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Mirka
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Titolo: Mirka
Autore: Babele
Contatto:
Racconto n° 1717
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Stavo attraversando un periodo nel quale tutto mi andava bene e mi girava per il verso giusto: la buona sorte mi era amica.
Forte della mia giovane età, degli studi appena finiti e del primo lavoro che mi stava già procurando soddisfazioni ed encomi, ero deciso a primeggiare anche nei rapporti con le ragazze.
Per questo nel borgo nato e cresciuto attorno alla fabbrica dove lavoravo mi ero messo in lotta con parecchi pretendenti per la conquista di Mirka, giovanissima bionda tutta curve, molto, ma molto bella, e che mi fece da subito sognare di "crescerla" ad immagine e somiglianza della donna dei miei sogni e forse proprio perché ci fu "guerra" mi impegnai allo spasimo vincendo ogni nemico e mi sentii come il re assiso sul suo trono: al di sopra di tutti e di tutto.
La passeggiata pre-cena ci vedeva a braccetto e incolonnati in una specie di processione che si snodava su un percorso chiuso, tra l'altro l'unico possibile.
Punto di ritrovo e di partenza per giovani, amici, "filarini" e fidanzati era la piazzetta dell'”albergo ristorante bar negozio di alimentari generi vari poste e telefoni”, ubicato nelle vicinanze della provinciale e gestito da una famiglia pionieristica che si era stabilita in quello sperduto angolo del Delta del Po con la posa della prima pietra per la realizzazione della fabbrica.
Da lì ci si incamminava sul sentiero erboso dell'argine del fiume fino al piazzale della fabbrica, si percorreva poi via Eridano (gli unici 50 metri di nastro d'asfalto) e il vialetto di brecciolino tracciato attorno agli orti che separano il casermone bello degli impiegati da quello brutto degli operai per ritrovarsi nella piazza di partenza.
L'alternativa, "davvero eccitante", era il percorso inverso.
E questo era lo svago principe e di tutti i giorni che il luogo offriva, una noia mortale per tutti i "normali", non per me che avevo Mirka da amare, da mostrare e da farmi invidiare.
La sera dopo cena beneficiavo di un'ora di libertà vigilata che mi permetteva di rubarle pochi baci e qualche palpata fugace, dopo i quali mi sembrava d'essere in cielo, beatamente spaparacchiato sul carro dell'orsa maggiore.
Tutti qui i miei "rapporti" con Mirka, la mia giovanissima, bellissima fidanzata

Stavo leggendo "Stadio" nella saletta da pranzo della foresteria.
I miei colleghi erano usciti, io avevo preferito la comoda quiete del divano e la lettura di un po’ di notizie sportive.
Maria e Pasqua, le due brave donne che preparavano i pasti ed accudivano le stanze della foresteria di noi dipendenti scapoli "immigrati", stavano finendo di "spicciare".
Maria ci salutò e se ne andò anche lei.
Pasqua si mise a chiacchierare con me.
- Alora, dotor, come valo con la Mirka? -
- Bene, grazie! -
- Ma… galo intenzioni serie? -
- Certo, Pasqua! Perché? -
- Aaah sì-sì, al fà ben dotor, parché le propio na gran bela putea e la piase a tanti ah! -
- Veramente Pasqua, piace proprio a tanti come dici tu? -
- Ah sì! La piase ancora a Mario, al fiol dal capuficio, cle stà al so primo ragasseto, a Andrea, a Carlo, e po anca… -
- E po anca? -
- Mi no lo voria dir! -
- Su, Pasqua, dime tuto, vol dir che l’è propia bela e son contento, ti sa ben che mi son serio, segreto e drito! - bofonchiai.
- Eco, a proposito de "drito" dotor, lu al dovria darse da far de più parché la mona la tira come un elefante a quela età! E bisognaria contentarla! -
- Ma ha così pochi anni! Poi non è mica facile trovare il modo ed il luogo -
- Ma gli altri i la trovà! -
- Gli… altri… i la trovà! -
- E' sì dotòr!, Mario, al so primo amòr, al conosce tutti i posti adati e anca al so compare, un bel omo sa, sula quarantina, propio gli ani ca ghe vole par esar di gran ciavadori… al se la cuca do volte la setimana quando la và a scola da camisara a Adria e meno mal, così la impara ben a far la femina! -
- Ma… ma tu come fai a sapere tutte queste cose e così bene? - riuscii a dire fingendo indifferenza mentre dentro di me c'era il Vesuvio in eruzione.
- Me le gha dete la Mirka, le come na fiola par mi, l'ho vista nascer e po al la sa so mama e queli che i ghe vol bèn dotòr, te devi dar da far a ciavarla de bruto o i te la frega gli altri! Apri gli oci e drissa il casso dotòr! -
Non mi rimasero ne forza ne la voglia di rispondere ai saluti di Pasqua quando anche lei se ne andò portandosi via la mia boria di "vincitore", le mie serene, fiduciose certezze di innamorato.
E non vi dico la confusione mentale e "cardiaca" in cui m'aveva precipitato, ma riuscii, con l'orgoglio dello sconfitto totale, ad impormi di far finta di niente, dovevo vedere e sapere IO!
Possibile! Mirka, così pudica e ritrosa, così sorvegliata!
La sera stessa, alle undici e un quarto, ero dietro la finestrella socchiusa dei bagni della foresteria e con la vista ormai assuefatta al buio dominavo e controllavo la porta di casa di Mirka che s'apre anche lei sul retro, verso gli orti (alle undici, come tutte le sere io ero stato "messo fuori" e lei era stata "chiusa in casa" dai suoi genitori), trascorre una mezz'ora lunga un secolo e un'ombra scivola furtiva e ripiegata su se stessa dalla porta verso l'orto piantandomi un coltellaccio nel cuore, un'altra ombra sbuca da chissà dove e gatton gattoni scivola nella stessa direzione e le lame infilzate nel mio petto sono due, le ombre crollano allacciate e scompaiono tra le piante dei pomodori.
Un'ora dopo l'ombra furtiva e frettolosa di Mirka viene risucchiata dalla sua porta e l'altra? Chi è? Dov'è l'altra? Ah, eccola lì, sul sentiero degli orti, un'ombra che fischietta allegra e "soddisfatta", è Mario, "il primo amore" di Mirka diretto verso casa.
Un martello pneumatico mi sta sbrindellando cuore e cervello, ma da eroe cocciuto soffro e persevero in silente incognito.
Controllai le "ombre" per una settimana, si "incontravano" una sera sì e una no mentre io studiavo e cercavo di mettere a punto il modo più eclatante di svergognarli, volevo prendermi la rivincita, anzi, una vendetta bruciante! Come bruciante era il mio scorno! Poi mi sarei dato il modo "di mettere in piazza" la sua relazione col "compare", il bell'uomo 40enne, maestro di "arte amatoria".
Fortuna mia volle che Mario dovesse partire improvvisamente per Trento, non persi tempo, feci e rifeci "le prove della vendetta" e ad ogni sera inoltrata andai a nascondermi dietro ad un groviglio di canne secche a pochi metri dal loro ben individuato nascondiglio d'amore e di piacere.
Da lì li avrei catturati, compenetrati in un attimo e svergognati "coram populo", attirando alle finestre le curiose ed i curiosi del vicinato con insultanti e schiamazzi urlati.
Una sera stavo ripassando il mio piano nascosto tra le canne quando "la porta del tradimento" fu socchiusa per far scivolare Mirka verso l'orto.
Silenziosa ed invisibile come una pantera si mimetizzò nel nido del peccato in un attimo, perché? Il suo primo amore non c'era!
Confusamente, stupidamente, sognai che stesse venendo da me, mentre invece un "ombrone" enorme l'aveva già abbrancata e… sommersa.
Snebbiatimi occhi e cervello, riuscii finalmente ad inquadrare ed a riconoscere la figura che si agitava con foga "a cavallo" di Mirka… ma era il "sergentone"!
Lo avevamo battezzato subito così per via delle sue misure, quasi due metri per cento chili, da quando (appena dieci giorni fa) era giunto con una compagnia militare a fare le manovre estive al limitare del bosco di Donada.
Il sergentone e Mirka si scambiarono spesso "la sella della monta", e sembravano non averne mai abbastanza di montarsi e di "orgasmare" finché, con lei a cavallo ed impalata sul serpentone, si misero a parlare bisbigliando fitto-fitto, concitati, mentre io ero talmente squinternato nel cuore e nel cervello che non sapevo nemmeno più se ero veramente vero, anzi, vivo.
Accidenti! Ma cosa avevano da dirsi che non la finivano mai?
Partirono di scatto, dopo essersi sistemati alla meglio, tenendosi per mano e restando curvi, attraversarono di corsa gli orti in tutta la loro lunghezza, sparirono, sentii il rombo del motore di una jeep che si avviava, partiva, si allontanava… cosa stava succedendo ancora?
Era tutto illogico, era tutto un sogno, era tutta e sola pazzia!
Sgattaiolai via sconvolto, zigzagante, vuoto, in direzione della foresteria mentre "Mirka! Mirka!" chiamava sottovoce la madre della stessa affacciata alla finestra socchiusa sugli orti… vidi la ruffiana scivolare verso "il nido della monta" vuoto tra i pomodori, la sentii alzare il tono del richiamo angosciata.
Ero "in salvo", affacciato alla finestra buia nel buio della mia stanza e mi gustavo la preoccupata frenesia di una madre stronza ed in pena crescente, godendone soddisfatto.
Una famiglia cercò invano la sua Mirka per una notte ed un giorno interi, una compagnia militare cercò inutilmente il suo sergentone per altrettanto tempo.
Ricomparvero entrambi a togliere dalle angustie i loro "cercatori" quando ebbero come contropartita la certezza del perdono.
Perdono accordato e scappatella cancellata da un bel matrimonio "riparatore", celebrato cinque mesi dopo, cinque mesi di sfottò e di risatine, di battute e di gag che amici, colleghi, nemici ed indifferenti non mi lesinarono.
Il sergente si congedò dall'esercito e fu assunto in fabbrica per interessamento e "merito" del figlio del capo ufficio, mentre il "compare quarantenne" di Mirka le trovò un posto di lavoro in una fabbrica di camicie di Adria.
Nasceva così e su queste premesse una famiglia nuova, giovane, bella, sana, tranquilla, felice, senza problemi di sorta.

Un bel giorno mi ritrovai da solo con Pasqua nel soggiorno della foresteria, a me sembrava di essere ancora il protagonista di una delle tante puntate della "novela" iniziata un annetto prima, m'ero "sbollito per forza" e mi parve giunto il momento giusto per darle un degno finale dato che non avevo avuto modo alcuno di vendicarmi: - Beh, Pasqua, hai visto come ha risolto bene i suoi problemi e quelli di tutti i suoi pretendenti la nostra bella Mirka, eh! -
- Ah, sì dotòr! Le propio stada brava! -
- E adeso la se la ciava solo al so sergentòn! - le feci eco.
- Beh, no, dotòr! La Mirka le tanto bela che la merita ben altro ah! - precisò.
- Cioè? - riuscii a sillabare allibito.
- Beh la se la ciava al so sergentòn e l'è giusto parché al ghe dà el nome, na casa, na famegia e, speremo, tanti beli putei, ma la ciava anca Mario parché "il primo amore non si scorda mai", e anca questo l'è giusto e po se la ciava al so compare, e la merita, parché al ga trovà il lavoro ma sopratuto parché prima al ga insegnà a liè a essar "na brava dona da leto, na vera femina" e po le un sior pieno de grana e non si sa mai nela vita, megio tenerselo ben streto un ciavadòr con tanti schei! -
- Ma cosa dici! Se la scopano addirittura in tre e va bene, è giusto così? -
- Par na mona giovine e bela come la Mirka le apena al so giusto, dotòr! E svegliate parché - e adeso a tel digo in italian così me capisci ben - le femine e le mone, quele che voi taliani chiamate fighe, le ghe tute un'antra cosa da quelo che al crede lu! - sentenziò Pasqua “in taliano” andandosene impettita e severa come se avesse lasciato lì e per me un oracolo.
Mi ritrovai solo, immerso nel vuoto morale che avevo dentro e in quello fisico che mi circondava, suonato come un pugile dopo il ko, con nel cervello il ronzio angosciante fatto di due domande alle quali non sono ancora riuscito a dare una risposta certa:
Cosa sono le donne?
Cosa sono le mone dette dai “taliani” fighe?

Babele