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Amen alla notte
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Titolo:
Amen alla notte |
Autore:
Matteo Labati |
Contatto:
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Racconto
n° 1865 |
Altri
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Torni a casa dal tuo ballare con amiche. Sei profumata, ancora. O forse è che la notte è entrata con te. Comunque la tua pelle è salata, i muscoli hanno trattenuto l'ombra dei loro gesti di danza. Io, è questo sapore di gioia del corpo che voglio mangiarti di dosso. Te lo chiedo con gli occhi, porgendoti thé nella tazza che invece è da sake. Bevi: con la tazza tra le dita, tu diventi i tuoi occhi, che nereggiano il permesso. Con un retrogusto di golosità, nota la mia ambizione. Ammaino la tua gonna, la pigo con l'attenzione di un patriota per la sua bandiera; tolgo la gonna e metto musica. Leccherò la tua bellezza secondo la lezione di Omara Portuondo, stanotte; mi lavo la lingua con il rum, prima. Sfilo le tue mutandine, le stringo, sapide, nel pugno; le metto in tasca, ed è con questo gesto che le rubo: ho bisogno di fortuna tascabile. Non voglio toglierti gli stivali: mi piacciono tanto che, se il mio sesso non fosse convesso, vorrei sentirne dentro i tacchi; le tue gambe, nelle calze, sono perfette così, da guardare. Ma i tuoi seni li voglio nudi, che a quei ganci appende il velo la notte in persona. Voglio berne la serica consistenza, la loro benedetta ripidità, quel loro raggrumare musica al centro del tuo corpo; voglio leccarne il velo di sudore che ne ha caramellato la curva ascendente. Ti faccio sedere sul divano; mi piace, essere inginocchiato davanti a te. Rimarca la devozione e la gratitudine del mio gesto. Bacio il cuoio sulle tue caviglie, la lingua scivola poi lungo la calza, quasi scottandosi, prima di refrigerarsi sulla pelle della gamba, limpida e fresca di buio; come appena sgorgato, il sangue sottopelle. Appoggio la lingua, esposta e larga tutta, sull'ano e salgo lentamente, schiudendo i petali della tua luna come i veli di una finestra. Mi viene intanto pensiero che leccare te è come leccare musica. La bocca mi si bagna di musica liquida. La mia lingua gioca con il clitoride come rubando ciliege sull'albero. Ma è un gioco lento. Molto lento. A volte stringo tutto nella bocca ed aspiro, succhio, bevo. Muovo la lingua, penetro il sesso e la precipito eretta, tornando e cadendo; tornando e cadendo. Le mani stringono le tue caviglie; risalgono la vertigine della schiena, circoscrivono la maturità di fragola dei capezzoli. Un indice sale a disegnarti le labbra e si ritrova succhiato nella bocca. Anche i miei occhi ti leccano. La voce salmastra e salubre della vecchia cantante cubana guida non i gesti ma le pause della mia bocca. Sento le tue unghie sulla nuca; le tue cosce mi chiudono le orecchie, sento il rumore del mare. Il tuo sesso sa di notte; di sale dell'anima; di mele selvatiche; il tuo vino di donna ha un sapore bruno ed obliquo, mi abbaglia la gola. Vieni nella bocca. Arrivi come un amen.
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