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Il piacere del Comando
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Titolo:
Il piacere del Comando |
Autore:
Comando |
Contatto:
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Racconto
n° 1896 |
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Il cellulare vibrò mentre ero piuttosto impegnato, il mio lavoro non mi permetteva molte distrazioni, guardai il numero, Marco, il mio amico Marco: – Dimmi lo apostrofai bruscamente pentendomi un attimo dopo del mio tono, mi rendevo conto di avere il brutto vizio, quando mi interrompevano, di diventare poco diplomatico. - Ciao Bruno, scusa se ti disturbo, ma stavo organizzando una festa tra amici e avrei piacere fossi dei nostri sabato prossimo. Gli risposi che avrei cercato di esserci ma così su due piedi non potevo confermare. -Ti dirò stasera Marco, dammi il tempo di vedere alcune cose, grazie. Per un attimo pensai a lui, a quel suo eterno essere sempre un ragazzo nonostante la sua età, divorziato, continuava ad avere sempre nuove relazioni ed ogni volta giurava che era l’ultima. Sorrisi e mi immersi nel lavoro. Il fine settimana arrivò veloce, quasi mi ero dimenticato di Marco e della sua festa, al punto che solo all’ultimo minuto mi presentai: - Finalmente. Mi apostrofò aprendomi la porta. - Mancavi solo tu disse introducendomi nel vasto salone ove mi accolse il vociare dei soliti amici. Salutai velocemente i presenti soffermandomi ad ascoltare per pochi attimi i discorsi dei vari gruppetti ed il mio sguardo vagò per la stanza cercando di individuare il nuovo “grande amore” del mio amico. Mi incuriosiva vedere chi avesse suscitato il suo interesse questa volta. Presi un bicchiere di sangria dal tavolo del rinfresco e mi girai, poco mancò che lo rovesciassi su una incantevole sconosciuta, piccola, direi minuta, indossava un lungo vestito nero, con profondi spacchi laterali: - Scusi, le dissi guardandola negli occhi che sostennero per un istante il mio sguardo e poi si abbassarono. Vi fu un attimo di silenzio come se dire altro la potesse far scomparire, poi ripresi il senso della realtà e mi presentai: - Anche lei conosce Marco? Nel dirlo mi sentii un po’ stupido, certo che lo conosceva altrimenti come avrebbe potuto essere lì: - No, sono… Esitò un attimo, - l’amica della sua nuova conquista … aggiunse quasi in un soffio. Notai il suo imbarazzo e non so per quale ragione ne provai una sorta di compiacimento, sentivo a pelle un qualcosa in lei che mi attraeva pur senza riuscire a definirla. La serata trascorse piacevolmente, mentre continuammo a chiacchierare, scoprendo interessi comuni eppure era come fossimo impegnati in una sorta di balletto verbale intriso di sensualità. Ogni tanto, buttata lì distrattamente, una frase, camuffata sotto un sottile gioco di parole, di celia, come due giocatori impegnati in una partita in cui, entrambi, cercavano di carpire il segreto delle carte dell’avversario. Mi offrii di accompagnarla a casa visto l’ora tarda ed in auto fummo stranamente silenziosi, di tanto in tanto sbirciavo, senza farmene accorgere, il suo spacco che tendeva ad aprirsi lasciandomi ammirare una splendida gamba quasi fino alla coscia, prontamente ricoperta. Le aprii la portiera e sotto il portone le chiesi se avremo potuto rinnovare e approfondire la nostra conoscenza, vi era come un qualcosa che ci legava ma che ancora sentivo nebulosa. La settimana passò velocemente preso dagli impegni di lavoro sino a giungere al venerdì. Stavo pensando a lei quando il cellulare prese a vibrare:- Pronto?- Domandai con voce distaccata, il numero mi era sconosciuto. – Sono Laura, ti ricordi di me? Ho chiesto il tuo numero a Marco, pensavo se ti andava di rivederci domani, sempre se tu non abbia altri impegni,- aggiunse velocemente. – Certo,- le risposi, -non ci sono problemi-, passerò a prenderti alle 20 in punto, mi raccomando, amo la precisione, dissi sorridendo fra me e me, amavo presentarmi come una persona puntuale. Il ristorante era piuttosto discreto, un piccolo locale in cui aleggiavano luci soffuse che creavano un senso di intimità, non era stata una scelta casuale, quella donna mi incuriosiva e aveva un qualcosa di nascosto che mi solleticava. Indossava una leggera camicetta di seta nera ed una gonna lunga, piuttosto ampia, il tutto nel complesso emanava una sensualità che si poteva respirare tanto era forte. Dopo alcune schermaglie il tono dei nostri discorsi prese una piega confidenziale e l’argomento si spostò lentamente sul sesso, ognuno concordava quanto era mortale per la sessualità il ripetersi di gesti oramai abitudinari: - Mai provato ad aprire qualche porta? Le dissi a voce bassa. - In che senso? Mi domandò. La guardai negli occhi socchiudendoli leggermente come a penetrarla: -Si potrebbe fare un gioco, aggiunsi, - immaginiamo che io abbia il potere di darti degli ordini e tu debba eseguirli, senza discutere, metterti nelle mie mani completamente con assoluta fiducia, lo faresti? Rimase un attimo in silenzio, capivo che analizzava la cosa e dei desideri contrastanti che si agitavano in lei, ne era affascinata seppure ne sentivo il timore poi, ricambiando il mio sguardo, disse: - Va bene, ma sia chiaro che se non mi piacesse ho la facoltà di interromperlo quando voglio. - Bene le risposi: - da questo momento inizia il nostro gioco, ti considererai come una antica schiava ed eseguirai tutto ciò che dico, se lo interromperai non potrai più riprenderlo. Posi un dito sul bordo del bicchiere facendolo vibrare lievemente poi, dopo una pausa, con voce appena udibile, sussurrata ma decisa: - Vai in bagno, levati l’intimo e portamelo. Sgranò gli occhi, fece per replicare ma si rese conto che aveva appena accettato. La vidi scostare la sedia ed allontanarsi con passi leggeri. Ritornò poco dopo, posò la borsetta sulla sedia adiacente senza quasi guardarmi. - L’intimo. dissi. - Come? Replicò. - Ho detto dammi l’intimo, qui, davanti a tutti. Sentivo la sua tensione, un senso di vergogna che la prendeva, la sua mano si posò sulla piccola borsa, la prese, poi la lasciò. - Ho detto, continuai con voce bassa ma decisa, -Dammi l’intimo. Allungò la mano e me la pose velocemente. - Non ci siamo capiti, ripresi - Devi prendere l’intimo e darmelo con le tue mani. Il suo viso non riusciva a celare una certa emozione, l’aprì rapidamente ed estrasse, avendone cura di stringerli bene nel pugno, il piccolo perizoma ed un reggiseno neri. - Apri la mano e porgili altrimenti mi costringerai a farmeli dare tenendoli per la punta delle dita. Intuii, più che vederlo, un certo rossore avvamparle le guance mentre aprì la mano e quei piccoli capi si schiusero come un fiore. Li presi con calma, sentii la sua tensione, il suo desiderare che li mettessi via velocemente, magari facendoli scivolare in una tasca della mia giacca ma li tenni in mano e con lentezza li portai al viso annusandoli. - Ottimo profumo, direi,… esaltante, adorerei essere questo lembo di stoffa. Mi guardò conturbata. - Ora, mia cara, aprirai le cosce sotto al tavolo, molto, molto aperte e continuerai a cenare, tu sai che immagino la tua rosa dischiusa, forse desiderosa, palpitante, completamente esposta alla vista della mia mente, la sentirai intensamente presente, pronta ad offrirsi a me. Lentamente mi sfilai il mocassino senza smettere di fissarla negli occhi, era seduta di fronte, arrivai al suo piede, lo toccai, sussultò. - Continua a mangiare devi imparare a controllarti qualunque cosa accada. Rimasi per un attimo fermo, poi, lento ed inesorabile cominciai a salire, si irrigidì, cercò istintivamente di chiudere le gambe. - Ho detto ferma, non ti ho ordinato di muoverti, aprile.- Le sussurrai proseguendo, giunsi fra le cosce ed infine sentii un qualcosa di estremamente morbido e caldo, cominciai ad andare dolcemente su e giù con fare rotatorio. Leggevo nei sui occhi una muta richiesta di fermarmi, la sentivo fremere mentre il piacere le cominciava a scorrere. Sorridevo guardandola fissa. - Bruno, ti prego, fermati. Era più un rantolo, un gorgoglio quasi indecifrabile che una richiesta. - Continua a far finta di nulla Le ordinai, ed il mio alluce cominciò lentamente a penetrarla. Ebbe un guizzo poi senza più nessun freno si lasciò scivolare in avanti con il bacino, favorendomi, sentivo il suo odore penetrarmi le narici mentre i suoi occhi diventavano vacui nell’onda dell’emozione che la stava per travolgere. Di colpo levai il piede. - No!, Ti prego. No, rimani, prendimi. Lo disse quasi a voce alta senza rendersi conto di dove fosse. La guardai sorridendo, un sorriso appena abbozzato. - Questa e’ la tua prima lezione, godrai solo quando e come lo desidero io. Cameriere, il conto, andiamo via. Il tragitto in auto fu silenzioso mentre la vedevo assorta nei suoi pensieri, sotto casa si girò aspettando un bacio, un tacito assenso a seguirla per proseguire quel gioco interrotto, la guardai. - Ti telefonerò, non cercarmi tu. La lasciai su quel portone senza voltarmi mentre sentivo i suoi occhi seguirmi, completamente presa. Rientrai a casa, ci eravamo lasciati da circa trenta minuti, considerai il tempo relativamente sufficiente, di svestirsi, struccarsi e mettersi a letto, composi il suo numero. Il cellulare squillò, segno che era ancora sveglia, mi aveva detto che lo spegneva prima di addormentarsi. - Bruno… mi rispose prontamente ma meravigliata, la voce leggermente strana. - Cosa stai facendo? Le chiesi con un tono quasi perentorio. -Ero a letto, stavo per addormentarmi. - Solo? Ti stavi solo per addormentare? Credo che tu stia facendo altro, non e’ vero? - Si…-mi disse con tono leggermente tremolante - Ti immagino sai, aggiunsi. - vedo le tue cosce aperte sotto le lenzuola, la tua mano che si accarezza lentamente mentre cerchi di appagarti.. - Si, …ti prego,- disse lei, - guidami tu.- - Avevamo detto qualcosa, mi pare, aggiunsi severamente, -Non avresti dovuto godere che come e quando avrei deciso io, te ne ho dato forse il …permesso? Smetti immediatamente o il nostro gioco finirà qui. Sentii attraverso il telefono la sua esitazione, l’incertezza, poi un lungo sospiro. - Come tu vuoi Bruno. - Ora,- aggiunsi, -dormi, ma da oggi imparerai a portarmi il tuo rispetto, per te sarò il Tuo Signore, e’ bene che ti abitui a chiamarmi così. - Si, Bruno… scusa… Mio Signore. Riattaccai, accesi una sigaretta guardando le volute di fumo salire lente e sensuali verso il soffitto come la danza di una odalisca e mi addormentai. Lasciai trascorrere il tempo, sapevo che era il momento più delicato in cui lei avrebbe deciso se voleva aprire quella porta oppure era stato solo l’attimo di un “incanto”. Ne passarono tre, poi cinque giorni, due settimane, era sera quando le telefonai: - Pronto? mi rispose con voce ansiosa, sembrava quasi fosse stata lì vicino ad aspettare che chiamassi. Ignorai volutamente i convenevoli e iniziai a parlare come se ci fossimo lasciati pochi attimi prima. - Dove sei? - A letto,- rispose. - Non ho capito, rispondi a tono, ti ripeterò la domanda. Dove sei? Comprese, e ripetendo disse: - A letto,- poi esitò prima di aggiungere, -Mio Signore.- - Bene,- le dissi - Ora alzati, vestiti, desidero che indossi una gonna molto corta, ed una camicetta leggermente trasparente, nessun intimo, ti aspetto tra 15 minuti sotto casa, se farai ritardo, andrò via. Arrivò leggermente in anticipo, le si leggeva in viso che aveva corso per la paura di non trovarmi, mi faceva tenerezza con quel suo viso minuto e quegli occhi di cerbiatta, le aprii la portiera senza dirle nulla e ripartii. Sentivo i suoi sguardi su di me, le sue esitazioni nel volermi, ma non osare chiedere la nostra destinazione, fino al momento che parcheggiai l’auto dinanzi ad un cinema. Parve rassicurarsi a quella vista, poi trasalì, era un locale ove proiettavano film porno prevalentemente frequentato da soli uomini. - Ora, entrerai da sola, io sarò poco dietro di te e farai il biglietto come se non ci conoscessimo ma ti osserverò costantemente ed una volta dentro mi siederò vicino a te.- Mi guardò con occhi imploranti, pieni di vergogna, occhi che parlavano, pregavano mentre rimaneva lì, davanti a me con la speranza che fosse solo un modo verbale per metterla alla prova ma di fronte al mio viso capì che doveva obbedire. La vidi avviarsi lentamente al botteghino, occhi bassi e chiedere sottovoce un biglietto, poi entrare. Individuai subito dove fosse appena fui all’interno, si era messa un po’ discosta, indietro, sorrisi pensando a quanto le costasse ma come volesse realmente andare avanti in questo gioco. Al mio sedermi si girò di soprassalto poi la vidi rassicurarsi. Il film iniziò e scene sempre più forti di sesso sfilavano innanzi ai nostri occhi, la studiavo e vedevo che la sua curiosità veniva sostituita man mano da un interesse ben diverso, io sedevo a sinistra, due poltrone più in là, altri uomini. - Ora, le sussurrai all’orecchio soffiandole leggermente il mio fiato caldo sul collo, - ti aprirai di un bottone la camicetta e farai salire la gonna sino all’attaccatura della coscia aprendo accuratamente le gambe. Immagina, questi uomini, vogliosi che ti desiderano, ti osservano e tu sei qui per appagarli mostrando il tuo corpo. Obbedì lentamente sino a che intravidi, nei momenti di luce più intensa dello schermo, il suo fiore aperto. Poggiai la mano sul suo ginocchio e con un dito cominciai a descrivere piccoli ghirigori che si protendevano ed allargavano sempre di più verso l’interno della coscia sino a sfiorare la fonte del suo piacere per poi, prontamente, allontanarmene. Il suo respiro si fece affannoso, mentre si lasciò scivolare sulla poltrona aprendo ulteriormente le gambe e facendo salire la gonna, già corta, completamente in vita. Sentivo il suo desiderio scorrermi sulla mano, il suo profumo raggiungermi le narici, vi immersi le dita e le ritirai pregne di lei. La guardai incrociando il suo sguardo implorante, le portai alle labbra gustando il suo sapore, poi pago, le immersi di nuovo e gliele porsi, le leccò con avidità. Oramai non si rendeva conto di ove fosse, dimentica di tutto immersa nel desiderio, la mia mano scivolò di nuovo e cominciò un leggero movimento rotatorio sul suo clitoride mentre percepivo il suo corpo vibrare. Cominciai a penetrarla, i polpastrelli si facevano strada, tastavano, premevano all’interno esplorandola mentre sentivo le sue contrazioni, l’orgasmo giunse improvviso, violento, mentre le sue mani strinsero i braccioli con forza, il corpo si inarcò e non riuscì a reprimere un gemito. Si accasciò sulla poltrona mentre un profondo senso di vergogna la pervadeva e cercò di ricomporsi, la lasciai fare. - Sei stata brava,- le dissi, -ora per premiarti, usciremo dalla sala prima che si accendano le luci. Mi guardò riconoscente. In auto le spiegai che era stata una prova per insegnarle a vincere ed abbattere le sue prime barriere e che ce ne sarebbero state altre, ogni volta qualcosa in più e che tutto sarebbe stato fatto gradatamente con infinita pazienza da parte mia. Aperta la porta dell’ appartamento Laura si guardò intorno, la sua casa, quel nido in cui rifugiarsi le apparve con occhi nuovi, capiva che non erano le sue cose ad essere diverse, ma era lei che, lentamente, impercettibilmente, stava cambiando. Si spogliò ripetendo gli abitudinari gesti, poi, prima di indossare il suo completo da notte, si pose innanzi lo specchio nuda osservandosi. Quaranta anni, un corpo ancora giovanile, piacente, sinuoso senza un filo di grasso, un seno non troppo grande, anzi piccolo ma grazioso e ben sorretto, i capezzoli minuti. Li sfiorò leggermente stringendoli e li vide inturgidirsi, poi si accarezzò sui fianchi in una sorta di piacere, socchiuse gli occhi rivedendo ciò che aveva appena vissuto e provandone un sottile compiacimento, eccitazione. Sentiva le mani di lui sul corpo mentre ricordava, le desiderava, voleva la sua delicatezza e la sua forza, quelle mani grandi eppure proporzionate che la sapevano prendere e portare verso luoghi e mari sconosciuti, profondità abissali e cieli aperti, quelle mani che sapevano di possesso eppure rispettose, premurose fatte per prendere e donare. Si infilò nel letto continuando a pensare ma il sonno non riusciva a venire, viveva e riviveva quegli istanti, quella eccitazione mai provata, aveva caldo, sfilò il pigiama e decise di dormire nuda, abbracciò il cuscino mentre a pancia sotto il suo sesso sfregava contro il materasso, aveva voglia ma non osava darsi piacere sapeva di dover obbedire. Il cellulare era spento sul suo comodino, lo guardava, e, se lo avesse acceso? Se Lui l’avesse chiamata? Si rimproverò di averlo chiuso senza pensarci, come faceva ogni sera, voleva che chiamasse, voleva sentire la sua voce avvolgerla. Allungò la mano per connetterlo, poi lo ripose di nuovo sul comodino guardandolo…ecco il display si illuminò, la stava telefonando, …no, un sms, forse una chiamata persa, si maledisse per non averlo potuto sentire. Lo prese vedendo che era un suo messaggio, lesse. “Mia cara cagnolina, so che in questo momento non riesci a dormire, che sei in calore e spero, Spero che tu sia stata obbediente a rispettare il Mio Volere, ti concedo di appagarti come una brava cucciola. Dopo averlo fatto mi manderai un sms che leggerò domani al mio risveglio, ti penso sempre. Il Tuo Signore.” Una ondata di felicità la prese, Lui capiva, la pensava, sapeva sempre cosa desiderava, le sue mani si insinuarono fra le cosce, trovandole già umide di umori, si pose supina e cominciò lentamente ad accarezzarsi insinuando le dita lungo la fessura, la destra stringeva i capezzoli, li torturava traendone eccitazione, immaginando fossero le sue dita, la sinistra sempre più frenetica premeva lievemente sul clito, scivolava dentro e ne usciva sino a che sentì il bisogno di spingerle fino in fondo mentre il ventre accompagnava con sussulti le sue ondate di piacere. Godette come mai altre volte aveva fatto in quel suo appagamento solitario, il solo essere cosciente che Lui sapeva, avrebbe saputo, le dette una intensità che non aveva mai provato. Finalmente rilassata, prese il cellulare e prima di addormentarsi iniziò a scrivere felice. “La Tua cagnolina ha goduto Mio Signore, sempre felice di essere Tua”.
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