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Il matto
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Titolo: Il matto
Autore: Babele
Contatto:
Racconto n° 1723
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Sto percorrendo, sovra pensiero e lemme-lemme, il corridoio un po’ "strambo" (come tutto questo ospedale che mille assai costosi e "tangentosi" interventi ristrutturativi hanno trasformato da antico palazzo aristocratico, pretenzioso e disabitato qual'era, in affollato nosocomio ben poco funzionale e tanto meno adatto alle esigenze ed ai tempi), che divide le camere del reparto di ortopedia (sulla mia sinistra) da quelle di oculistica (alla mia destra).
Sono giusto alla metà di esso, là dove forma una "zeta" virando seccamente a destra, poi subito ed altrettanto decisamente a sinistra per riprendere infine la direzione primaria.
Svolto appunto a destra e, dopo otto passi, a sinistra.
Dalla porta spalancata sul corridoio della prima stanza a manca che s'incontra dopo la "zeta", esce un fantasma canticchiante e nudo! Che si avvia lungo il corridoio, davanti a me, nella mia stessa direzione. Resto allucinato ma “tal sogno” continua ad essere.
Piedi nudi, caldi, indecisi, umani lasciano impronte "bagnate" dalla temperatura corporea perfettamente disegnate sul freddo, lucido linoleum verde del pavimento.
I miei occhi scalano due gambe pelose e nervose, due cosce liscie e muscolose, due chiappette strette ed un po’ ridicole, simili a due coppi di quelli di una volta che si vedono ancora adesso sui tetti delle case vecchie, un fusto ben equilibrato, il brillio di un vistoso collièr d'oro gli avvolge il collo e gli scompare sul davanti, una zazzera di capelli neri pettinati alla nazarena che cominciano a dare i primi segni di diradamento…
Finalmente, ma con gran fatica, riesco ad inquadrare la situazione, incomincio a rendermi conto: quello che cammina davanti a me non è un fantasma, ma un uomo vero, un uomo reale, un uomo vivo e nudo, completamente!
Poco prima, quando la mia distrazione aveva colto nebulosamente il fantasma nudo (e matto?) che usciva dalla prima stanza di degenza sulla mia sinistra, avevo vagamente guardata una forma "nota", "appiccicata" a metà strada tra i piedi e la testa del matto stesso.
"Una forma" scampanellante e nascente tra peli neri.
"La forma" del maschio.
Mi risveglio del tutto di colpo e solo adesso i miei occhi guardano e vedono in chiaro, il mio cervello ragiona e centra la situazione.
Il canticchiare del matto nudo, segnale che deve essere ben noto ai ricoverati che stanno lì, attira sulle porte dei due reparti affacciati guerci e zoppi, bendati ed ingessati, tutti ridanciani, sempre più numerosi e si fan folla.
Il fantasma avanza lento-lento e maestoso tra un pubblico sempre più numeroso e vociante.
Mi sento a disagio, "fuori tema", non so se accelerare, rallentare o svicolare, mi par di dover essere male interpretato e giudicato qualsiasi sia la decisione che prenderò, perciò continuo ancora a camminare dietro il fantasma alla sua stessa andatura.
Frattanto si scatena il finimondo!
Dal corridoio che interseca a "T", questo dove si svolge questo strano fatto, arrivano due suorine di bianco azzurro vestite, che avanzano "controcorrente" rispetto al matto nudo ed a me.
I loro quattro occhi si bloccano "sulla metà" del fantasma, le loro due bocche emettono angelici gridolini, le loro quattro diafane manine coprono a rastrello pudichi ed offesi occhioni spalancati sul "peccato", ecco, stanno di fianco ad una lunga, urlata litania di bestemmioni e parolacce che il matto scaglia inviperito contro le povere suorine mentre con mano decisa impugna il manganello alla radice schiacciandosi i coglioni, brandendolo minaccioso come fosse lo sfollagente di un sergente della M.P., facendolo alfin roteare come se fosse l'elica di un aereo d'altri tempi.
Le malcapitate suorine sorpassano tremebonde, trotterellanti ed a capo chino il matto nudo che fà loro il "presentat'arm!" con il granitico randello tenuto "tirato su" dalla mano sinistra mentre la destra poggiata alla fronte fà loro il classico saluto militare.
Il pubblico dei degenti si sganascia, le suorine scompaiono ingoiate dalla zeta del corridoio, il fantasma si ammansisce.
Ma un fruscio strano m'allarma perché mi segue alle spalle, me lo sento sempre più prossimo, mi fà volgere di scatto, avanza e mi sta raggiungendo un lenzuolo tenuto aperto come una vela dalle braccia spalancate e tese dell'infermiere che gli sta dietro e che lo tiene ad altezza d'occhi, senza però poter evitare che, data la vasta area del "lenzuolo-vela", strusci e strisci sul pavimento.
Capisco ciò che dovrebbe succedere ma che avrebbe dovuto essere fatto ben prima e mi scanso: "la vela" mi affianca, mi supera, l'infermiere che ci sta dietro inciampa in essa e "pataslanfete!", cade dando una gran botta e ritrovandosi ruzzoloni sul pavimento ed avvoltolato nel lenzuolo come una mummia nel sudario.
L'infermiere scemotto cerca di districarsi dalla vela, si rialza con fatica e con ancora maggiori difficoltà, lui piccoletto, avvolge e copre col lenzuolo-vela a mò di mantello l'agitato e nudo mattacchione che è una stanga.
Zoppi e guerci continuano a sganasciarsi, incominciano a pisciarsi sotto.
Adesso lo posso guardare, adesso "lo vedo" veramente e vengono a galla lontani ricordi, s'affaccia una somiglianza, vago tra i nomi di conoscenti, di colleghi delle medie… del liceo, forse d'università… ingegneria ? No… sì… mi pare che… potrebbe essere… Gerardo!
Studente fuori-sede di poche parole, quasi sempre in pari con gli esami, un pò taciturno ma burlone, a suo modo introverso, ma anche allora già parecchio strambo, ricordo…
Si era laureato con buoni voti, aveva trovato lavoro in fretta.
Ogni tanto il suo nome veniva fuori quando ci si incontrava magari per caso tra colleghi e si ricordava il passato.
Niente mi avrebbe mai fatto supporre di trovarmelo lì, "matto e nudo", lungo il corridoio dell'ospedale!
Continuo a guardarlo, mi si stringe il cuore, la mia pietà "si incammina" verso di lui, mi passa accanto avvolto nel bianco sudario-lenzuolo-vela, abbracciato dall'infermiere stupidotto che gli parla sottovoce, che lo guida verso la stanza dalla quale era emerso.
I suoi occhi neri, profondi e cupi mi fissano per una frazione di secondo e passano avanti indifferenti, come la sua espressione assente, vuota, come quel suo pesante collier con crocefisso troppo appariscente e più adatto a collo femminile che al suo, come il suo ballonzolante, abbandonato ed occhieggiante, lungo "sfollagente".
Sono e rimango stordito anche quando mi immetto nell'aria frizzante del cortile interno del nosocomio.
Armeggio nella borsa da lavoro senza però trovare l'antibiotico della terza generazione che m'aveva chiesto un collega per uso personale anche se sta lì sopra tutte le altre cose.
Curiosità e pietà, stupore e titubanza, allegrezza e compassione corrono lungo le mie nebbiose meningi in cerca di un ragionamento, di ordine, di linearità.
Quando il cervello, la centrale di controllo di tutti gli impulsi e di tutti i comportamenti dell'essere umano, va in tilt, ti trovi impotente e disarmato di fronte ad una patologia che è diversa da tutte le altre, ben più difficile, incontrollabile, inaspettata, imprevedibile, ingovernabile perché non sai mai cos'è successo "là", e quando, e come, e dove, e perché e come circoscriverla realmente, o dominarla, o curarla, o guarirla… povero Gerardo!
Mi si stringono a morsa cuore e gola, non m'esce dal pensiero la compassione per la sua pazzia nuda e "fantasmica".
Verso l'una, quando è l'ora che me ne torni a casa, passo davanti alla stanza dove è ricoverato Gerardo.
La curiosità mi ha attratto là, mi ha fatto scegliere d'uscire dal nosocomio dalla seconda portineria, anche se mi è più scomoda.
E' l'ora della visita ai ricoverati di parenti ed amici.
"Quella" stanza è la più affollata di tutte.
"In quella stanza" sono in netta maggioranza "le" parenti, "le" amiche e "le" conoscenti dei ricoverati.
In un brusio appena percettibile, tra due ali di visitatori e visitatrici ad occhi bassi che si scansano al suo passare e fan finta di niente, incede un santone nudo, ieratico, pettinato alla nazarena, con un pesante, luccicante collier con croce che gli scende sul petto ed il manganello che gli scivola dalla coscia sinistra e gli sbatte su quella destra, gli scivola dalla coscia destra e s'abbatte sulla sinistra ad ogni passo lento, regale.
Il fantasma ha lo sguardo fisso nell'infinito, dalla guardiola sbuca una "vela" frettolosa con dietro un infermiere tardo.

Una pacca amichevole ma pesante s'abbatte sulle mie spalle.
Ci metto qualche secondo a distogliere gli occhi dalla vetrina sotto i portici dove stavo ammirando un rolex ultrapiatto che non sarà mai mio.
Volgo lo sguardo e lo alzo sull'autore ancora ignoto della pacca… Gerardo! E' avvolto in un cappotto firmato, porta un cappello a larga tesa come vanno di moda adesso che gli sottolinea il fluire dei lunghi capelli alla nazarena, ha lo sguardo allegro e cristallino, il sorriso limpido ed un po’ sfottente.
Mi ce ne vuole per riprendermi, per cancellare dal cervello il fantasma di un anno fa ed inquadrare l'elegante ingegnere di adesso.
- Beh? Che ti prende? Non ti ricordi più di me? Ti sei rincoglionito o hai visto un fantasma? -
Ho visto un fantasma sì! Ma lui non sa: - Gerardo! -
- Babele! Quanto tempo eh! -
- Eh, sì! Dieci, dodici anni almeno! -
- Ma che dici? Ma sei sbronzo di prima mattina? Appena un anno quasi preciso, reparto ortopedia dell'ospedale civile, ah, ah, ah, ah… - e giù che mi molla un'altra pacca amichevole e ancor più violenta e lui si diverte da morire!
- Ma allora… - riesco appena a sussurrare istupidito.
- Ho capito! Tu non sai… una bella signora si ostinava a non volermela proprio dare, diceva che ero bugiardo, non credeva alle misure e alle qualità che le promettevo e le offrivo "Se è davvero “tanto” come cianci presentamelo coram populo come merita ed io te la do", mi provocò beffarda ridendo di me, certa che non lo avrei mai fatto perché nessuno lo farebbe mai nemmeno di fronte alla offerta del paradiso qui e subito… ho saputo che il marito era stato ricoverato nel reparto ortopedia, si era "rotto" in un incidente.
Con la complicità di un medico amico, con un pò di fantasia e per scommessa gliel'ho presentato "coram populo"! M'è corsa dietro, s'è inginocchiata davanti a "lui" in adorazione, ma non solo lei, anche qualche maschietto poco maschietto… un paio di suorine, ragazzine e tardone, perché come si dice? "la pubblicità è l'anima…" tutte e tutti in fila ad aspettare boccheggianti il loro turno… ne è valsa la pena no? Di farsi passar per matto! Ah, ah, ah, ah, ah -
“All'Anima dell'anima!” penso, ma non dico.

Babele