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L'Angelo
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Titolo:
L'Angelo |
Autore:
Tormento |
Contatto:
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Racconto
n° 1699 |
Altri
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Ero rimasto solo, single, di nuovo. Nessuno più che ti aspetta a casa, niente caffè caldo da preparare al mattino, ma per chi, se nella notte non hai poggiato il viso su di un cuscino di morbidi capelli profumati. Allungai le notti, diluendole nel vino, tirandole al mattino, mentre in segreteria si affollavano messaggi di lavoro ed i piatti sporchi ingombravano il lavabo, fin quando non iniziai a gettarli nella spazzatura, dopo averli usati, ripromettendomi di sostituirli con quelli di plastica. In televisione Costanzo e la De Filippi mi insegnavano cose che non avevo bisogno d’imparare, ancora un altro sabato iniziato passata l’ora di pranzo, con la bocca impastata, il letto pieno di fantasie facili, e il viso sporco del make-up di chissà chi. E un’indirizzo nuovo, un locale “trendy”, abiti di scena, ma qualcosa non doveva aver funzionato quella sera, perché mi ritrovai seduto ai piedi di un muretto nel retro del locale, l’alito che puzzava di un cocktail miscelato con decine sigarette e alcool, e negli occhi milioni di lucciole danzanti. Ma avrei trovato le forze di cercare un taxi, prima o poi, và tutto bene, ho ancora mezza bottiglia di Porto a tenermi compagnia. Fu in quel momento che si avvicinò, l’angelo, in equilibrio perfetto sui tacchi a spillo, le gambe levigate e lucide, ondeggiante fermarsi a pochi metri da me. Ecco, porto con me di quell’incontro due istantanee, perché la testa pesava talmente sul collo da costringerlo a sostenerla in due sole posizioni: china sul petto, e riversa contro il muretto. Due immagini, i suoi piedi infilati nel sandalo, magri e bianchissimi, attaccati alla caviglia sottile e sinuosa, ed i suoi occhi grandi, grigi come due perle rare, due biglie d'acciaio, che mi guardavano curiosi e pietosi, sotto una cascata di fili d'oro e sparati nel mascara diluito alle lacrime, sciolto sul viso, che la rendevano simile a un panda, ma molto più affascinante. "Stai bene?" mi chiese. "Sei un panda?" risposi, e scoppiò a ridere, di un riso fragoroso e nervoso, che esplose come un tuono dentro di me, e che mi svelò i suoi denti bianchissimi, prima che ella sparisse dalla mia visuale per sedere al mio fianco. "Raccontami la tua storia", mi disse, e sedemmo a lungo a parlare, dividendo vino e sigarette, e quando non ci fù più nulla da dividere, mi invitò a seguirla. Furono le ultime parole che mi disse, poi, silenzio. Silenzio mentre mi condusse in auto. Silenzio mentre guidava, silenzio mentre la chiave apriva la porta di casa sua, silenzio mentre mi condusse in bagno, silenzio mentre riempì la vasca da bagno. Ho rubato a quel silenzio il rumore dei passi di lei, la musica in auto, l'acqua che scorreva nella vasca. Inconsciamente, senza capire, privo di forze, non mi mossi, costringendola a spogliarmi piano e spingermi nella vasca, nel vapore, nell'acqua calda. E la mia immobilità la costrinse ad insaponarmi piano, raccogliendo l'acqua con le mani per bagnarmi i capelli, e la spugna scivolava sul mio petto lenta, lasciandomi al naso il profumo del bagnoschiuma, ed immerso nell'oblio, nel calore, nello sciabordio dell'acqua, e del contatto con le mani di lei sulla mia pelle nuda, mi ripresi piano. Il mio sesso crebbe lento, nella schiuma, guidato dalle mani di lei viscide di sapone, e dalle sue unghie che seguivano piano la curvatura del pene, lo lasciò per un attimo dritto, duro e nerbuto, paonazzo, mentre il suo vestito scivolava in terra. Su di me si sedette senza mai lasciare la mia carne dura, entrambi ebbri di alcool, di profumo e di piacere, ci congiungemmo lenti. Scivolai dentro di lei riempiendola in profondità, non so dire, privi di forze e di lucidità. Era una scena al rallentatore, entrambi aggrappati alla vasca, lei pesava sul mio bacino e il mio bacino premeva contro di lei riversa sulle mie labbra. Le nostre lingue si cercavano piano, ed i suoi capezzoli induriti sbattevano ora contro il mio petto, ora sul pelo dell'acqua, che ci cullava come musica soffusa, e musica soffusa suonavano le nostre labbra, e soffusi erano i respiri alternati nella bocca dell'uno prima, dell'altro poi. Perso nel buio dei suoi biondi capelli sciolti sul mio viso, labbra contro labbra, pelle contro pelle, carne contro carne, scambiai i miei liquidi con lei, e quasi andai sotto quando s'irrigidii sul mio sesso e gemendo cadde su di me. Restammo così. Semi-addormentati nell'acqua tiepida, le mie mani a lisciarle la schiena morbida, io dentro di lei, e lei dentro di me, ma molto, molto più in profondità. Ho un'ultima istantanea, di lei, dalla pelle diafana sulle lenzuola bianchissime, alla luce del mattino che filtrava nella stanza, e le sue natiche rotonde rivolte verso me, che piano chiudevo la porta alle mie spalle. Era un'angelo dai capelli biondissimi e dalla pelle morbida, mi ha raccolto in volo mentre andavo giù, si è presa cura di me. Non l'ho mai più vista, le ho lasciato il mio numero sul comodino. Il numero era sbagliato, ero ancora ebbro, non soltanto di lei.
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