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Managua
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Titolo: Managua
Autore: Ulisse
Contatto:
Racconto n° 1786
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Le luci assurde e confuse di questo posto, non mi ci abituerò mai.
E nemmeno a come guida la gente di qui.
Lei si accende un’altra sigaretta, quanto fuma, domani dovrò lasciare i finestrini aperti, speriamo non piova.
E speriamo che non abiti in un posto del cazzo dove mi rubano la macchina.
Però è carina, o almeno così sembrava al Castillo.
Qui è sempre così facile, ci si guarda, si offre da bere, non sono di qui, sono italiano, sono un ingegnere italiano, sto qui per lavoro, ed il più è fatto. Resta da ballarci un po’, bere ancora qualcosa, decidere a casa di chi andare.
Se è una puttana lo capisci subito, insiste per venire da te. Non ha bisogno di chiederti soldi, sa già che li hai, sei italiano, e lavori qui, allora i soldi li hai.
Siamo arrivati, saliamo delle scale strette e buie, qualcuno ci passa accanto senza guardare, sento dei bambini piangere, cazzo, speriamo che non tenga dei bambini in casa.
- Tiene ninos?
- No, y tu?
- Lascia perdere.
- Como dise?
- No.
La casa è piccola, c’è un odore strano, di cucina, insopportabile.
Mi versa ancora del ron.
- Hai del campari?
- Como dise?
Lascia perdere, magari domani torno al Friday’s, lì fanno il Negroni.
Butto un’occhiata alle cose sulle mensole, le cose appese al muro, lei intanto ha messo su della musica, forse è Santana, non mi va di chiederlo, magari mi risponde di nuovo “como dise?”.
Accende un lume, spegne la luce al centro e comincia a ballare. Balla e si spoglia, ma la luce del lume è troppo bassa, non riesco a vederla. Magari l’ha fatto apposta. Chissà quanti anni ha, non sembra giovane. Strano che non abbia figli.
Si avvicina, ha solo gli slip. Ha un culo bellissimo, potenza della genetica, tutte qui hanno un culo bellissimo. Le tette non mi piacciono, però si muove davvero bene.
Io resto seduto sul divano, lei si inginocchia, mi sbottona la camicia, e comincia a baciarmi sul collo, sul petto, mentre io comincio a toccarla. Mi slaccio la cintura e le spingo giù la testa, lei fa il resto. La prendo di forza e la faccio sdraiare.
Il preservativo, lo tiene, donde està, esta aqui, non ti preoccupare. Che dise? E sta un po’ zitta, cazzo.
No entiendo. Hablame en italiano, me encanta.
Le sono sopra, è tutta rannicchiata, le ginocchia sui seni, le caviglie sulle mie spalle.
È stravolta, madida di sudore. Lo sono anch’io. Ancora sento quell’odore strano, e quel cazzo di bambino piangere, e sudore, rumore, odore…
Devo pensare, pensare qualcos’altro, altre donne, altre facce. Questo posto mi dà la nausea, questa casa mi dà la nausea, questa donna mi dà la nausea, questo posto questa donna questo posto questa stanza, rumori odori sudore facce si voltano, la mia mente gli passa accanto, rumori odori sudore.
Mi stendo, la ragazza si appoggia sulla mia spalla, dice qualcosa, ma non la ascolto, cerco le sigarette, ne accendo una, faccio due boccate, me la prende dalle dita, ne accendo un'altra. Cerco la camicia, mi rivesto, lei si copre con le mani, si alza, si infila qualcosa.
Espera un momentido, por favor, mi dà un foglietto, il suo numero, llámeme, por favor, me gusta de estar con tigo.
Si, come no, certo che ti chiamo. Mañana. Nemmeno ricordo come ti chiami.
Cerco le mie cose, la giacca, le sigarette, le chiavi della macchina.
Cerco dei soldi, non me ne aveva chiesti, non li rifiuta.
Non si offende. Ora vado. Domani, claro, ti chiamo domani.
Domani sarò di nuovo solo.