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Antica saggezza
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Titolo:
Antica saggezza |
Autore:
Automedon |
Contatto:
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Racconto
n° 1841 |
Altri
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- Mi spiace, il filetto è terminato- - Oh…che seccatura! Dovrò cambiare menu- esclamai con aria desolata. - Come lo voleva cucinare?- domandò don Gaetano riponendo la biro dietro l’orecchio. - Avevo in mente una fondue bourguignonne- risposi sbirciando attraverso il vetro del bancone alla ricerca di un’alternativa che potesse soddisfare i gusti della mia carnivora ospite. - Allora non c’è motivo di cambiare programma- disse il buon uomo. - Cioè?- domandai - Mica è indispensabile il filetto, va bene anche un altro taglio: la fesa, per esempio- - Ma non ha la stessa morbidezza- - Lasci fare a me, non noterà differenze- Don Gaetano pose sul ceppo un tocco di carne e, dopo avere stabilito la quantità occorrente, ne tagliò una fetta molto spessa, la schiaffò sul marmo alle sue spalle e prese a colpirla impietosamente con il batticarne. - Ma cosa fa?- domandai perplesso. - Battendola s’intenerisce ulteriormente- sorrise girando appena il capo alla mia volta, - è una vecchia pratica che funziona sempre - quindi la tagliò a tocchetti come di prammatica. Beh, la cenetta non ha deluso le aspettative: energetica e gustosa; mi divertiva guardare Rita mentre intingeva con allegria i pezzetti di carne nelle salsette che la mia fantasia pomeridiana aveva concepito ed ascoltarla raccontare, tra un sorso e l’altro, le amene performances delle sue colleghe ai danni di un misconosciuto capoufficio. Mi gratificava il vederla spensierata e a proprio agio in quello che chiamava ‘l’antro di Pan’, la mia mansarda, a suo dire: una trappola mal mimetizzata per zitelle in vena di decadenze tardo-romantiche, ma della quale lei stessa non aveva mai rifiutato l’esca. Andai a guardarla dalla poltrona accanto al giradischi, attraverso il quale, nel frattempo, colloquiavo con Errol Garner; lei tacque, mi sorrise e venne a sedere sulle mie gambe portando con sè l’ultimo mezzo calice di nero d’avola che divise con me portandolo ora alle sue labbra ora alle mie; mi baciò dolcemente mentre mentalmente partecipavo al refrain di The way you look tonight. Come di consueto, le mie mani percorrevano il suo corpo soffermandosi qua e là a sbottonare qualcosa o a tirare giù una lampo, poi s’infilavano fra i tessuti per saggiare la morbidezza della sua pelle; lei ricambiava senza staccare le labbra dalle mie. Poi, sempre tenendola fra le braccia, con una giravolta degna di Fosbury, la trascinai sul tappeto dove in breve ci ritrovammo svestiti ed impegnati in un breve ripasso orale delle nostre conoscenze anatomiche; si distese prona ed io, adagiandomi su di lei, allineai le gambe sulle sue e le braccia e le mani, rassicuranti e complici. Annaspai con il viso fra i lunghi capelli castani raggiungendo con le labbra la nuca inerte, poi il collo che addentai teneramente ma con il vigore che un gatto sa imporre alla propria conquista; la presa ferina mutò in un delicato bacio che scosse appena la sua rapita indolenza estorcendole un mugolio sommesso, le mie mani scorrevano lungo le sue braccia abbandonate al seguito delle labbra umide che censivano ogni centimetro delle sue spalle e più giù lungo la schiena e i fianchi arrendevoli. Ora le palme aperte delle mani gualcivano delicatamente la pelle dei glutei divaricandoli delicatamente mentre li accarezzavo con le gote ed il naso, affondandovi il muso percorsi il solco con le labbra fino al grazioso buchino che accettava rilassato le cortesi lusinghe della mia lingua impertinente e sfacciata. Lei inarcò leggermente la schiena divaricando ancora le gambe e offrendo ai miei occhi indiscreti la rosea visuale dei suoi labbri dischiusi e, poco sopra, la porta di servizio, leggermente più scura, appena estroflessa e vezzosamente grinzosa. Accolsi il suo sesso nel cavo della mia mano, lo accarezzai intingendo il dito medio al suo interno che la mia dolce compagna lasciò che perlustrassi, quindi lo estrassi grondante di felici umori che spalmai sull’altro buchino e, ripetendo l’approvvigionamento di lubrificante, tentai di penetrare in quel territorio ancora inesplorato. Com’era prevedibile, ancora una volta prevalse il timore di infrangere un tabù difficile da estirpare e Rita, balzando in avanti e ridendo, sfuggì alla mia presa, dribblò le mie gambe e, divertita, saltò sulla poltrona e da lì, scavalcando il bracciolo, corse a rifugiarsi nella camera adiacente; mi fronteggiava dal letto ben piantata a quattro zampe e assumendo, tra le risa soffocate, un atteggiamento animalesco prodigandosi in stentati ruggiti ed esibendo bonariamente le grinfie. Stando al giuoco, volli inserire nella drammatizzazione la virile figura del domatore e, sollevandomi dal tappeto, raccolsi i pantaloni poco distanti, sfilai la cintura e balzai davanti alla soglia della camera con un ridicolo – TARATAN!- nudo come i vermi dei broccoli e con la cinghia penzoloni nella destra; la mia simpatica belvetta rinnovò le sue minacce e, al mio avanzare, ridendo e ringhiando si girò per sfuggirmi offrendo imprudentemente le terga al mio raggio d’azione. Cogliendo l’attimo sollevai il braccio e spingendomi verso il letto feci schioccare la mia improvvisata frusta che, malauguratamente, sfuggendo al controllo, si abbattè con apprezzabile violenza sul fondo schiena della mia compagna di giuochi; rimasi immobile, stupito dal mio involontario gesto becero e pronto ad assumermene tutta la responsabilità mentre lei, come pietrificata, mi guardava a bocca aperta in silenzio volgendo il capo sopra la spalla destra, poi, prima che riuscissi a raccogliere le idee per scusarmi della mia malaccortezza, si lasciò cadere sul letto a pancia in giù nascondendo sotto i capelli il viso e le mani e quasi sottovoce disse: - Continua-. Per un attimo rimasi interdetto dallo sbigottimento nel quale quell’inusuale richiesta mi aveva lasciato, ma non volendo apparire inadeguato o, più semplicemente, imbarazzato, sollevai nuovamente il braccio per soddisfare la richiesta ma, certamente, con una foga più consona alla mia natura mite e pacifista; - Più forte – mi rimproverò dalla coltre di capelli sparsi con lo stesso tono pacato di prima. Dosavo maggiormente la forza per accontentarla ma cercando di contenere le cinghiate entro una violenza, se così si può definire, accettabile; la colpii per un pò fin quando non la vidi sussultare un paio di volte: mi fermai sedendomi sulla sponda del letto e molto leggermente passai le dita sulle striature quasi impercettibilmente arrossate che le avevo provocato, mi chinai a baciarle come per lenirne il probabile bruciore, sotto le labbra la sentivo tremare. Non vedendo il suo viso e non ascoltando una sua sillaba, incerto sul da farsi, continuavo a tenerle le mani sui deliziosi globi che avevo percosso, accarezzandoli teneramente con i polpastrelli dei pollici fin quando non ebbi un segno: la mia dolce amica divaricò le gambe come per continuare il dialogo interrotto sul tappeto; timidamente ripresi da dove avevo lasciato, questa volta non oppose alcuna resistenza e il mio dito potè, propedeuticamente, compiere il suo avanguardistico dovere; quindi, posizionatomi fra le sue gambe, non senza difficoltà, malgrado la sua evidente disponibilità, varcai la soglia tanto agognata. Rita gemette appena, le scostai i capelli e la baciai sul viso mentre assecondava i miei movimenti: sorrideva e teneva gli occhi socchiusi, il blocco era stato rimosso. Probabilmente i tempi erano maturi perché ciò accadesse ma certamente attribuisco dei meriti agli antefatti sado-maso che hanno determinato il felice epilogo della vicenda, antefatti che si sono riproposti in seguito e con strumenti sempre più sofisticati; personalmente questo contesto non mi suscitava alcuna emozione particolare, sebbene non glielo abbia mai confessato, ma mi piaceva pensare di rappresentare per Rita un atipico strumento di piacere del quale non avrebbe volentieri fatto a meno. Il giorno dopo tornai in macelleria a ringraziare don Gaetano complimentandomi per la sua encomiabile pluriennale esperienza, aveva proprio ragione: la carne, quando viene battuta, diventa più tenera.
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