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Diario di bordo
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Titolo: Diario di bordo
Autore: Automedon
Contatto:
Racconto n° 1769
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Dodici luglio, venerdì ore nove e trenta.
Lasciati gli ormeggi, il Bellatrix procedeva con il motore a basso regime costeggiando il molo sud; tenendomi largo quanto basta per evitare le cime tesate delle altre barche, mi apprestavo a virare il faro rosso facendo, di tanto in tanto, cenni di saluto a qualche conoscente tra quelli che in pieno clima vacanziero si affaccendavano in preparativi di partenze o più semplicemente in manutenzioni ordinarie.
In direzione dell’imboccatura del porto, diedi, come sempre, un occhio agli strumenti per stabilire con certezza la direzione del vento: l’avevo sulla prua; aumentai la velocità mantenendo la rotta per facilitare il compito ad Andrea che, appena arrampicato sul boma, provvedeva ad inferire la randa nell’albero.
In piedi, tenendo dolcemente con due dita la ruota del timone, potevo osservare tutto quello che avveniva dentro e fuori bordo: il traffico usuale di natanti e rimorchiatori, le canne dei pescatori seduti sui massi di contenimento, Andrea che armeggiava per drizzare le vele e le ragazze, sotto coperta, che sistemavano i viveri nel frigo piegando, poi, diligentemente i sacchetti di plastica che li avevano contenuti e che sarebbero tornati utili dentro la pattumiera.
Il cielo era stupendo e il sole picchiava già forte al mattino come abitualmente fa d’estate in Sicilia.
Guardavo i capelli del mio vecchio amico e compagno di mille avventure, non solo marine: si scuotevano ritmicamente, schiariti e arricciati dalla salsedine; ad ogni movimento del braccio, che imprimeva decisi movimenti rotatori alla manovella del winch, i muscoli delle sue spalle dichiaravano con orgoglio il vigore dei suoi trentacinque anni vissuti aborrendo la sedentarietà.
La randa saliva in riva all’albero fileggiando allegramente, da sotto coperta giungevano chiacchiericci e risolini confusi con il rumore del motore.
Fuori dalla diga foranea procedemmo a vele spiegate verso il largo sfruttando un buon vento di levante, Andrea regolava le scotte, io aggiustavo la rotta e la barca, dal canto suo, fendeva inesorabilmente le piccole onde con la silenziosa potenza dei suoi quarantaquattro piedi: finalmente la crociera aveva inizio.
Gabriella ci raggiunse in coperta con un morbido telo fucsia e una borsetta trasparente zeppa di flaconi e tubi colorati, andò a posizionarsi sulla tuga, proprio di fronte alla mia postazione, il suo uomo la raggiunse sedendole accanto; Luisa salì per ultima, mi raggiunse e, abbracciandomi da dietro, mi baciò su una guancia stringendomi forte, poi andò a sedersi poco distante porgendo al sole il visetto pulito.
Nel frattempo la nostra amica si ungeva la fronte e le gote con dell’olio abbronzante, come se la sua pelle non fosse già sufficientemente scura, quindi, con un gesto ostentatamente teatrale, portò le sue mani dietro la schiena e, sciolto il nodo, fustigò l’aria con il pezzo di sopra del suo bikini nero: sorrideva parlottando con Andrea e, fingendo di non guardarmi, stendeva lentamente un velo di unto sul suo seno abbronzato, ben proporzionato alla sua figura longilinea.
Mi accorsi che Luisa seguiva la scena simulando un certo distacco, ma probabilmente infastidita dall’atteggiamento disinibito di Gabriella nonché dalla mia evidente espressione compiaciuta.
- Ha un bel seno - disse mentre i capezzoli scuri dell’amica, dapprima distesi, con il massaggio sfoggiato tendevano a rimpicciolirsi increspandosi.
- E’ vero, ma il tuo è più bello - risposi.
- Il mio troppo grosso, più pesante, non è equilibrato come quello suo, i miei capezzoli sono troppo larghi e troppo chiari -
- Quelli che a te sembrano difetti, ad un uomo appaiono come qualità inequivocabili - risposi ridendo - Io ti trovo più attraente di lei ma la tua insicurezza non te ne fa accorgere .-
- Ma intanto è il suo seno che guardi, non certo il mio -
- Visto che non lo nasconde, non vedo cosa possa esserci di male, e poi il tuo lo posso guardare soltanto in privato, altrimenti lo tieni occultato come oggi dietro quella deliziosa impalcatura a fiori. -
Luisa tacque, guardava la terra che si allontanava sempre di più.
- Ho il mio carattere e i miei pudori, evidentemente differenti da quelli di altre donne; ma tu, non ti sentiresti a disagio se io mi mostrassi nuda ad altri uomini, ad Andrea, per esempio, è un bel ragazzo, non saresti geloso? -
- Più che ingelosirmi, mi addolorerei se ti innamorassi di lui, perché in quel caso potrei perderti, ma qualsiasi altra tua iniziativa tendente al giuoco, alla vanità o, se preferisci, all’erotismo, non potrebbe che farmi piacere se a te facesse piacere. -
- Sarei tentata di metterti alla prova - continuò sorridendo.
- Per farlo dovresti vincere le tue inibizioni, la paura per l’ignoto e quell’educazione piccolo borghese che ti fa stare a disagio quando facciamo l’amore con la luce accesa: no, non credo che ne avresti il coraggio - risposi sarcastico senza staccare gli occhi dalla bussola.
- Se è una sfida, guarda che potrei accettarla: potrebbe farmi comodo cambiare, ogni tanto. -
Una risata fu la mia risposta più eloquente a chiusura del battibecco, prima che il dialogo prendesse una piega indisponente, ero già certo di avere urtato la suscettibilità della mia ragazza con quelle battute ironiche, ma sapevo che non era mai stata capace di tenermi il broncio per più di un’ora.
Assumendo un’aria serafica e con gesti lenti e misurati, Luisa portò le mani dietro la schiena, aprì il gancetto del reggiseno e abbassò le spalline; poi, tenendolo per le coppe, lo allontanò dal suo corpo e sorridendomi spavalda lo pose piegato ai suoi piedi. Appoggiata con le braccia lungo le draglie e rivolta al sole, rimase immobile con gli occhi chiusi e il capo leggermente reclinato all’indietro.
Il vento era aumentato d’intensità e la carena scivolava sull’acqua ad un’andatura migliore; la pressione sulle vele inclinava appena lo scafo e Luisa, dalla parte alta, per la prima volta, offriva al vento e a sguardi estranei l’esclusiva visione del suo seno rotondo e bianchissimo.
La guardai ammirato per qualche istante, era molto bella così offerta, con quell’aria distaccata da martire cristiana che sopporta la barbarie pagana in nome del più alto ideale; il pensiero che la mia amata, in quel momento, stava combattendo una delle battaglie più dure della sua vita mi emozionava al punto che mi sentivo rimescolare il sangue, che in quel momento, tendeva ad affluire verso l’inguine.
Alzai lo sguardo verso i nostri amici che, accortisi del movimento, ben conoscendo Luisa, erano anch’essi stupiti di quanto avveniva; in silenzio, divertito, feci un gesto ad Andrea indicandogli il vicino posto a sedere opposto a quello della ragazza, con segni muti lo invitai a mostrarsi interessato a quello spettacolo inconsueto: egli comprese subito le regole del giuoco e rimase in attesa seduto, con i gomiti sulle ginocchia e la faccia tra le mani con gli occhi puntati sulle deliziose rotondità della mia fidanzata; Gabriella, da lontano, seguiva la scena divertita.
La sfida era aperta.
- La tua ragazza ha proprio delle belle tette! - esclamò sognante.
Luisa aprì gli occhi sull’espressione esageratamente rapita del nostro amico e sorrise volgendo lo sguardo, comprese al volo le nostre intenzioni burlesche, ma non potè esimersi dal provare un leggero disagio per quegli sguardi indiscreti.
- Devi metterci qualcosa su - gridò la spettatrice alzandosi per raggiungerci con un tubo di crema protettiva – Altrimenti questa sera saranno dolori, prendi questa, non è molto forte ma non ti farà bruciare la pelle. -
- Grazie. -
- Vuoi che ti aiuti a spalmarla? - chiese il mio amico sorridendo.
- Grazie, ma hai le mani troppo callose - rispondendo al sorriso e girandosi appena verso poppa per stendere rapidamente la crema sulle parti vulnerabili.
Avevamo raggiunto già una bella distanza da Capo Gallo, decidemmo di dirigerci direttamente verso la nostra meta: le Egadi, quindi puntammo per S. Vito lo Capo.
Andrea orientò le vele adeguandole alla nuova rotta, mentre una coppia di delfini giocava a schivare il nostro scafo, poi riprese il suo posto; Gabriella gli sedette accanto, il vento, per qualche interminabile minuto, sembrava volerci lasciare.
Incerti refoli di aria calda ci giungevano da tutti i quadranti, mentre le vele perdevano il loro assetto, poi, dall’orizzonte, delle increspature si facevano più decise: il vento era girato a maestrale, più vigoroso ma da non destare preoccupazioni.
Il nuovo assetto e la maggiore pressione dell’aria fece inclinare maggiormente lo scafo, istintivamente Andrea, per offrire un minimo di contrappeso, si arrampicò per andarsi a posizionare sulla parte più alta accanto a Luisa che altrettanto istintivamente si chinò per raccattare il reggiseno che tanto faticosamente si era tolto in precedenza; per un attimo i nostri sguardi s’incrociarono, io scossi il capo con aria beffarda e lei ritrasse la mano raddrizzandosi ed appoggiando le spalle al braccio del suo vicino.
Il mio amico, interdetto, mi lanciò uno sguardo interrogativo, un complice assenso col capo e una strizzata d’occhio lo istruì sul da farsi: pose le mani sugli omeri della giovane, che non tradiva alcuna emozione, attirandola a sè, poi prese ad accarezzarle le braccia massaggiandole teneramente; feci segno a Gabriella di prendere posto accanto al ragazzo che nel frattempo aveva raggiunto i fianchi della ragazza.
Diedi un’occhiata alla rotta, il vento, stabilizzatosi, appariva meno impetuoso, consentendo un’andatura più rilassata; velocità di circa sei nodi, lo scafo aveva ridotto l’inclinazione: Gabriella, con la guancia appoggiata alla sua spalla, accarezzava la pancia dell’uomo che, tra una carezza e l’altra, faceva risalire le sue dita verso i seni di Luisa che finalmente pareva abbandonarsi.
A quel punto, tenendo la bussola sotto controllo, innestai il timone automatico: 270°, perfetto! Guardai oltre la prua: nulla sulla nostra rotta; eravamo lontani da tutto il brulicante pianeta abitato, mi scostai dalla ruota del timone e, sgusciato fuori del mio costume da bagno, andai a sedere ai piedi della mia ragazza esibendo le prove del mio coinvolgimento emotivo.
Teneva gli occhi socchiusi e le braccia abbandonate con le palme delle mani aperte verso il cielo, appoggiata languidamente all’uomo che adesso le massaggiava dolcemente il seno saggiandone la consistenza e carezzandole lentamente i capezzoli; mi chinai baciandole la pancia, indugiai sull’ombelico che cominciava ad assumere sentore di salsedine. Le passai una mano sul costume sottolineando le forme dell’inguine, quindi continuai la carezza fra le cosce appena schiuse risalendo fino all’apice che, aderendogli, denunciava, sotto il tessuto, una leggera depressione verticale.
Gabriella mi guardava sorridendo e, nel frattempo, infilava la mano destra dentro il boxer di Andrea che poggiava le labbra dischiuse sul collo di Luisa, alla quale cominciai a sfilare il resto del costum,e mentre lei, puntando i piedi, sollevò di poco il bacino per facilitarmi il compito. Rimasi a guardarla, tutta offerta all’amore come non l’avevo mai vista, come non l’avrei mai immaginata e come l’avevo sempre desiderata: quell’espressione soave che al buio non è possibile scorgere.
Dimentico di dove ci trovassimo e dove fossimo diretti, mi inginocchiai sfiorando con le guance l’interno delle sue gambe, ora con le labbra, ora con la punta della lingua per assaporare ogni centimetro della sua pelle, liscia, morbida e vibrante; immobile, Luisa lasciava che tutto accadesse: offrendo così spudoratamente il suo corpo, adesso stava immolando all’amore anche l’anima.
La sua mano prese vita e accarezzò il ginocchio di Andrea, percorse la coscia e il costume per guadagnare il sesso ma, percependo in loco la presenza dell’altra donna, si ritrasse subito.
Gabriella, compreso il suo imbarazzo, sospese le coccole e, accarezzandole l’avambraccio, la invitò a partecipare, poi, mentre Luisa verificava l’eccitazione del suo uomo, gli tolse il boxer sfilandosi, quindi, lo slip.
Effettuai un fulmineo controllo a prua e affondai il muso tra le cosce della mia ragazza, brucando fra la morbida peluria castana. Lei le dischiuse ancora un po’ spingendo il bacino in su: fra i suoi labbri, la mia lingua scandagliava le sue emozioni gustando negli umori una sapidità perfettamente confacente all’ambiente circostante; aderendo con le labbra al suo bottoncino segreto, presi a succhiarlo dapprima dolcemente, poi sempre più appassionatamente, man mano che percepivo i suoi sussulti e un sommesso rantolio.
Dalla mia posizione, adesso, riuscivo a scorgere soltanto le nocche del mio amico che strizzava sempre più freneticamente quelle bellissime tette che non aveva mai trascurato e due mani femminili che si avvicendavano sul suo sesso. Luisa ansimava con maggiore frequenza e stringeva forte il membro del mio amico, io perfezionai la mia opera incurante dei suoi sussulti, poi la sollevai per i fianchi, le scivolai sotto facendola sedere sul mio grembo e penetrandola da quella posizione.
Mentre lei assecondava i miei movimenti, Andrea le mordicchiava il seno destro e Gabriella, china su di lui, accoglieva il suo glande fra le labbra, cingendogli la vita con il braccio sinistro; scorsi sul fianco del mio amico la mano della mia più fedele complice e le sfiorai le nocchie con i polpastrelli, lei la sollevò tastando l’aria alla cieca per recuperare quel contatto: intrecciammo le nostre dita e ci stringemmo forte.

12 luglio, venerdì, ore 20,15
Siamo entrati nel porto di Favignana con le vele già piegate, la coperta in ordine e vestiti per la serata; spingendo sui parabordi riuscimmo a conquistare un ormeggio in banchina facendoci largo fra un grosso motoscafo e uno schifazzo da pesca. Andrea e Gabriella scesero in avanscoperta sul molo gremito di sfaccendati e diportisti con l’intento di prenotare per tempo un tavolo al solito ristorante; io aiutai Luisa a scendere a terra, chiusi la barca e saltai giù abbracciandola, lei mi baciò sulle labbra e c’incamminammo per raggiungere i nostri amici.
Come tante altre, due coppie innamorate percorrevano le suggestive stradine dell’isola alla ricerca di un buon cous-cous: dopo, chissà.