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Racconto di un pomeriggio
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Titolo: Racconto di un pomeriggio
Autore: Occhi di Iside
Contatto:
Racconto n° 176
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Salgono in auto dopo aver riposto le buste della spesa nel bagagliaio ed escono dal parcheggio di Auchan.
Sono le quattro e mezza di pomeriggio ma il sole è già sparito dietro l’orizzonte.
“A proposito – dice lei – ho messo il reggicalze.”
Accompagna quel briciolo di parole aprendo leggermente le gambe, col ginocchio sinistro a sfiorare la mano dell’uomo posata sulla leva del cambio.
Lui sorride.
“L’hai fatto apposta” dice.
“Certo” risponde blandamente.
Non la fa aspettare molto. Il traffico sulla statale è lento, congestionato, per fare i cinque chilometri che li dividono da Ricci casa ci vorranno alcuni minuti. Alza l’orlo della gonna e risale fermandosi con la mano all’interno delle cosce, col mignolo sfiora appena il tessuto leggero delle mutandine.
“Sei bagnata…”
“Non dovrei?”
Ritira la mano per cambiare marcia, sono quasi arrivati.
“Peccato non avere tempo…” sussurra lui.
Si è preparata a lungo a casa, depilazione, massaggi, creme cremine e cremette, e si risolve tutto con una fuggevole carezza in macchina. Al supermercato, prima ,non si è presentata l’occasione, troppo affollato per gli ultimi acquisti di Santa Lucia.
E’ un po’ delusa, vorrà dire che spenderà un po’ di soldi in cose futili da Ricci casa.
Entrano e vengono avvolti dall’atmosfera soft dell’esposizione di mobili e suppellettili.
Sono lì per curiosare e per riuscire a trovare un’idea per riarredare il bagno grande.
“Che ne dici di un ripiano color ciliegio e mobiletti con vetri verdi?” chiede lui.
“Lo voglio colorato. Rosso e blu magari…” risponde lei.
“Di questo passo il bagno non verrà mai fatto. Dovremo trovare un compromesso.”
Vagano insoddisfatti e incerti. Non c’è nulla che li colpisca. Il reparto delle camere da letto è ampio e curiosano tra un ambente e l’altro.
Ci sono altri clienti con cui si incrociano a ripetizione. C’è una signora altissima con una capigliatura leonina che avrà perso almeno un’ora davanti allo specchio prima di uscire. Kitch, molto kitch: jeans attillati, maglia zebrata, sciarpa di lana su una spalla, occhiali da sole con montatura rossa a fermare la chioma, trucco abbondante ed eccessivo, zeppe vertiginose. Una che ha bisogno di attirare l’attenzione insomma. Una affamata di sesso… ma scriverò di lei un’altra volta.
“Che ne dici di quella cassettiera per gli asciugamani?” chiede lei?
“Non so se ci sta, mi sembra troppo alta. Lo sai che abbiamo solo un metro sotto la finestra…”
Lei si avvicina meglio al mobiletto per cercare un’indicazione sulle misure.
Lui aggira una camera da letto in noce per guardare la sistemazione di un bagno ricavato in uno sgabuzzino retrostante.
“Tesoro vieni un po’ qua a vedere”.
Lei lo raggiunge scocciata: cosa può esserci di interessante in un anfratto?
C’è la mano di lui che la fruga, lesta, sotto la gonna e che le scosta le mutandine sfiorandole il clitoride. C’è un dito che la penetra più a fondo che può. C’è un desiderio interrotto che vuole sfogarsi. C’è l’eccitazione dell’uomo che preme contro la coscia della donna. Gli altri clienti sfilano alle loro spalle, i due si ricompongono e proseguono il loro giro.
Cucine, mobili da ufficio, quadri.
Fra i banchi dove vengono accatastati bicchieri e stoviglie lei si avvicina all’uomo e gli sussurra appena: “Ho le mutandine che appiccicano…”
Perché pensare? Meglio agire e risolvere subito la sgradita situazione, lì, davanti a tutti i curiosi che controllano qualità della merce e prezzi, le solleva la gonnellina e le sposta l’elastico degli slip tutto da una parte.
“Ecco: così non ti dovrebbe più dare fastidio…” sogghigna lui “e non azzardarti a rimetterle a posto” la avverte.
Vanno avanti nel loro curiosare qua e là, ma il passo si è fatto più affrettato, l’attenzione alla merce è diminuita di molto. L’esposizione è un percorso guidato fatto a labirinto e appena voltato un angolo lei ne approfitta per toccarlo e farlo eccitare ancora, per tenerlo in continua tensione. C’è il rischio di essere visti da qualche cliente. E’ un gioco sottile: non si deve eccedere ma nemmeno desistere.
Non hanno acquistato nulla. Il giro è terminato.
Risalgono in auto, ognuno composto sul proprio sedile. La coda sulla statale è aumentata e il traffico è lentissimo.
Non hanno nulla da dire, la radio riempie i silenzi con una bellissima versione di E penso a te di Battisti cantata da Mina.
All’altezza del casello Piacenza nord dell’autostrada, l’auto svolta a destra.
La tromba solista sta giocando con la voce di Mina.
“Ehi – sbotta lei – hai sbagliato strada.”
Lui la fissa negli occhi per metterla a tacere. La stradina che hanno imboccato porta in aperta campagna. Al primo spiazzo libero lui accosta, la notte è complice, il buio è denso come il velluto. Spegne il motore, alza il bracciolo, le allarga le cosce e scende, impaziente a leccarla.
Non ha pensato ad altro per tutto il tempo di permanenza al magazzino di mobili. La trova umida, il piacere della situazione le era già colato fra le gambe, ha un sapore dolce ma forte. La gusta come non ricordava da tempo. Gli ci vuole poco per farla godere ed è un gran piacere anche per lui. Al buio di quel tardo pomeriggio di dicembre, con i capelli schiacciati contro il finestrino imperlato di condensa, il seno che si abbassa e si alza velocemente, i leggeri gemiti di gioia, le cosce dischiuse alla sua lingua e ai suoi occhi, quella è la sua donna.
Riaccende l’auto e ritornano da dove sono venuti.
“Non faccio queste cose in macchina almeno da venticinque anni,” le dice “ il secondo tempo lo proiettiamo a casa.”