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Nadine ed il conte
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Titolo: Nadine ed il conte
Autore: Colette
Contatto:
Racconto n° 1598
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Fu in primavera, un magnifico pomeriggio di primavera che lo conobbi. Finalmente i palpiti del mio cuore non battevano più nelle ore della notte, come in inverno, ma riecheggiavano nella luce di giorni interminabili. Fu proprio allora che conobbi il conte. Si faceva chiamare così ma tutti sapevano che i suoi titoli nobiliari erano decaduti da molto tempo.
Eppure, quell’uomo aveva conservato il suo portamento aristocratico. La figura era snella e sofisticata. Le dita lunghe ed affusolate. I capelli biondi, raccolti in una coda, risaltavano i suoi occhi cobalto che parevano evocare una gloria d’antichi giorni.
Potrà sembrare stano, ma m’innamorai soprattutto del suo modo di preparare le sigarette. Aveva una sua misteriosa sensualità quando passava la lingua sul filtro. Sembrava che stesse percorrendo il corpo di un amante la cui essenza sarebbe stata prepotentemente aspirata dalle sue labbra vogliose…
Quel pomeriggio non avevo fatto altro che leggere e dedicarmi alla toletta. Seduta su un puffo bordato d’oro che avevo comprato in Marocco, incipriavo il volto e guardavo le mie spalle opacizzate dalla superficie antica dello specchio, pensando a quanto avrei desiderato che un uomo vi poggiasse sopra le mani e riscaldasse il mio collo di baci languidi.
Uscii di casa e, perdendomi tra i mandorli in fiore che costeggiavano i viali, urtai sbadatamente il conte. -Mi scusi- dissi. E lui prendendomi la mano rispose: -Non c’è bisogno di scusarsi. Anche io mi sono perso nella sua pelle, bianca come i petali di questi alberi-. Poi mi baciò. Mi strinse in un abbraccio che avevo atteso per anni e per un attimo sentii che la mia mente era stata bruciata dal suo torbido fuoco.
Lo invitai a casa mia. Volevo mi prendesse e prolungasse quell’emozione di cui il bacio era stato un innocente preludio. Accesi candele. Chiusi le tende rosse. E poi, la tempesta. Mi sdraiò sul letto. Lentamente mi sfilò la sottana di raso e mi allargò le gambe. Si fece largo tra quella carne già così arrendevole. Affondò la testa nel pelo pubico e prese a stringere delicatamente il clitoride con i denti. Il mio sesso si dischiuse allora e permise a quella timida lingua di entrare. Le sue dita mi percorrevano tutta, accarezzavano i capezzoli, incontravano la mia lingua quando giungevano alla bocca tracciando il contorno delle mie labbra. Completamente invasa dal piacere, mi levai di scatto e slacciai la pesante cintura di cuoio che manteneva il pantalone di velluto e, mentre il conte toglieva la giacca e la camicia, io scoprii il suo pene turgido e liscio. Il colorito roseo gli conferiva un tale grazia che lo presi tra le mani e lo portai alla bocca, leccandolo dapprima solo in punta, poi arrivando fino alla base.
Il conte non aveva la volgarità di quegli uomini che trattano le donne come delle prostitute, magari afferandole per i capelli o rivolgendo loro le più ignobili oscenità, ma manifestava un piacere composto emettendo sporadicamente dei deboli gemiti.
Allontanò leggermente il viso dal suo sesso e mi girò penetrandomi da dietro. Il dolore all’inizio fu insostenibile ma lasciò progressivamente spazio al godimento. Il conte muoveva il pene intorno allo sfintere cercando di rendere più morbide ed elastiche le pareti. Improvvisamente ci furono nella mia mente lune di cristallo e bambole che si guardavano in modo ambiguo. I sensi erano ormai ottenebrati e potevo solo percepire il ritmico accentuarsi della penetrazione.
Quando venne, accolsi dentro tutto il suo seme caldo.Mi baciò la schiena e poi si rivestì andandosene per sempre.
Non lo rividi mai più. Eppure, nei freschi giorni di primavera, io penso ancora a lui e sento lune di cristallo sui miei occhi dissolversi in lacrime d’amara passione.