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Come quando fuori piove
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Titolo:
Come quando fuori piove |
Autore:
Charlie m. |
Contatto:
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Racconto
n° 1743 |
Altri
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Voglio essere la persona più arrogante che esista al mondo. Voglio guardare in faccia quel rispetto che non ho mai ricevuto. Allora, che sono io? Una cavia da laboratorio? Un animaletto viscido e inutile sul quale sperimentare ogni forma di disagio? No, grazie, andate tutti a quel paese. Con la tua mano possente appoggiata al muro circondavi il mio corpo e mi sembravi mia madre. Io, farfalla dentro te, bozzolo. I tuoi occhi erano per me come la rugiada si dona alle rose e anche se non te li avrei mai chiesti, tu sapevi che li avrei presi. I tuoi occhi colore dell’oro sotto quelle sopracciglia folte che mi mostravano quanto eri rozzo. No, bello mio. Tu non mi piaci. Mi fai schifo. Non mi meriti. Io sono perfetto e ho bisogno di qualcuno che condivida questa mia passione per la mia anima. Non posso confrontarmi con una donna perché nelle donne c’è il seme della perfezione e allora finirei per odiarmi. Ma con te, che sei un uomo rozzo e stupido, si, io mi metto alla prova e metto alla prova te per capire dove arriva questo tuo bisogno di carne e di sangue. Io non ti odio. Quella tua mano calda appoggiata al muro gelido sembrava un petalo rosso sopra un lago di ghiaccio, e io sentivo il tuo braccio teso accanto al mio collo, io con la mia schiena su quel lago ghiacciato che mi aveva intrappolato. E adesso? Cosa faccio adesso? Adesso che ti stai avvicinando, adesso che mi stai per baciare. Cosa devo fare? Mi incollo alle tue labbra umide oppure scanso il tuo sapore e raggiungo gli agnelli miei coetanei, loro, quelli che non possono capirmi e non vogliono capirmi? Io ti accetto. La strada buia ci inganna che è sera, mentre fiumi di gente inconsapevole di quanto accade alle loro spalle si affrettano, perché il cielo sta per cadere sulle loro teste; e accanto a quel trambusto di sangue che smette di circolare c’è il nostro, di sangue, il tuo sangue che bolle e il mio contaminato, il nostro sangue e le nostre salive, e le mie mani che ti afferrano la giacca e ti spingono verso il mio petto e la tua mano possente che lentamente sta abbandonando il muro gelido. Adesso sì che ti voglio. Cambio idea come sempre, non ho un equilibrio interno e per questo divento una tigre e ti voglio e ti odio e ti amo e ti detesto e ti amo e poi ti odio e poi… e poi ti uccido. La strada buia ora vuole solo coprirci perché se qualcuno ci vedesse sarebbe la fine, sarebbe la fine per te, sarebbe la fine per me e noi la fine non la vogliamo vedere. Mi palpi le cosce e io inizio a tirarti morsi sulle labbra perché so che ti piace e ad ogni morso emani un rantolo e sta a me decidere se di piacere o di dolore. Piove. Guardi il cielo. Mi sorridi. Con i capelli bagnati adesso mi abbracci e sento un calore che mi ricorda di nuovo mia madre. Quella madre che ho disonorato, che mi aspetta ancora e adesso chissà dov’è. Pensando a mia madre ti stringo più forte e ancora più forte e tu ti illudi di essere importante per me, di avermi conquistato. Ma non sai che io non ti conosco, non conosco le tue sopracciglia folte, le tue labbra umide, la tua anima adesso bagnata dalla pioggia che perde gocce e con ogni goccia perde anche spessore. Lascio il tuo corpo e cerchi di nuovo di baciarmi, ma adesso non è più il momento, perché di nuovo non ti amo, perché sei tornato a farmi schifo e perché ti detesto. Le sopracciglia folte si inarcano e sorprese mi fissano, insieme all’oro dei tuoi occhi e alla punta delle tue labbra. “Cosa sarà mai successo? Perché non mi vuole più? L’avrò deluso in qualcosa?” sentoi tuoi pensieri. Povero illuso. Tu non mi puoi deludere perché non fai niente. Tu sei una forma ameboide ferma allo stato primordiale che fa solo quello che le viene imposto. Anzi no, tu mi puoi deludere perché non sei perfetto come me. Perché non ami la mia anima ma ami il mio corpo, e non so neanche come fai, ad amare il mio corpo, visto che io sono il primo a non amarlo, visto che anche il mio specchio lo denigra. Io non ti odio. Almeno, non credo. Ma non importa, perché anche se ti odiassi non cambierebbe niente. Tu sei un povero insoddisfatto, custode di un segreto e di un’esistenza monotona, e che tu lo voglia o no, il tuo destino è segnato. L’ho segnato io. Mi prendi la mano e mi trascini dietro l’angolo della strada buia. Adesso siamo alla luce di un sole sbiadita dalle nuvole, e con quei pochi raggi che filtrano ti accorgi che piove sul tuo corpo ma sul mio no. Mi hai scoperto. Le sopracciglia si inarcano ancora, sarà che c’hanno preso l’abitudine, e io per la prima volta in un’ora che stiamo insieme ti sorrido. Ti abbraccio di nuovo. Ti stringo con tutta la forza che ho calda. E poi ricordo che non sei mia madre. Gocce di pioggia cadono dal tuo corpo sdraiato per terra e insieme all’acqua che ormai ha cessato di cadere scivolano come petali di rose ruscelli di sangue che ti cingono la vita. In piedi a fissarti ti sorrido di nuovo, orgoglioso del lavoro delle mie mani, ma ormai tu non sei più in grado di guardarmi. Hai le palpebre alzate, ma questo non serve a farti guardare; milioni di gocce di sangue ti coprono la vista e creano un lago intorno alla tua persona in attesa che anche l’anima diventi rossa. La tua mano possente ora è a contatto non più con un muro gelido ma con un pavimento macchiato di cremisi che non è più gelido ma bollente come il sole che è appena tornato sulle nostre teste. Ti volto le spalle e torno da dove sono venuto, da un gruppo di persone che prima o poi faranno la tua stessa fine.
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