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Vuoi sposarmi?
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Titolo:
Vuoi sposarmi? |
Autore:
Discordia |
Contatto:
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Racconto
n° 1741 |
Altri
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“Vuoi sposarmi?” Avevo ancora in testa quelle parole, risuonavano tra un orecchio e l’altro, come un’eco infinita. Lui, il mio Lui, mi aveva fatto la fatidica domanda. E mi aveva colta completamente alla sprovvista. Ci conoscevamo da qualche anno, è vero, ma stavamo insieme da poco più di sei mesi… Anche Lui si era reso conto di quanto quella domanda giungesse inaspettata, così si era dimostrato molto comprensivo, aperto e dolce, mi aveva dato carta bianca senza farmi alcuna pressione. “Pensaci”, aveva detto. E l’avevo fatto, eccome, giorno e notte, supplicando il mio istinto di suggerirmi la risposta da dare, quella giusta. Ma era passata una settimana e la risposta non era ancora arrivata. Seguii con gli occhi una goccia di condensa che scivolava sul finestrino del treno, e mi chiesi se la mia difficoltà nel trovare una risposta non fosse un segno.
Salii sul taxi, diretta al party in centro. Un ricevimento di lavoro, informale quel che basta per rischiare anche di divertirsi. Le luci sfrecciavano intorno a me, le altre auto si muovevano a singhiozzo nel traffico cittadino, e mi trovai a ripensare ancora una volta che tutto sommato la vita matrimoniale poteva anche nascondere dei lati positivi… Scesi dal taxi e pagai il dovuto. Il mio capo fumava una sigaretta fuori dal locale dove avevamo organizzato il party. In perfetto orario, come sempre. I nostri ospiti non erano ancora arrivati. Salutai il boss amichevolmente e mi diressi alle toilette per prepararmi. Il bello di lavorare tra giovani è il potersi sentire a proprio agio sempre.
Controllai allo specchio il trucco e la mia mise per la serata: giacca nera, camicia bianca e cravatta blu avio allentata sul colletto slacciato, jeans sbiaditi e Dottor Marten’s bordeaux. Mi è sempre piaciuto avere quel tocco di eccentricità per distinguermi, e l’occasione era informale a sufficienza. Sorriso smagliante ed eccomi pronta per fare nuove conoscenze. La serata trascorse tranquilla e divertente: c’erano tutti i miei colleghi e l’atmosfera si fece subito allegra. Intorno alle 23 ecco arrivare i nostri ospiti, un team con il quale avremmo dovuto cooperare dal giorno seguente. Vidi il mio capo andare all’ingresso e stringere mani e sparare sorrisi a raffica. Mi sistemai la cravatta spiandomi in uno specchio della sala e mi incamminai verso di lui. Ricordo con perfezione il momento in cui mi avvicinai a lui, già sorridente, ed alzai lo sguardo su qui visi sconosciuti; il momento in cui posai i miei occhi su di loro e li scorsi tutti… ricordo il nodo istantaneo che mi venne allo stomaco quando tra i volti sconosciuti vidi il suo. Mi si gelò il sangue nelle vene ed il sorriso sulla faccia. Penso di essere impallidita all’istante, le orecchie presero a ronzare, mentre davanti a me avevo solo… solo… i suoi occhi… nei miei.
Erano passati quattro anni. Quattro lunghi e pieni anni, da quando mi ero laureata. E da quando la storia tra me e Gigi era finita. Eravamo stati insieme per due anni, tra alti e bassi, vedendoci di rado pur essendo tecnicamente compagni di studi. Era stata indubbiamente la storia più importante della mia vita, e la prima. E per lui era stato lo stesso. Due anni di scoperte, di emozioni fortissime, di amore vero, di dolci momenti e di passioni infuocate. Avevamo scoperto entrambi i nostri lati più nascosti, l’uno grazie all’altra. Stavamo bene insieme, eravamo affiatati. Ma la lontananza e la noia avevano usurato i bei sentimenti, e la sua voglia di “sperimentare” emozioni nuove con altre donne l’aveva allontanato sempre più da me. Da quando ci lasciammo non ci eravamo più visti… fino a quel momento. Lui era lì, davanti a me, sorridente e sfrontato come lo ricordavo. Ma notai con soddisfazione che anche il suo sorriso si era incrinato, vedendomi. Facemmo comunque finta di nulla, e dopo i convenevoli e le presentazioni, ci spostammo tutti al rinfresco.
Ero davanti al tavolo del buffet, ma la fame era svanita di colpo. Il freddo, il dolore che avevo provato, l’ultima volta che ci eravamo visti, era di nuovo vivo e presente, come se fosse stato solo il giorno prima. Non sapevo cosa fare, stavo valutando anche l’opportunità di allontanarmi (‘In fondo il mio dovere l’ho fatto’), ma il pensiero di doverlo rivedere comunque domani, ed il giorno seguente, e di doverci lavorare insieme… non era quella la soluzione. Stavo ancora pensando il da farsi quando sentii una mano calda posarsi sulla mia spalla. La riconobbi senza indugi, presi coraggio e mi voltai. Era Gigi naturalmente. E sorrideva. Ma sotto sotto la tensione era evidente, lo conoscevo troppo bene. “Stai benissimo vestita così”, disse. “Anche tu stai molto bene. E non avevo mai avuto il piacere di vederti con la giacca da pinguino… Nemmeno alla mia laurea l’hai messa, anche se l’avevi promesso.”, risposi, in tono neutro. I soli pensieri di quei momenti bruciavano incandescenti nel mio cuore. Lui ribatté con un sorriso obliquo. Anche a lui faceva male ricordare. Bene. Era pur sempre una piccola vendetta. “Senti… ti andrebbe di fare due parole?”, chiese, indicandomi la terrazza. Ci avviammo.
Parlammo per ore. Guardavo il suo profilo, e i ricordi si accavallavano. Sentivo il suo profumo, così morbosamente presente e sempre lo stesso, anche dopo anni. Il mio stomaco si produsse in una capriola da oro olimpico. Ma accidenti, almeno quello potevi evitarlo! Quel profumo… mi faceva volare indietro negli anni, a quando, distesa sul suo petto dopo aver fatto l’amore, aspiravo il suo odore con tutte le mie forze, per farlo entrare dentro di me, sempre più in fondo, per non lasciarlo mai andare via. Lo guardavo mentre mi raccontava delle sue prodezze lavorative, e sognavo di poter riassaporare quel profumo nell’incavo del suo collo, di poterlo sfiorare con la punta della lingua e di farlo rabbrividire. ‘Chissà in quante hanno fatto lo stesso dopo di me?’, mi chiesi, e il mio stomaco ricevette un bel pugno secco. Intanto lui si era interrotto, e mi accorsi che stava guardando la mia mano sinistra. “E tu? Cosa mi dici? Vedo un anello qui… hai il ragazzo?”. Bang. Un altro pugno. Ecco come tornare al presente con due blocchi di cemento attaccati ai piedi. Lui. In tutta la sera il suo pensiero non mi aveva minimamente sfiorata. La presenza di Gigi aveva cancellato tutto quanto, mi aveva rimandato indietro nel tempo, a quando ero una ragazza felice ed innamorata. Perché dopo Gigi non ho più amato nessuno. Troppa era la paura di soffrire di nuovo come allora. Ma con Lui avevo allacciato una relazione di rispetto e di calore. Non era amore, ma era un surrogato molto piacevole. Ma Lui mi aveva chiesta in moglie… e non era da trascurare. Così risposi: “Sì, ho il ragazzo. Stiamo bene insieme e… sai… beh… lui mi ha chiesto di sposarlo.” Piazzai su il mio sorriso fasullo più convincente e mi mostrai raggiante. Si congratulò, ma era fasullo anche lui. “E tu? Fidanzato?”. “Io? Mah… sai… fidanzato… è una parola grossa…” Gigi non mi aveva mai chiesto di sposarlo. Mai. Anzi, aveva messo in chiaro tutto fin dall’inizio: niente matrimonio, niente figli. E all’epoca ero d’accordo con lui. Ma stando insieme mi ero affezionata tanto, e a volte, mi trovavo ad accarezzare con la mente l’illusione di poterlo sposare. Ma non era mai accaduto niente di simile.
Parlammo ancora, e le parole si fecero morbide, e le voci più basse, e le nostre teste sempre più vicine. Il mio capo non mi aveva cercata, il suo neanche, il party proseguiva senza di noi, e noi non avevamo bisogno di niente. Non potevo pensare lucidamente. Gigi aveva il disgraziato potere di farmi comportare in modo stupido, e lo stava usando su di me anche in quel momento. Parlavo, e le parole fluivano come liquide; lo ascoltavo e la sua voce mi intontiva. Non apparve mai l’immagine di Lui, con gli occhi lucidi e lo sguardo ferito, davanti a me a farmi rendere conto del male che gli stavo facendo. Nella mente avevo solo i ricordi… i flash che per lunghi anni di solitudine avevo richiamato alla memoria mentre mi masturbavo, per poi scoppiare in lacrime. I ricordi di pelle, di carne, di calore, di gemiti e di sospiri, di piacere confuso, di dolore sottile. Rivedevo i suoi occhi teneri mentre facevamo l’amore, il suo viso stravolto dal godimento, risentivo i suoi ansiti selvaggi dietro di me quando mi prendeva con foga, perché io lo facevo “sentire un animale”… Avevamo condiviso così tanto, così intimamente… com’è potuta finire così tra di noi? Mi accorsi solo un istante troppo tardi che questo mio pensiero si era trasmesso alla mia voce.
Lui tacque, io altrettanto, imbarazzata.
Poi mi guardò negli occhi e mi accarezzò piano una guancia. E allora lo baciai. Non avevo mai preso l’iniziativa con nessuno, ma in quel momento il mio pilota automatico aveva deciso per me. Fu un bacio superbo, bellissimo. Perché fu un bacio noto, conosciuto, un ritrovare qualcosa di incredibilmente potente che si credeva perso per sempre. Una scoperta nel riscoprirsi identici a quattro anni fa, come se nulla fosse cambiato, come se niente ci avesse divisi.
Salutammo rapidamente i rispettivi capi e abbandonammo separatamente il party. Salimmo sulla sua auto (“Alla fine ti sei deciso a comprarla, eh?”) e andammo di filato a casa sua. Non volevamo perdere altro tempo: ci eravamo già mancati troppo. Quando mi distesi al suo fianco sul letto (“Oh… a due piazze… quanto l’avevamo desiderato…”), tra un bacio e l’altro, mentre lui piano mi sbottonava la camicia, mi apparve per un microsecondo la Sua immagine. E in fondo al mio cuore benedissi colui che disse che il tradimento con un ex non conta… Se la sua proposta di matrimonio mi stava permettendo di fare questo, voleva dire che la sola risposta giusta era “no”.
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