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La stanza
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Titolo:
La stanza |
Autore:
Comando |
Contatto:
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Racconto
n° 1684 |
Altri
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Non era un nome, un luogo definito, uno spazio delimitato, fatto di quattro mura, di oggetti o altro, ma qualcosa di diverso. Era la... Stanza. Il luogo ove Lui l’avrebbe fatta Sua. Ben lo sapeva lei quand'Egli le diceva "ti prenderò nella Stanza e sarai Mia". Parole che rimbombavano nella sua testa, rimbalzavano come palline impazzite in quelle quattro mura della sua mente mentre un crescendo di desiderio e mista apprensione si facevano strada in lei. Il solo pensarci le faceva sciogliere il ventre ed un languore profondo la pervadeva, non vi era che un solo pensiero, "quella" stanza. Un giorno le disse che le avrebbe telefonato per dirle cosa fare, forse tra una settimana, forse tra un mese, mentre l'incertezza rendeva la cosa sempre più spasmodica. Lei chiedeva "quando?" e la risposta sempre uguale, "quando sarà il momento. Ormai quasi non ci pensava più, era passato tanto tempo, tutto era diventato come un dolore sordo che persiste da tanto e si finisce per conviverci fino a quel giorno... Squillò il telefono, come tante volte la Sua voce la faceva sobbalzare e l’accarezzava nel contempo: - Alle 21, ti recherai in quell'albergo, troverai una camera prenotata, entrerai, ti spoglierai e mi attenderai. Sarai in piedi, le spalle rivolte alla porta che verrà lasciata senza girare la chiave. Verrò. - Il cuore le sobbalzò in gola, avrebbe voluto dire che non poteva, avrebbe voluto discutere, mettersi d'accordo e mille "ma" le affollarono la testa, ma il telefono era già muto e la Sua presenza volatizzata. Sapeva, che non vi sarebbe stata una seconda possibilità, doveva andare o lo avrebbe perso per sempre ed il solo pensiero l’angosciava e ne sentiva il vuoto. Il pomeriggio passò veloce, tutto intorno a lei sembrava fuori della realtà come copie sbiadite di una vita che non le apparteneva e venne la sera, si preparò accuratamente. Un bagno caldo in cui sciolse le essenze più dolci, la cura dei particolari del suo corpo per essere più desiderabile, tutto era in funzione di ciò che sarebbe accaduto. Più volte si guardò allo specchio nella sua insicurezza di tralasciare qualcosa, si vestì con cura scegliendo i capi più sensuali. Alle 19 era giaà pronta, si domandò se uscire, "troppo presto" si disse "e... se faccio tardi?" Cosa sarebbe accaduto? Lui non tollerava il minimo ritardo, aveva detto alle 21 e lei sapeva che avrebbe controllato, magari sarebbe stato poco lontano, poco discosto dall'ingresso dell'albergo per verificare senza farsi vedere, non poteva deluderlo, non voleva. Sentiva che le era stata data fiducia, non poteva mancare. Si avviò con calma, evitò di prendere l'auto, la paura di rimanere imbottigliata nel traffico la attanagliava, preferì una semplice metropolitana, era più sicura nel suo percorso. Sentiva la gente intorno a lei, la ressa di coloro che tornavano stanchi dal lavoro, il basso vocio diffuso che creava una cacofonia di sottofondo, guardava senza vedere, una donna grassa dal viso stanco lontana nei suoi pensieri, l'impiegato dimesso con la sua borsa ed i soliti ragazzi che scherzavano fra di loro: tutto le appariva lontano, si domandava se solo avessero immaginato, guardandola, cosa stava per fare, il pensiero la sconvolse per un attimo. Che faceva lì su quel treno, avrebbe dovuto essere nella sua casa, le pantofole ai piedi, un bel latte caldo davanti al televisore come tante altre volte, si sentì fuori posto. Fu un momento di incertezza, un guizzo di pensiero, un voler scendere e tornare indietro nel caldo rifugio uterino di quelle quattro mura nella sua solitudine; poi si riprese. "Ora o mai più", si disse. Le fermate si susseguivano inesorabili, guardò l'orologio mentre stazione dopo stazione il metrò si immergeva come un serpente nelle viscere della terra portandola, si domandava, all'inferno o al paradiso. Quando riemerse in superfice era già sera, sembrava quasi che, pietosamente, il sole avesse voluto discretamente andare via per celare ogni suo imbarazzo e quel rossore che le avvampava le guance. Guardò di nuovo l'ora mentre si incamminava verso l'albergo poco distante, dieci minuti alle 21, in perfetto orario, si disse compiaciuta. Nell'attraversare la strada, dall'asfalto lucido per la pioggia caduta, guardò i mille riflessi delle luci come giochi irreali che la invitavano ad andare avanti, guardò attentamente se potesse esservi Lui, celato in qualche auto o poco distante che la guardasse ma non ravvisò alcuno. Lo aveva visto solo in qualche foto ma sapeva che le sarebbe bastato incrociare il suo sguardo per riconoscerlo. Varcò esitante la porta dell'albergo, poi si fece coraggio e raddrizzando le spalle, cercando di darsi un portamento sicuro, si avvicinò alla reception. Sentì la sua voce chiedere della stanza, una voce che non era la sua e come in un sogno prese la chiave dalle mani del portiere avviandosi verso l'ascensore. I suoi passi furono discreti nel lungo corridoio ricoperto di moquette, il silenzio aleggiava fra le stanze. Si domandò se i suoi gemiti, che sicuramente egli avrebbe strappato, si sarebbero potuti sentire, ne provò un moto di vergogna. "Strano", si disse, "tra tanti pensieri cosa mi viene in mente". Aprì la porta e la chiuse accuratamente senza girare la chiave, il suo sguardo girò per la stanza la fece sua, era la... "stanza". Una lieve puntata nel bagno per vedere e guardarsi allo specchio che le rimandò un viso sconosciuto. Era proprio lei, si domandò, quella donna? Aveva aspettato e desiderato tanto nella sua immaginazione quel momento, ma ora mille dubbi e mille paure la assalivano. Smise di pensarci, per farsi forza doveva solo andare avanti. Guardò l'ora di nuovo, le 21,10. Lui poteva arrivare da un momento all'altro, di certo le avrebbe dato il tempo di prepararsi ma... non sapeva quanto le era stato concesso, doveva fare presto. Iniziò a svestirsi ripiegando con cura i suoi abiti, quasi con dispiacere perché li aveva scelti con cura per farsi ammirare, ma poi, si disse, li avrebbe visti dopo. Nuda, rimase ad aspettare come le era stato detto; di fronte a sé, una finestra socchiusa da cui trapelavano le luci artificiali, aveva lasciato accesa solo una lampada da notte e la stanza era immersa nella penombra. Le spalle alla porta mentre, in quel silenzio, i pensieri vagavano nella sua testa. Ogni volta che sentiva passi felpati provenire dal corridoio sobbalzava, si aspettava di sentire il rumore della maniglia che si abbassava e la Sua presenza nella stanza. Invece solo chiavi che giravano nelle serrature, porte adiacenti che si aprivano e chiudevano in vocii sommessi. Si rese conto in quell'istante che bastava che qualcuno sbagliasse porta, aprisse la sua per trovarla lì, nuda, e ne ebbe paura, si sentiva indifesa, cosa avrebbe detto, forse gridato o forse le sarebbe mancata la voce. Guardò di nuovo l'orologio, il tempo sembrava non passare, le 21,30, ma quanto avrebbe dovuto aspettare? Forse un imprevisto? E se fosse stato così? Non osava muoversi, non osava girarsi, magari aveva aspettato sino a quell'istante, girarsi ora e magari vederlo entrare proprio in quel momento avrebbe vanificato tutto, doveva aspettare. Il tempo sembrava eterno, fu tentata di rivestirsi, scappare via, avrebbe detto che non era potuta venire... no, non poteva, di certo il portiere avrebbe detto che le aveva consegnato la chiave, l’avrebbe descritta. Poggiava il peso del corpo alternativamente da un piede all'altro, era stanca, la tensione si faceva sentire, pensava a qualcosa di piacevole ed invece questa incertezza la consumava. Oramai era allo stremo, quando il suono di un accendino nella stanza la fece sobbalzare. Non aveva sentito nessuno entrare, fece un mezzo movimento con la testa ma una voce bassa, quasi sussurrata ma decisa, le disse: "Ferma". Riconobbe la Sua voce, era inconfondibile, si domandò da quanto tempo fosse lì mentre una voluta di fumo azzurrino le avvolse il corpo. Si sentiva osservata e si rese conto di esserlo stata a lungo senza saperlo, senza esserne cosciente. Provò insicurezza, mentre il silenzio si prolungava. Cosa pensava di lei? Voleva essere ammirata, desiderava con tutta se stessa la Sua approvazione, ma quel silenzio fatto di volute di fumo le pesava più di mille macigni. Sentiva il cuore nello stomaco e tutta se stessa tesa come una molla, sapeva che sarebbe bastato nulla a farla sobbalzare. Passarono altri minuti interminabili, non osava muoversi neppure per guardare l'orologio. Quello sguardo sul suo corpo le pesava come una mano che la stringesse, la tenesse ferma, lo sentiva scorrere lentamente sulla sua schiena, percorrere i suoi glutei sino alle gambe e risalire. Non avvertì alcun movimento, un attimo prima il silenzio, un attimo dopo un dito le toccò la base del collo, discese lentamente lungo la spina dorsale mentre un fremito l’attraversò repentino. "Ferma", ancora quella parola sussurrata, ancora quella voce bassa e decisa mentre il caldo del suo fiato sul collo la scosse sin nel profondo. I muscoli delle gambe si rifiutavano di sorreggerla, vibravano incontrollati ed un calore improvviso le scioglieva il ventre. Voleva essere Sua, la stanza, il mondo, aveva cessato di esistere. Sentì le Sue mani girarla e si lasciò andare a quel tocco delicato ma fermo che non chiedeva, prendeva. Lo guardò negli occhi e finalmente precipitò in Lui, era Sua.
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