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Baia del silenzio
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Titolo:
Baia del silenzio |
Autore:
Matteo Labati |
Contatto:
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Racconto
n° 1857 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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La Baia del Silenzio. A levante di Genova. E' una spiaggia di borgo, a forma di arco, un approdo per leudi e gozzi, sulla quale si affaccia, tra la rocca da un lato, e le mura sorde del monastero dall'altro, un sorriso a trentadue case, con le finestre a persiana, dalle quali il sale morsica via la vernice verde; il mare ci si accomoda, con i suoi muscoli mandorlati di amante, rilassati ma inesausti. E' un bel posto, ma è un nome bellissimo. Ci vado quando posso, a diventare sguardo fumando. Io che non fumo; ma, se si può vivere, pure non avendo una vita, si può anche fumare, senza essere un fumatore. Qui ti porto – ti porta la mia mente - stanotte; qui lascio che l'alta marea del tuo sangue mi scopi a dolore diffuso. Qui sento le tue lacrime, calde come lapilli di un rogo di libri, cadere, quali i primi segni di colore sulla tela brada, lungo il mio sesso facente fusa, e darmi brividi antichi e gravissimi, che sciolgono come lame di predoni l'impasse di tendini dentro le mie mani, mentre la mia mente è nuda, sciabordante e nelle tue mani come una tazza di caffé durante le ore di noia, ed io capisco che tu stai facendo l'amore al mio sesso feroce e scabro con i tuoi occhi solamente. Mi stai facendo un pompino di lacrime. Sei bella, e vocata, come ogni tua omissione mi ha rivelato da subito. Rimarrà sabbia, sui tuoi stivali, e mi dirai questo, quando vorrai tornare da me: i miei stivali hanno finito la sabbia... Una barca in secca ci ripara dalla luna. Stiamo facendo amore all'ombra di un viaggio. Avevo tra le dita un rosario di conchiglie, ma tu non mi hai lasciato inginocchiare a pregare, recitando alla tua soglia i mantra della devozione. Quando il sole sorge, hai detto. La mia luce salirà da orizzonte nello stesso momento, hai detto, ed allora io ti lascerò bermi, fino a tramontarti nella gola. Prima vuoi penetrarmi; penetrare a fondo, tu uomo, me donna; hai usato il mio sesso, ed attraverso di te, me lo hai infisso dentro. Con il mio sesso salmone del mio stesso sangue mi risali, avendo a mappa gli occhi, e risalendo porti via ogni cosa di me, mi derubi dentro del mio dolore, lasci pistacchi e luce, mi rovesci dentro la tua luce inarrestabile, a scosse, a sputi di temporale. Mi rigoverni come un campo di girasoli al passaggio dell'astro padrone. Ti muovi, e lentamente desnudi. Quando mi hai penetrato, quando mi sei entrata dentro, con un gesto quasi cattivo da uomo, ed io ti ho sentita rubarmi il mio precipizio ficcandoti a caporitto, senza dolore dentro la nuvola di voglia che da giorni tempestava nelle mie carni allagandole; quando insomma improvvisa mi hai scopato, scagliandotimi dentro fino all'anima, come se il tuo corpo tutto, tu assolutamente donna, arborescente donna, fosse invece un unico muscolo, un unico membro d'uomo, eretto a penetrarmi il cuore – il mio cuore, fica per te; quando, finalmente, sei stata confitta in me, nudi non avevi che gli occhi, anche se quelli lo erano davvero, erano occhi nudi da sempre. Eppure tu vuoi penetrarmi sul serio, e tutto il tuo corpo, allora, deve farlo. Tu vuoi designarmi. Lasciarmi tuo. Lasci andare il cappotto, scende dietro te come un sipario, a liberare il tuo monologo. La tua gonna è arricciata intorno ai fianchi come la carta d'argento del cioccolato intorno alla base della bellezza fondente; io sono a bordo di te, salpato a superare la linea d'ombra; le tue gambe, salici che ridono stringendomi; i tuoi piedi nel cuoio, bambini a giocare nella sabbia, e coltelli nella schiena i tacchi, poi. La camicia di seta bianca liberata in aria come una vela, come un aquilone, libera le tue spalle, lungomare di luce; il tuo ventre, l'addome morsicato dall'impudenza della luna; la tua schiena, che mi consegni nelle mani come la fuga al cielo di un violoncello in tempesta, le corde strepitose e dolci; i tuoi seni dalle labbra perfette, rivolti a me come puma pronti a ghermire, come fari d'isola, come campanili d'alpe, come baci di carne – i tuoi seni che mi penetrano ancora. Nuda, mi sei dentro dappertutto. Mi percorri. Mi impari, e mi racconti a me stesso. Ogni tuo gesto a mangiarmi il sesso laggiù, in realtà divora me. Sono una salina viaggiata dal sole. I tuoi occhi cannibali e vaniglia, mi penetrano a radice. La tua bocca, biblioteca di Alessandria, mi penetra a radice. Il tuo naso, inseguendo il mio odore, mi penetra a radice. Il tuo petto, con i suoi occhi che sono fiori di mare, che sono grappoli d'onda, mi penetra a radice. Le tue mani, che mi conoscono e mi sbarrano come un libro, mi penetrano a radice. Il tuo sesso, cantina d'abbazia, prima mattina del mondo, spalancato come un cielo di fronte alla paura di Icaro, mi penetrano a radice. Le tue gambe, Tigri, Eufrate, mi penetrano a radice. La tua voce, il suo arpeggiante silenzio, mi penetra a radice. L'orgasmo che mi inventi è un eclissi di sangue. E' un lancio di dadi tra anima e scheletro. E' il primo metro corso in bici senza ruotine. E' una virgola perduta da dio. E' non essere, non esserlo mai più, l'uomo di prima.
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