|
|
|
Ravèl
|
|
|
Titolo:
Ravèl |
Autore:
Charlie m. |
Contatto:
|
Racconto
n° 1792 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
|
|
Mia sorella e Ravèl si sono conosciuti quando ancora io non sapevo niente. Il loro incontro è stato tutto particolare perché un giorno, all’uscita da scuola, pensando di trovarsi di fronte alla macchina di mio padre, mia sorella entrò in quella di qualcun altro, che subito pensò bene di non farsi scappare l’occasione di rimorchiare. Condusse l’auto con mia sorella a bordo fino alla stazione di benzina dove lavorava, e la scema di Fabiana stava pure al gioco, rimase ferma senza dire niente per un quarto d’ora, socchiudeva gli occhi e spalancava quel sorriso ambiguo che spalanca sempre quando sa che sta per fare l’amore. Neanche lui parlava. La radio della macchina era spenta e il vento non si faceva sentire per paura di interrompere tutto quel dolcissimo silenzio. Arrivati alla stazione di benzina lui scese dall’auto e condusse Fabiana nel retro del locale. C’era una sorta di garage munito di bagno e letto dalle lenzuola rosse. Sembrava una stanza costruita apposta per farci l’amore, era un garage erotico, una stazione di benzina pornografica. Lì fecero l’amore per la prima volta. Senza neanche conoscere i propri nomi, senza conoscere i propri aspetti, senza conoscere. Senza paura di spogliarsi l’uno di fronte all’altro; è da lì che ho capito che andare al letto col primo che passa è la soluzione migliore. Si scaricano le tensioni, le rabbie, non ci si perde nell’imbarazzo perché non si ha interesse a giudicare né ad essere giudicati. Semplicemente ci si stende l’uno sull’altro, senza parlare. Le parole, a volte, sono proprio inutili. Così fecero loro. Arrivarono e si unirono e poi basta, finì lì. Niente frasi dolci, niente sussurri, neanche un accenno. Anzi, no; lui non parlò mai mentre mia sorella riuscì a dire: -Giura che però non mi baci.- Si spogliarono lentamente, il tempo intorno si era fermato, bloccarono ogni essere vivente: niente clienti che cercavano il benzinaio, niente colleghi che chiedevano aiuto, niente telefonate di un genitore preoccupato. Loro erano vivi e tutto il resto era in autunno, sembravano fate che giocano col destino. Magia volle mio padre in ritardo. Non solo scese da casa e salì in macchina per andare a prendere Fabiana in ritardo, no, rimase anche imbottigliato nel traffico e si chinava sul volante a pensare alle maledizioni che sua figlia gli stava mandando senza immaginare che invece sua figlia non stava riuscendo neanche a pensare. Finirono di fare l’amore e, come se Ravèl sapesse tutto, accompagnò Fabiana di nuovo al portone d’uscita della scuola, proprio qualche minuto prima che mio padre arrivasse sanguinante. -Cosa è successo?- chiese mia sorella. -Niente- rispose papà -ho incontrato traffico, scusa se ho fatto tardi.- E mia sorella spalancò di nuovo quel sorriso ambiguo che le piaceva tanto. Girò la testa e si mise a fissare fuori dal finestrino, accorgendosi che il ragazzo che l’aveva appena penetrata era rimasto lì, dentro l’automobile silenziosa, e ora che papà era partito verso casa aveva iniziato a seguirla. Arrivati all'ingresso principale del palazzo, papà scese dalla macchina noncurante della gente intorno, mentre sua figlia viveva a metà tra la paura e il desiderio. Sapeva che se si fosse scoperto che aveva fatto l’amore con uno sconosciuto, che aveva pure saputo dove abitasse la sua preda, i genitori non le avrebbero permesso nemmeno di andare a scuola. Lei salì le scale contandole come se fosse la prima volta che, nella sua vita, si trovava di fronte ad una rampa così ripida. Si sentiva Raperonzolo che saliva verso la torre, mentre il principe attendeva giù, sul suo cavallo bianco col suo mantello azzurro. E avrebbe atteso ore, giorni, settimane. Rimase lì sotto le finestre, immobile, con la pioggia e col sole cocente, in inverno, in estate, speranzoso di ricevere uno sguardo, un altro ambiguo sorriso. Non voleva pane, Ravèl, non voleva acqua. Lui desiderava soltanto la sua principessa, bramava la sua lunga treccia bionda, sperava che la strega la liberasse dal maleficio. E mia sorella usciva sempre dal retro, quando aveva bisogno di andare in strada non usava il portone principale, non passava davanti al suo amante, lei era la persona più innamorata del mondo, e quando si è innamorati si diventa cattivi. E anche lui era innamorato ed era cattivo con se stesso, perché torturava il suo corpo e trucidava la sua pelle e faceva gelido il suo cavallo. Finché un giorno, un giorno in cui le nuvole si scatenarono dimostrando quanto può essere potente l’acqua violenta, mia sorella scese in strada, questa volta uscendo dal portone principale, aprì lo sportello dell’auto nella quale Ravèl attendeva e lo afferrò per un braccio, trascinandolo sulle ripide scale. Lo sportello rimase aperto, bagnandosi e facendo bagnare i sedili, la macchina restò incustodita, e la pioggia batteva sui finestrini. Arrivarono davanti alla porta d’ingresso della nostra casa e prima di bussare o suonare il campanello o infilare la chiave nella serratura, Fabiana lo baciò, sempre mantenendo il silenzio, sempre accarezzando i suoi capelli scuri. Arrivarono nel soggiorno, dove mio padre tranquillizzava mia madre preoccupata perché fuori le nuvole anticipavano la catastrofe e i miei genitori, strabiliati nell’osservare la loro figlia che stringeva la mano ad un perfetto sconosciuto, restarono ad ascoltare: -Lui il mio fidanzato.- Lei lo portò nella sua stanza dove gli fece mettere addosso dei vestiti asciutti e subito la pioggia cessò di battere contro la macchina sciolta, i vetri delle finestre senza tenda, la mia testa alta a voler guardare oltre le nuvole. Quella sera cenò con noi e sarebbero passati altri giorni prima che mia sorella scoprisse il suo nome. Lui, quello di lei, lo conosceva già. Perché mentre aspettava ha imparato a scorgere ogni minimo dettaglio e i suoi occhi erano diventati viola come de marchingegni costruiti per afferrare tutti i piccolissimi errori. E poi il suo nome l’ho scoperto anche io. E ho scoperto tutto di lui, ogni particolare, e so molte più cose io di mia sorella, perché a breve lei avrebbe smesso di amarlo, forse non l’aveva mai amato, forse non ha mai capito cosa significa aspettare e desiderare. Io, invece, lo so. E ho scoperto che questa è la sua storia preferita e continuo ad incontrarlo, Ravèl, anche se mia sorella non lo sa, e mi faccio raccontare la storia di quel loro primo incontro, dei sorrisi ambigui, delle benzine pornografiche. E lui adora raccontarmi la sua storia senza tralasciare nessun elemento, ripetendo ogni volta le stesse identiche parole, facendomi imparare a memoria la successione delle frasi. E sono diventato un bambino, che si fa raccontare la stessa favola tutte le sere prima di andare a dormire, nonostante la conosca meglio del narratore. E io mi faccio raccontare la stessa storia ogni volta che finiamo di fare l’amore.
|
|
|
|