cura davvero degne di una brava slave. Ma adesso toccava a me, mi scostai da lei osservandola, rimisi la cintura al suo posto naturale e mi preparai a darle le mie cure. Mi inginocchiai ed iniziai a leccarle i glutei, piccoli baci accarezzati e passate di lingua morbida, per farle sentire che ero in lei come lei in me, dandole la netta sensazione di quanto apprezzassi il suo operato. Quando vidi la sua carne rilassare la muscolatura presi dalla cassetta la pomata del farmacista, un ottimo lenitivo e curativo per escoriazioni e arrossamenti, ne misi un poco sulle dita ed iniziai a massaggiarle la parte colpita poco prima per far assorbire adeguatamente la pomata. Non è il preservare la sua pelle, ma il prendermi cura di lei, farle sentire che non sono un sadico ma uso il suo desiderio per darle piacere e orgasmi, prendermi cura di lei per farle sentire quanta complicità esiste tra noi.
Quasi alla fine del massaggio, mi diedi un occhiata intorno, erano ancora tutti immobili ed ammutoliti spettatori, il mio sguardo cadde su una biondina che avevo già avuto modo di scorgere grazie al suo sguardo accattivante e perverso.
Le feci cenno di avvicinarsi e le presi la mano, la misi sui glutei e la invitai a massaggiare senza dire nulla, solo a gesti e lei inginocchiata al mio fianco proseguì il mio lavoro, mi avvicinai al suo orecchio e le sussurrai "non andare con le dita sporche di crema sul suo fiore perché dopo potrai leccarla se lo vorrai" un sorriso smagliante e un cenno d'intesa mi fecero pensare di aver preso la donna giusta.
Terminata l'incombenza lenitiva si avventò con la lingua tra le labbra di Piccola e non smise di leccare finché ogni goccia del suo piacere non fosse finita nella sua bocca e avidamente deglutita. Lo spremiagrumi era ancora al suo posto, conficcato nel suo retto come un obelisco, nessuno si era sognato di toglierlo.