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Ogni volta che te ne vai
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Titolo: Ogni volta che te ne vai
Autore: Charlie m.
Contatto:
Racconto n° 1732
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Fuori dal finestrino guardavo tutto il mondo e guardavo il nulla.
E quando il nulla non c’era, c’era il mondo. E c’ero io. E c’era lui.
Io con il mio volto girato verso il finestrino a guardare il nulla e lui con i suoi occhi puntati verso il restante contenuto dell’autobus. Io con la mia vergogna e la mia voglia di lui e lui con la sua indifferente espressione sulla faccia. La sua solita indifferente espressione che mi dà ai nervi.
Il mio membro durissimo ormai non riusciva a trattenersi nei jeans. Avrebbe voluto squartare la cerniera e i bottoni ed uscire allo scoperto, per farsi accarezzare senza quella stoffa bluastra ad attutire i sensi, per essere anche baciato, maneggiato.
Ma non si poteva fare. Un’intera classe di quasi-diciottenni a circondarci e un profondo terrore di essere scoperti a possederci. Intanto riuscivamo ad alleviare la pazzia stando l’uno con la mano tra le cosce dell’ altro. La sua mano liscia e ben organizzata che, come lui, sa quello che vuole e se lo prende senza chiedere.
Contemporaneamente, al nostro stato di calma, quiete, pace e paura, si affiancava la musica altissima e il coro dei cantanti dilettanti innamorati del ritmo ma non del testo, e la fronte piena di rughe della professoressa di scemenze, vicina ad un’altra nevrosi, e le spalle curve dell’autista che vedevo bellissimo, desideroso di silenzio.
-Mettiti dritto- mi dice, con la voce bassa che fa capire più cose del previsto e io non afferro ciò che mi vuole dire dato, che di dritto sono seduto dritto, ma non importa, perché lui è partito con le dita verso la patta e sta portando giù la cerniera e insieme tutte le buone intenzioni a non lasciarsi andare; sta cercando di mantenere la schiena dritta e contemporaneamente coprire il mio pisello che esce sai pantaloni. Quando esce tira un sospiro di sollievo incontrando l’aria che provoca rumore.
-Cazzo, quanto mi piace- mi sussurra, e me lo dice solo perché sa che mi fa piacere sentirglielo dire. E io, che so perfettamente quello che pensa, faccio finta che le sue parole sono sincere e allungo la mano sotto la sua maglietta. Adoro i suoi pettorali gonfi quanto basta e adoro la forma del suo cavallo quando il membro è a riposo.
Come al solito, usiamo la tecnica del è-caduto-che-peccato-un-attimo-che-mi-piego. Viene a baciarmi la punta del pene che adesso non riesce neanche a stare all’aperto e non sa più quello che vuole. Poi lo apre. Continua a baciare e, mentre porta fuori tutta la lingua, io tento disperatamente di non gemere e non emanare rantoli di piacere visto che quasi trenta persone ci stanno attorno.
Si alza. Si ricompone.
Adesso dovrebbe essere il mio turno, ma ancora assaporo quegli attimi di goduria. Non ho nessuna intenzione di perdere la sua saliva sul mio glande. Mi lancia uno sguardo di invito, ma io non batto ciglio.
Fuori, il nulla ha smesso di correre nel senso opposto al mio. Dentro, ho un nulla nell’anima che di correre non ne vuole sapere.
-Che culo, una galleria!- mi dice non proprio a bassa voce. Poi diminuisce il tono: –Tiratelo fuori.
Eseguo gli ordini e se lo porta fuori pure lui, e finalmente, appena il buio pervade il mezzo di trasporto, mi fa un pompino degno di lode mentre io gli maneggio l’aggeggio che forse è più eretto del mio.
Torna la luce e torna la compostezza. Velocemente si porta la camicia nei pantaloni e tira in alto la zip. In giro credo che nessuno si sia accorto di nulla e si continua a cantare, a fumare, a baciare.
Ad un tratto la voce della professoressa ci manda vicini all’infarto; ecco, ci siamo, si avvicina a noi perché ci avrà visti e chiamerà i nostri genitori e vorrà parlare con loro della nostra tendenza a voler succhiare i piselli e non i capezzoli in cima a prosperose sporgenze femminili, e vorrà vedere il sangue scendere dalle nostre tempie dopo una serie di frustate meritate per questa voglia di sesso. Le sembrerà di guardare il suo sangue mestruale e le piacerà osservarci mentre ci baciamo, mentre le nostre lingue dello stesso sesso si scambieranno attenzioni. Che poi, chi l’ha deciso di che sesso sono le lingue? E soprattutto, perché la professoressa si avvicina a noi due?
Colgo una domanda sul suo sguardo. Vorrà chiedermi da quanto tempo vengo penetrato?
No, Cristo. Spero di no.
-Ragazzi, non avete sentito? Siamo arrivati. Forza, scendete e raggiungete i compagni.-
Mi guarda e guardo che mi guarda con amore, con odio, con spensieratezza e con dolore. E io lo guardo con curiosità di capire se il suo membro è più dritto con me o con la sua cazzo di ragazza.
Ci avviamo verso i gradini sulla porta dell’autobus che portano fuori, in un mondo popolato dal nulla, e quando passiamo vicino all’autista, gli lancio un’occhiata ammiccante, nella quale infilo anche il sesso appena svanito e la voglia di continuarlo con lui e il desiderio di guardargli le natiche, un giorno. E lui, con le sue sopracciglia folte e le sue labbra umide, mi socchiude gli occhi e mi invita al peccato.
Ma non posso; una scolaresca quasi adulta ma comunque pura mi aspetta tra tutto quel nulla, e quando scendo le scale, con la professoressa che sbraita e grida, mi perdo in mezzo alle parole sperando di morirci annegato.
Ma una mano si posa sulla mia spalla destra e non appena mi giro trovo le sue sopracciglia folte. Le sue labbra umide.