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A proposito di quell'invito a pranzo
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Titolo:
A proposito di quell'invito a pranzo |
Autore:
Automedon |
Contatto:
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Racconto
n° 1740 |
Altri
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Sorridevi con aria divertita e mi guardavi sottecchi, mentre, con grazia e accuratezza, deliscavi la tua orata che osservava con la mia stessa aria perplessa quel nostro insolito convegno conviviale. Parlavo, parlavo, non ricordo nemmeno di cosa; ti era evidente che la tua iniziativa mi aveva contrariato: sai che non mi piace cambiare repentinamente programma, e poi… vedevo deluse le mie aspettative sul consueto post prandium sul quale contavo, considerato che, dati i tuoi impegni, ci possiamo incontrare sempre più di rado. Beh! Non capivo cosa potesse divertirti tanto; mi stupiva, conoscendoti bene, che quel pomeriggio tu rinunciassi con tanta leggerezza alla nostra intimità tanto attesa per tutta la settimana. Le altre volte non mi hai dato neppure il tempo di aprire la porta di casa che mi sono ritrovato travolto dal tuo desiderio di vedermi dopo quei pochi giorni in cui siamo rimasti lontani, dagli slanci passionali da togliere il fiato… quante volte abbiamo lasciato che il pranzo si freddasse: anelavamo a ben altro nutrimento. Quel giorno ti mostravi di buon appetito piluccando un po’ di tutto e reagendo sagacemente ad ogni mia doverosa boutade; come sai renderti antipatica, quando vuoi! Che faccetta da ipocrita, lì, sull’uscio, quando ti sei presentata in compagnia di Teresa, la docile e timida Teresa che credeva a tutti quei convenevoli mentre avrei voluto gridarti “PERCHE’ L’HAI PORTATA CON TE? COSA C’ENTRA TERESA ADESSO?”. E la poverina mi guardava, ci guardava, piuttosto, mentre parlavo, parlavo per intrattenerla: in nessun caso dimenticherei i miei doveri d’ospitalità; ogni tanto annuiva masticando lentamente piccoli bocconi dell’orata al cartoccio che, naturalmente, ho dovuto cederle: tanto a me l’appetito era passato; trangugiai a fatica due patatine a vapore e un pezzetto di camembert. Il tavolino tondo davanti alla finestra sembrava accogliere tre buoni amici che concludevano il pasto prosciugando quel che restava della bottiglia di chardonnay e attardandosi in lieti conversari. Ma chi conversava? Il mio era un monologo, tu partecipavi a monosillabi di quando in quando non staccandomi gli occhi da dosso e Teresa, con la solita espressione da vittima sacrificale, ascoltava in silenzio come sempre; la cara dolce Teresa, che tu dicevi avesse un debole per questo vecchio sporcaccione, incapace di interrompermi sia pure per ricordarmi che il filo del mio discorso, spesso, intraprendeva sentieri impervi dove si perdeva per inoltrarsi in nuovi percorsi. Poi, d’un tratto, ci lasciasti soli e rimanemmo a guardarti rannicchiata in un angolo del divano; “Cosa fate lì? Venite anche voi, no?” Io ti raggiunsi, dopo aver acceso l’impianto stereo, accogliendoti sotto la mia ala sinistra dove ti raggomitolasti tra le fusa, Teresa esitò fin quando il mio invito non la convinse a sedersi alla mia destra; Chet Baker ci proponeva una struggente ‘Every time we say goodbye’ ed io, finalmente rilassato, abbracciai con tenerezza anche la mia imprevista ospite che, vincendo l’iniziale incertezza, si abbandonò poggiando il capo sul mio petto. L’atmosfera si rese più soffice allorquando poggiai la mano sinistra sul tuo seno… la maglietta che preferisco! Morbida, elastica e scollacciata quanto basta per impedire a qualunque uomo di toglierti gli occhi da dosso: la indossi appositamente, lo so! Si capisce da come affetti noncuranza mentre qualche maschietto sbircia fuori e dentro la scollatura. Che soave contatto! La mia mano percepiva il calore e la cedevolezza della tua carne sotto un reggiseno pressochè inesistente; accarezzarti e massaggiarti mi dava delle sensazioni di infinita dolcezza e allo stesso tempo di crescente esaltazione dei sensi. Da sotto gli indumenti il tuo capezzolo mi confidava che neppure tu rimanevi insensibile a quel contatto; il tempo sembrava essersi fermato, la nostra amica, immobile, osservava sottecchi il mio soffice armeggiare: nessuno badava più alla musica che, comunque, inconsciamente percepivamo come il più ovvio strumento per disporci all’abbandono. Ruotai il capo verso destra incontrando lo sguardo di Teresa che alzava gli occhi in direzione dei miei, allungai la mano e accolsi nel mio palmo il suo seno destro; reagì di scatto portando la sua mano sulla mia, ma trasformando, subito dopo, la presa in una delicata carezza. Sotto il cotone della sua camicetta bianca sentivo la timida arrendevolezza della sua pelle imprigionata in un involucro merlettato che le conferiva rigidezza e solennità, al mio tocco la sentii avvicinarsi per stringersi a me ancora di più. Quando varcai contemporaneamente la soglia dei vostri indumenti, percepii la già nota dirompenza delle tue grazie e la controllata misura del seno della tua amica. Ma tu, piccola provocatrice, non ti contentavi di quanto si stava svolgendo nella più assoluta pacatezza, mi prendesti le labbra fra i denti scudisciandole con la tua linguaccia guizzante e impertinente! Risposi lungamente al bacio e quindi, per par condicio, mi rivolsi anche alla mia destra: attraverso le labbra sottili la sua lingua accarezzava lentamente la mia come se stesse registrando ogni attimo di ciò che avveniva; nel frattempo, la tua mano avanzava gualcendo il tessuto dei miei pantaloni per raggiungere il posto di comando. Sentivo la tua mano quantificare il tenore del mio gradimento: stropicciavi il mio sesso con la padronanza di chi ne reclama il titolo ed io, atassico, rallentavo ogni movimento, finanche il respiro, nell’attesa struggente che decidessi di accordargli la sua ora d’aria. Finalmente avevi aperto la gabbia: sollevai un po’ il bacino per permetterti di abbassare un po’ i pantaloni aderenti, quindi mi abbandonai per un momento alle amorevoli cure delle tue sapienti mani; Teresa, come tu desideravi, rimase a guardare fin quando, presale la mano, non la invitai a partecipare attivamente a quel giuoco da sofà. Fu quando volesti strafare, forse per informare la nostra ospite circa le gerarchie da rispettare, e ti prodigasti in un appassionato bacio al mio implume passerotto, nel frattempo che le mie mani scorrevano distrattamente tra le vostre gambe fra le ginocchia e le mutandine, che reputai i tempi sufficientemente maturi per proporvi di cambiare ambientazione senza tema di guastare l’atmosfera idilliaca che avevamo creato: tirai su i miei pantaloni e vi presi per mano. Una volta in camera da letto fu divertente liberarci, uno ad uno, degli indumenti e poi… gli abbracci, le carezze, le tue labbra, i vostri sessi offerti alle mie mani, alla mia bocca… alla mia voglia di offrirvi le sensazioni più piacevoli; mentre mi accoglievi dentro non trascuravo certo Teresa e viceversa: sono certo di essere stato imparziale e, soprattutto, soddisfacente, se non altro per dovere di ospitalità. E stato bello anche quando siamo rimasti tutti e tre abbracciati e con le gambe intrecciate a meditare sulle emozioni appena provate, credo di essermi appisolato per qualche minuto; poi ti sei tirata su dicendo “Non posso fare molto tardi, devo preparare tante cose: oggi è il compleanno di Alberto”, sei saltata giù dal letto e richiamando la tua amica ti sei diretta verso il bagno agitando quel tuo culetto paffutello la cui vista mi ha destato il desiderio di mordicchiarlo ancora un pò. Frettolosamente vi siete rinfrescate, rivestite, ricomposte; mi hai schioccato un bacio sulle labbra. Teresa, castamente, mi ha baciato sulla guancia e avete infilato l’uscio lasciandomi solo, nudo, con le mutande in una mano e la maniglia della porta nell’altra. Adesso mi chiedi se mai Teresa sia tornata a trovarmi a tua insaputa. Mia cara! Pensavo che mi conoscessi bene! Se l’avesse fatto le avrei offerto un buon thè e la mia cordiale ospitalità; ci saremmo raccontati le nostre giornate come due buoni amici e null’altro: ho apprezzato la tua amica in quella circostanza principalmente perché ho capito che rappresentava il mezzo che avevi scelto per regalarmi delle emozioni diverse dal solito; forse un po’ irresponsabilmente l’abbiamo usata ma non credo che ce lo rimprovererà mai. Si, mi è piaciuto fare l’amore anche con lei e non credevo che tu, che ti sei sempre mostrata gelosa, fossi capace di organizzare un giuoco così ‘imprudente’, ma, finchè me ne permarrà il ricordo, te ne sarò sempre grato e, se me lo permetterai, avrei piacere di dimostrarti altrettanto coraggio. Prometto, saprò ricambiare.
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