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Scandalosamente Modigliani
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Titolo: Scandalosamente Modigliani
Autore: Moora
Contatto:
Racconto n° 1624
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Milano. Pinacoteca di Brera. Pomeriggio settembrino, che agita ancora voglie estive, cosce voluttuose che tentano la gola, scollature audaci e peccaminose si aprono davanti agli occhi come una fiera.
Lui mi sta aspettando. Lì. Proprio lì, davanti a quel quadro che sa che mi scuote, mi scalda e scivola fra le gambe irriducibile, bagnandomi di colore.
“DONNA NUDA SUL DIVANO ROSSO”
Di Amedeo Modigliani.
Non so perché e non ne conosco il senso, ma questa visione da sempre evoca in me passione ed eccitamento insieme. Amore e Sesso, desiderio e peccato, intrisi, turbinio di pennello, mi entra dentro l’anima disperatamente a gridare di carne e materia, spessa come la tempera e agitata come la mano che l’ha dipinta.
Il maestro dipingeva le sue amanti, abbandonate dopo l’amplesso e perse nel sonno, di quel sonno felino e sornione che svela godimento e piacere pagano. Solo gli amanti, disperati di vita, sanno leggere tra le righe e le velature delle tele: così solerte mi ripete il mio maestro.
Così mi chiede di esprimere sensazioni, al di là delle tecnica e della costruzione. A lui non interessa. Lui vuole sapere come l’opera parla alla mia anima, ed essa cosa risponde.
Un gioco. Innocente. E volgare, tra un insegnante e la sua allieva.
La sua prediletta. Seguirà le sue orme di critico d’arte.
Brera ospita una collezione privata, il quadro è una proprietà.
E io immagino il suo possessore contemplarlo in ginocchio, emozionato, con il sesso stretto fra le mani; a rendergli omaggio, uno zampillo di seme.
Perché così io farei davanti ad esso.
Possiede la donna, nuda, adagiata morbida sul velluto di un divano. Non una donna ma La Donna di Amedeo.
Io ladra, oggi, con un complice la rubo di sguardo e la possiedo di emozione.
Accademia gremita di persone, passano lente tra un quadro e l’altro, respirando vernice e pigmento.
Per me, solo uno scopo: trovarmi di fronte alla Donna e perdermi in lei con il mio amante.
Il gioco crudele che gli permetto prevede un rituale malsano, un’istruzione in piena regola dove l’insegnante detta condizione di vestigia e movenza… ma io per lui oggi ho un regalo.
Ignaro, come la folla che ci formica attorno, nascondo un minuscolo gioiello, rimembranza degli anni di liceo artistico.
Lo nascondo nella cavità segreta e oscura dell’altra mia femminilità, il secondo fiore, che predilige.
La strada nuova che si dirige all’altro mio utero.
Un manico di spatola, robusto e curvato, piantato nel culo. Ad assaporare fastidio e fiato corto ad ogni mio passo.
E lui mi aspetta, goloso come un bambino, davanti alla giostra infinita di colore, annusando l’olio di raffinato lino, come fosse zucchero filato e croccante.
Lo vedo distante e girato di spalle, le mani incrociate dietro la schiena, mi ricorda S.Sebastiano, attende qualcosa, come l’altro il perdono divino e la morte.
Il vestito non tradisce nulla, solo volume di donna.
Il manico è stretto e ben saldo, aggrappato e cucito dentro, spinto in avanti verso l’intestino da una croce di cerotti che non lo lasciano schizzare fuori.
Ho legato una minuscola cordicella all’estremità del manico.
Un minuscolo filo di perline, nere come il catrame.
Si muove ondeggiando ad ogni sussulto delle gambe, delle cosce.
Una danza leggera e soave nasconde l’origine, il prologo del filo.
Diviene una piccola coda, lucente perla di caviale che confonde le pieghe dell’abito, leggero.
Di fianco poso una mano, disegno un arco sulla sua schiena, denoto la mia presenza.
Gli sfugge un sorriso discolo e lo sguardo sbieco e impertinente mi fruga il viso, prima, poi tutta.
"Metti solo tre cose addosso…"

L’abito.
I sandali.
La coda di perline, legata al manico.
Una…
due…
E tre.
Ho scelto.