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La dea
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Titolo:
La dea |
Autore:
Petra |
Contatto:
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Racconto
n° 1704 |
Altri
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Era disteso sulla poltrona di casa sua, Toni. Di fronte all’ingresso. Poltrona che era come la tappezzeria, il tavolo, i tappeti, rossa, il colore della passione, rossa e morbida. Aveva bevuto, Toni, quella sera. Tanto, aveva bevuto. Lisa, la donna della sua vita, Lisa, cui lui aveva tentato di rinunciare cento, duecento, mille volte, l’aveva baciato. Si erano incontrati alla festa della Società dove lui giocava a calcio, e lei faceva la figlia del Dirigente. Lui era giunto accompagnato da una donna. Lei da un uomo. Entrambi sapevano, conoscevano di essere molto impegnati e innamorati del rispettivo partner. Certo, entrambi lo sapevano. Ma allora perché. Perché lei lo aveva trovato davanti al bagno, ce lo aveva spinto dentro, e alla velocità della luce gli aveva infilato la sua lingua, calda, morbida, guizzante, tra le labbra. E lui non era più riuscito a disfarsi di quel calore. Suadente. Amava Lisa. L’aveva sempre amata, da quando si erano incontrati per la prima volta a quindici anni, e avevano iniziato ad uscire insieme. Ma lei era di una categoria sociale off limits. Alta borghesia cittadina. Mentre la sua pelle era ancora piena di ferite del suo caro padre spacciatore. Ora aveva soldi e tanti – a fare il calciatore di certo non si guadagna male. La sua ascesa, il desiderio di arrivare sempre più in alto, fino a raggiungere le vette del cielo, era dovuto all’amore che portava a lei? Può darsi. L’aveva lasciata, maltrattata, ma in fondo sapeva che era lui il perdente, in quella storia. Non avrebbe mai potuto competere con il suo pedigree, con il suo modo di portare camicie di seta pura allacciate sul collo, col suo modo di muoversi. Lui era un porco, si era prostituito. Non una ma cento, mille volte. Spedito dal padre a prostituirsi. Era un animale di lussuria e di lascivia. E anche quella casa, casa ricca che si era appena costruito, odorava di lascivia, come un bodoir demodé. Lui lo sapeva, ma non poteva essere diverso. Non poteva. E non poteva toccare Lisa. Lisa che era elegante e fine e non aveva niente a che vedere con le donne dei bordelli che frequentava.
Quando lei arrivò, se ne accorse dal modo di suonare il campanello. Un modo sottile, delicato, come timoroso di fare un qualcosa di sbagliato. Di disturbare. Aprì la porta. Fuori pioveva, e molto. E lei era tutta bagnata, anche solo per quel breve tratto dalla macchina alla casa. I suoi capelli biondi essudavano goccioloni. Lui la vide, la fissò. Era talmente tanto indeciso sul da farsi che la lasciò aspettare ancora un attimo. Lei lo guardò, come per chiedergli: -Ma come, non mi fai entrare?- Certo, certo, si disse in un immaginario dialogo con se stesso. Entrò, Lisa, senza dire una parola. Muta e desolata entrò e iniziò a fissare intorno. Con il suo cinico occhio raffinato da ragazza bene guardò il bodoir di Toni. Non disse una parola. Nuovamente si avvinghiò a lui, e lo baciò. Ancora più a fondo della volta precedente. Ancora più intensamente. Sentiva la lingua di lei arrivargli fino alla gola. Arrivargli fino al fondo del cuore. Che nel frattempo era caduto, si era spezzato in mille pezzi e non era più riaggiustabile. La prese, l’avvinghiò. Decise che sarebbero stati fatti della ragazza. Lui l’aveva messa in guardia, questo è poco. Questo è poco. Gliel’aveva detto. Noi due siamo troppo diversi. Ora Toni l’animale entrava in azione. Era la prima volta che entrava in azione. Un assoluto riserbo, la paura di violare l’inviolabile, l’aveva trattenuto. Sempre. Avevano già fatto l’amore quando erano giovani, certo. Ma sempre bloccato, frenato, staccato. L’abbracciò, la prese tra le braccia, piegandole in due l’esile schiena. Il suo abbraccio era caldo, e lei era tutta bagnata. Spostò rapidamente le mani sulle sue piccole natiche, e non contento, infilò le mani attraverso la gonna fasciante. Aveva sotto un paio di slip di pizzo. Un paio di piccoli, deliziosi, slip di pizzo. Si spostò verso la cerniera, la aprì, lasciò che la gonna le scivolasse ai piedi. Aveva la pelle d’oca, Lisa. Il davanti degli slip era costituito da un lievissimo velo nero, e poco più. Non ebbe neanche la voglia di toglierli, quegli slip. C’era un sistema troppo complicato di guepiere. Si era conciata bene, la ragazzina. Prendendola con le braccia la sdraiò a terra, le divaricò le gambe e iniziò a mordere, soffiare, leccare. Il suo clitoride si ingrossava. E lui lo leccava, attraverso il fine velo. Sentiva un’erezione sempre maggiore mordergli dentro. Con la punta della lingua scostò il bordo dello slip. Si fece strada tra la peluria biondastra. - Male, male - pensò – la ragazzina ha ancora molto da imparare - Raggiunse la sua figa umida e calda. Con la lngua, la penetrò. Poteva sentirne il fremito. Lei si era sbottonata la camicia e il suo seno, incredibilmente florido per un corpo così minuto, iniziava ad occhieggiare, i capezzoli trasparivano attraverso il pizzo nero. Bella storia, farla venire. Ma no, non era il tempo di farla venire. Bisognava darle una lezione di che cosa significa sesso. Sesso nella più alta accezione. Sicuramente nei suoi noiosi parties nessuno gliel’avrebbe insegnato. La girò, e scese le mutandine fino a quando occhieggiava il buchino delle natiche. Il suo sesso era un cratere rovente. Umidificò soltanto con un po’ di saliva. –Ti faccio vedere io, ragazzina- La sua verga entrò turgida e gonfia, a squarciare quel culetto, quelle natiche sode che non erano mai state violate, ne era certo. Di certo quel mezzo frocio del suo fidanzato non avrebbe mai osato tanto. Lei emise un grido. Poco importa, viveva in una villetta isolata da tutti. Inizò ad armeggiare lì dentro. La mano dentro le mutandine, si muoveva sempre con più vigore, strofinandole il clitoride, che era divenato un frutto sodo e maturo. Le grida di dolore diventarono grida di godimento, mentre lui armeggiava, armeggiava. Venne, come non si ricordava mai di essere venuto. Lei aveva del sangue nel culetto, del sangue rosso colante. Lo guardò interrogativamente in quegli occhi verdi di gatto. Lo guardò interrogativamente con i suoi grandi occhi blu colore cielo. Non si sentiva appagato, no. La fece alzare. E solo allora iniziò a spogliarla completamente. Sapeva bene come fare con quei reggicalze, lui. La liberò, le tolse le mutandine, la camicia bagnata, il reggipetto. Il suo seno florido proruppe nella camera. Nel frattempo lui si era rivestito completamente. La portò in bagno. Le lavò a lungo il sedere con dell’acqua ghiacciata, e poi glielo ammorbidì con delle creme. Il suo dito penetrava aritmicamente nell’ano. Lei ormai mugolava piacere. Aveva in bagno un mobile quadrato, una cassettiera. La invitò a mettere il seno li sopra. Le spalancò ancora una volta le gambe. Si sedette sotto. Con la crema la inumidiva tutta. Era ora. Si alzò, prese un rasoio. Proprio lì sotto. Iniziò a depilarla. I riccioli biondi della sua passera gli cadevano addosso. E lui se ne beava. Lei non diceva niente. Sembrava quasi che se avesse detto qualcosa l’incantesimo si sarebbe rotto, e lui sarebbe tornato il solito burino di sempre e lei la solita ragazzina della Città Bene. La depilò ben bene, striscia dopo striscia, fino a quando il suo clitoride, rosso frutto, emerse. Fu possibile allora farla voltare, sedere sul mobile e completare l’opera. Non era ancora venuta. Stava sui suoi traballanti tacchi a spillo e stop. Iniziò a sorbirle la passera sempre di più, sempre di più, mentre lei ansimava. Mai sperimentata una cosa simile. Venne, e lui ingurgitò tutti i suoi umori. Era la prima volta che Lisa veniva con lui. Gli era sempre sembrata frigida.
Si sentiva vuoto, completamente svuotato. Ora lei era una delle tante. Ci aveva fatto quello che aveva combinato con tutte. Stettero zitti, in silenzio. Lei continuava a guardarlo con il suo sguardo, come se… come se… Aprì l’acqua nella sua ampia vasca idromassaggio colore rosso rubino. Il centro del bodoir. La riempì dei sali cui era abituato, di bagnoschiuma che liberò nell’aria un odore intenso e pungente. Si spogliò anche lui. Aveva le sue cicatrici in vista ora. Ma apparvero e scomparvero. La vasca da bagno copriva tutto, con la sua schiuma, soffice, morbida, malleabile. Era nudo di fronte a lei, nudo di fronte alla bambina. Tanto ormai… Era una delle tante. Non una parola. Solo sguardi, fissi sguardi. Si stava perdendo nuovamente in quello sguardo blu, blu come una giornata tersa di febbraio in cui capita di esordire in Serie A, si segna un gol, si sa a chi dedicarlo, ma lei è lontana, ed è troppo sconveniente. Troppo sconveniente. Lei è la figlia del capo. Fu lei a prendere l’iniziativa. Come quella sera, quella sera in quel bagno umido e puzzolente. Lei lo guardava con lo stesso sguardo, e in quello sguardo gli sovvertiva tutti gli organi. Si avvicinò, gli montò cavalcioni, se lo fece entrare dentro, con la sua figa pelata, martoriata, e iniziò a salire su e giù, lentamente. Diavolo di una bambina, quanta banalità. E allora perché questa sensazione come di morire? Si sentiva morire dentro quell’acqua, con lei, la donna dei suoi sogni lì piazzata dentro la sua vasca. Bella come era sempre stata.
Voleva farlo piangere. Voleva farlo piangere.
E ci riuscì. Non ottenne di venire. Scoppiò a piangere prima. Mille ricordi in mente, ricordi di lui stesso abusato, maltrattato, torturato. Ricordi di ragazzo adolescente costretto ad andare con cinquantenni. E abbandonare il suo amore. Ricordi, migliaia di ricordi. La strinse tra le braccia, lei che lo avvolgeva come una conchiglia, come un caldo guscio.
- Non lasciarmi mai. Lisa.-
Finalmente l’aveva detto.
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