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Anthropology
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Titolo: Anthropology
Autore: Automedon
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Racconto n° 1874
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Facendo capolino tra il coperchio e la cassa del pianoforte, Gianni ammicca: attenti alla sincope! Pronto, dai! Si riprende insieme; Dario attacca col suo assolo, il sax grida la sua libertà d’espressione inerpicandosi concitatamente su armonici imprevedibili mentre la base mantiene il tempo sostenuto del tema. Ora la cornetta di Antonio gli fa da contrappunto introducendo poco a poco il suo intervento, i polpastrelli mi bruciano e l’avambraccio sinistro minaccia di entrare in sciopero ma terrò duro come al solito; siamo al secondo e certamente l’ultimo bis del concerto: un altro non lo reggeremmo, specialmente dopo ‘Anthropology’. Dario prolunga il FA ad libitum e Antonio lo raggiunge con un vibrato nell’ottava superiore lasciando soli il piano, la batteria e il mio contrabbasso che sostiene inesorabilmente le eleganti variazioni di Gianni; Renzo, attraverso i piatti, mi lancia un’occhiata d’intesa: rientrano i fiati per due giri e mi lasciano trentadue battute; confesso che avrei preferito chiudere la serata con un pezzo meno impegnativo, con un ritmo meno incalzante anche se meno d’effetto. Ci siamo, riprende il tema: chiuderò con una scala di terza per introdurre il mio assolo; non so se riuscirò a dare il massimo, confido nel fatto che, generalmente, il pubblico offre poco interesse alle improvvisazioni dei contrabbassisti che, tranne per gli addetti ai lavori, se non annoiano, danno l’occasione per distrarsi: il mio strumento, per dirla alla Suskind, ‘rimane sempre in fondo’ ma non me ne sono mai fatto un complesso. Ecco, il tecnico alla consolle mi guarda, annuisce e, a tempo, mi regola il volume: parto. Sono solo e divago sul tema accompagnato dal charleston, i miei compagni guardano ascoltandomi in silenzio; si preparano, concludo il giro e introduco il loro rientro: tema, finale. Applausi. Uff... è finita.
Quella sera del trenta luglio, il nostro concerto completava la rassegna di musica jazz; sfilammo ossequiosi sul bordo del palco, tra applausi interminabili; parte del pubblico lasciava il proprio posto per venirsi a complimentare con i protagonisti del felice evento: un ultimo saluto e c’incamminammo verso la scaletta a sinistra, da dove, in basso, scorgevo amici, conoscenti e semplici affezionati che ci accoglievano festosi.
Strette di mano, abbracci e complimenti di rito, ci si accalcava tutt’intorno ed io scrutavo distrattamente dietro le teste di quelli che salutavo.
Ad un tratto li vidi poco distante, appena in disparte che aspettavano che la folla si diradasse per raggiungermi indisturbati; andai loro incontro facendomi largo con cortesia, mi accolsero con un sorriso: - E’ stato un concerto spettacolare- disse l’uomo, Paola mi abbracciò baciandomi sulla guancia; mi scusai, grondavo sudore e la mia camicia azzurra aveva assunto a chiazze una colorazione più scura.
- Con questo caldo è stata dura!- dissi – e ancora non è finita! Ancora dobbiamo mettere tutto a posto, poi andremo a bere qualcosa. Sarete dei nostri, spero-
- Mi spiace, ma è quasi mezzanotte e sembra che io sia l’unico a dovere andare al lavoro domattina - continuò Alberto.
- Ma è ancora presto - piagnucolò Paola - dai, amore, rimaniamo ancora.
- No, sono stanco e vorrei tornare a casa - poi rivolto a me: - se non ti dà disturbo, potresti accompagnarla tu più tardi.
Ormai era una consuetudine: era noto che quel pantofolaio non amava fare le ore piccole; diedi la mia piena disponibilità, ci salutammo e lo guardammo sparire fra la gente che si attardava sulla piazza.
Velocemente conservai cavi, pickup e tutta la minuteria che mi collega all’impianto di amplificazione; rinfoderai il mio strumento e passai ai distinti saluti allontanandomi con la mia amica che mi aveva aspettato pazientemente.
Il portellone posteriore della mia Vanden Plas ingoiò per intero il contrabbasso, feci accomodare Paola e mi lasciai cadere al posto di guida con un sospiro.
Ci dirigemmo verso l’autostrada, in venti minuti saremmo arrivati a casa; lei, avvicinandosi, poggiò il capo sulla mia spalla e prese ad accarezzarmi il petto canticchiando Anthropology: - Sono tutto sudato- le ricordai.
- Che m’importa - rispose - sono così felice di essere qui con te, questa sera: ultimamente mi sei mancato molto.
- Anche a me sei mancata ma i nostri tempi non sempre riescono a coincidere.
Si allungò baciandomi sulla guancia: - hai suonato bene questa sera, meriti un premio -; la sua mano scese fin sopra i miei pantaloni, aprì la lampo e cercò un varco attraverso i boxer alla ricerca del mio principale strumento di diletto che nel frattempo mostrava segni d’impazienza.
- Beh, in verità non sarei…-
- Ssssss…- fece lei estraendo dal cilicio l’ormai turgido frutto della sua esplorazione, lo tenne pochi attimi fra le mani accarezzandolo teneramente con le sue dita sottili, poi, chinando il capo sotto il mio gomito, lo accolse fra le sue labbra prodigandosi in soffici e struggenti coccole.
Le sensazioni provate mi inducevano a piccoli movimenti incontrollati: istintivamente tendevo a sollevare il bacino dal sedile per favorire il ritmo inesorabile della bocca che mi avviluppava e fagocitava fino in fondo per ripercorrermi lusingandomi con effimeri cenni liberatori mentre la lingua, come gli artigli del gatto, riaffermava il dominio sulla preda che, indifesa e supplice, si abbandonava al proprio destino.
Prudentemente ridussi la velocità dell’auto; sottecchi scorgevo la sua nuca sul mio grembo illuminata ad intermittenza dalle luci dell’autostrada, ma non distoglievo lo sguardo dalle strisce bianche sull’asfalto: l’unico faro che potesse ricondurmi in porto sano e salvo.
D’un tratto sollevò il capo, ripose il mio joystick disperato nel suo astuccio e richiuse la lampo appoggiandosi compostamente allo schienale del proprio sedile e buttando indietro i capelli sotto il mio sguardo perplesso e deluso.
- Questo era un anticipo, il resto a casa tua - disse con enfasi la carognetta socchiudendo gli occhi e inarcando le sopracciglia.
Io riavutomi dall’attimo di stupore allungai la mano verso le sue gambe che si schiusero appena permettendomi di perlustrare il proprio interno liscio e morbido e raggiunsi l’apice stropicciandolo e palpeggiandolo; lei sollevò il bacino e tirò su la gonna dicendo: - Aspetta un attimo - si tolse le mutandine e lasciò che approfondissi i miei propedeutici armeggiamenti.
Poco dopo raggiungemmo il garage e, tra un bacio e l’altro, riuscii a varcare la soglia di casa trascinandomi dietro il contrabbasso fuori dall’ascensore con il braccio che alternativamente la mia giovane e appassionata amante mi concedeva di liberare.
Chiusi la porta alle nostre spalle adagiando lo strumento per terra; Paola fece aderire il suo corpo al mio palesandomi tutto il suo desiderio, le nostre bocche, l’una dentro l’altra, non sarebbero potuto essere più unite: la strinsi fino a farle male, poi la girai spingendola appena contro la spalliera della poltrona dietro di lei che, piegandosi al mio desiderio, si appoggiava con le mani ai braccioli sottostanti; le sollevai la gonna fino ai fianchi e, abbassandomi i pantaloni quam sufficit, la penetrai senza ulteriori indugi con l’impeto di chi ha esaurito ogni riserva di tolleranza.
Per un po’ il divano ci accolse abbracciati ed esausti, poi ci togliemmo i vestiti ancora in disordine e appesantiti dal sudore e c’infilammo sotto la doccia rigeneratrice.
L’acqua tiepida sul viso mi rianimava mentre la mia amica, con la mia buffa cuffietta sui capelli, insaponava le mie membra esanimi e svogliate; poi pian piano le mie mani ripresero vita scorrendo, intrise di bagnoschiuma, sulla pelle di Paola e badando a non trascurare alcun centimetro quadrato; sensazioni profumate fra carezze e abbracci sguscianti, arditi equilibri e sapore di schiuma.
Vicendevolmente ci asciugammo a mala pena fra lazzi e frizzi per ritrovarci abbracciati sulle lenzuola bianche e ben stirate; poi, divincolandosi, si tirò su verso il comodino allacciando le caviglie sulle mie spalle, le baciai la pancia e poi più giù assecondando i suoi desideri: la mordicchiavo tutt’intorno al ‘centro dell’universo’ spennellandola con la lingua in cerchi sempre più concentrici fino a culminare nell’apogeo della sua eccitazione.
Paola sussultava e rantolava fievolmente immobilizzata delle mie labbra e percossa dalla lingua che non intendeva concederle alcuna tregua, mentre le mie mani, aggrappate ai suoi seni pieni e sodi, alimentavano il turgore del mio sesso compresso contro il letto in impaziente attesa del suo turno.
Sussultò più forte, urlò un sospiro e si girò pancia in giù tenendo il viso tra le mani; teneramente poggiai due bacetti sulle sue natiche che scosse e tirò su ridendo e provocando la mia immediata reazione.
La presi da quella posizione mentre lei tornava seria allungandosi sotto il mio corpo che con un ritmo lento la colmava di attenzioni e sensazioni; ma ad un tratto allungò un braccio sul comodino, agguantò il cordless e compose un numero di telefono.
- Cosa fai, adesso... chi chiami a quest’ora? Saranno le due o forse oltre -
- Ssss... non ti fermare - fu la risposta; poi, ansimando: - Amore, sono io... si, tra un po’ mi accompagna a casa... certo... a presto, amore.
In auto, tornando a casa, tra lo spossamento di una giornata movimentata e il suo enigmatico epilogo, per il quale non ho creduto opportuno chiedere spiegazioni, sentivo che mi sfuggiva qualcosa; malgrado mi eccitasse maggiormente il sospetto di un’intesa, a me oscura, tra Paola e il suo uomo, mi domandavo quale peso avesse avuto il mio ruolo quella sera e tutte le volte che avevo indossato la veste di affettuoso accompagnatore.
Mi stupivo di non dubitare di quell’amore che, evidentemente, condividevo con Alberto, benché non sapessi in quale percentuale, e, basandomi sulla fondatezza dei miei dubbi, della similitudine di due individui, innamorati della stessa donna, che giungono alla stessa conclusione partendo da angolazioni diametralmente opposte.
Ma a quell’ora non c’era più tempo per cercare risposte, l’antropologia è una materia complessa e impegnativa che richiede un’attenzione che già, qualche ora prima, le avevo consacrato celebrando il genio musicale di Charlie Parker.
- Buonanotte, amici, che il mio contributo sia per voi motivo di forti emozioni e dolci sensazioni: venerdì ci sarà un altro concerto.