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Regina di cuori
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Titolo:
Regina di cuori |
Autore:
Charlie m. |
Contatto:
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Racconto
n° 1763 |
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Non appena varcata la soglia già si era impossessata della casa. Noi continuavamo a baciarci come avevamo fatto nella mezz’ora precedente ma adesso, adesso che avevo chiuso la porta e le avevo poggiato le mani sui fianchi, spingendola delicatamente sul legno della porta per chiuderla, adesso che continuavamo a baciarci in piedi sul tappeto d’ingresso, adesso non eravamo più soli. C’era tutto il mio appartamento a guardarci; c’erano le pareti, c’erano i quadri. Ma nessuno dei due si vergognava del paesaggio intorno. Cosa ne vogliono sapere tre quadri di cosa sia la passione e il desiderio e la paura di restare da soli? E cosa hanno da nascondere due poveri amanti? Baciarsi davanti ad un pubblico è il punto di arrivo di un desiderio rosso. Mi immergevo tra i suoi capelli e il suo collo e lei sorrideva nel sentire il solletico e nel sentire il mio respiro che faceva sciogliere il suo profumo e la sua spalla per quant’era caldo. Le levai la giacca. Non si capiva se fuori fosse estate o inverno, anche il tempo, come me, viveva sbalzi ti temperatura e di umore. Ho sempre saputo che il tempo è meteoropatico. Comunque, sinceramente, di andare a controllare alla finestra se i fosse la neve o il solleone, ce ne fregava ben poco. Noi eravamo lì, attaccati alla porta d’ingresso, con un pubblico voglioso e quattro occhi color cremisi. Le mie mani sui suoi fianchi affondavano e sentivo la pelle come se si sciogliesse. Lei intanto gemeva ad ogni mio bacio e le labbra si avvicinavano, si toccavano, sembravano due amiche che da un secolo non parlavano. Mi staccai. Le afferrai una mano e la portai nella mia camera. Lei entrò, rimase incantata dalle righe dipinte sulle pareti e intanto io mi sedetti al bordo del letto. Me la portai tra le gambe, lei in piedi e io seduto. Le infilai la mano sotto la maglia viola che piano piano scivolò via e andò a finire sul pavimento gelido. Lei intanto aveva portato la sua, di mano, tra i miei capelli folti, che avevo scordato di tagliare (porca miseria) e le sue dita lunghe e magre parevano serpenti in una foresta folta, serpenti che sanno quello che vogliono e si muovono con sicurezza mentre i fili gialli e secchi spettatori di una continua siccità li nascondono e li agevolano. Anche la mia lingua era diventata un serpente. Un serpente ruvido e viscido che striscia sul suo ombelico, sale verso i seni piccoli e bianchi e, quando lei si accascia in preda al piacere, passano sul collo e sulle labbra e su tutto il viso, inghiottendola. Mi staccai. Non so perché, ma mi staccai. Avevo paura di non farcela. Paura che se ne accorgesse. Paura di… non lo so, paura. Ma poi, guardandomi con quegli occhi color nocciola, occhi da cerbiatto che scappa nella foresta dai serpenti, mi fece ritornare l’impulso e l’istinto e l’arroganza, e io ripresi a baciarla, spingendomela addosso, finendo sul letto. -Vieni- mi ordinò non appena finì di togliermi la maglietta -Voglio essere dominata!- -E io voglio dominarti- le dissi standole a cavalcioni sull’addome, strofinando le cosce tra l’inguine e i fianchi. Quant’era bella… Sembrava un fiore e io la sua ape. Io le avrei tolto il polline e sarebbe restata senza, e nonostante ciò era disposta a darsi completamente. L’avrei dovuta ringraziare? Non lo so, troppo tardi comunque. Pochi minuti dopo le avevo infilato il mio pungiglione nel suo bocciolo. E non si lamentò, non le feci male. Semplicemente eravamo due corpi nudi su un letto rosso scarlatto con una gamma di immobili a guardarci e spettatori fuori dalle finestre a criticarci. Mi è sempre piaciuto farmi vedere nudo durante un amplesso. Il suo bocciolo si animò improvvisamente e rimasi a guardarlo in mezzo alle sue urla, che non erano mai di dolore, solo di piacere, e improvvisamente uscì del miele, dolcissimo, un miele che subito seppi accogliere tra le mie labbra macchiate del suo rossetto chiaro. Poi me la sono stretta tra le braccia. Siamo tornati a stenderci sul letto. E abbiamo continuato a baciarci. “Sei splendida” le avrei voluto dire. Ma non dissi niente perché credevo che la parola “splendida” fosse troppo particolare, poco adatta alla situazione, così, come al solito, nel pensare cosa dire, non ho detto niente. Semplicemente, con le labbra sporche di rossetto e di dolcissimo miele, ci scambiavamo le lingue e le salive. E sentivo un fuoco che bruciava da qualche parte, sentivo un calore che però non veniva dall’interno del mio corpo né dalla sua lingua o dalla sua bocca. E poi il fuoco cessò di ardere. Mi staccai. -Non lo posso fare- dissi. Se mi avessero detto che un giorno sarei stato io a pronunciare quelle parole, assolutamente non ci avrei creduto. “Non lo posso fare”. Mi dà troppo l’aria di una frase da film -Sono innamorato di un’altra persona.- Lei mi guardò con quel suo rossetto leggermente sbavato, coi suoi capelli biondi non scompigliati, con gli occhi pieni di luce e di lacrime. -Come si chiama?- mi chiese. Non risposi. “Gabriele” pensai.
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