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Soltanto per amore
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Titolo:
Soltanto per amore |
Autore:
Automedon |
Contatto:
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Racconto
n° 1904 |
Altri
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- E’meglio amare o essere amati?- Vagheggiare sulla risposta a questo annoso interrogativo presuppone l’indulgere in uno stato di elegiaca pigrizia tipica dell’età adolescenziale e del suo camuffare la legittima spensieratezza con pretestuosi obblighi esistenziali. Eppure, benché sopra i quarant’anni potesse apparire patologico, continuavo a domandarmelo ogni qualvolta subivo la conclusione di una storia nella quale avevo strenuamente investito; tutte le volte che, mugolando per casa, ho maledetto il buttarmi a capofitto in eroiche imprese sentimentali mettendo il cuore, senza riserve, nelle mani (spesso irresponsabili) della controparte: tutta colpa del non sapermi accontentare di essere amato o similari senza che la partecipazione attiva dei miei sentimenti non assumesse il ruolo di incontrastata protagonista. Pensavo che il mio amore sarebbe bastato per entrambi fino al meritato riconoscimento, invece lei se n’era andata lasciandomi nel più penoso stato di prostrazione che avessi mai vissuto: ‘morire, dormire, null’altro, e con un sonno dirsi che si pone fine al cordoglio’… e infatti vivevo come un sonnambulo in un torpore vigile per preservare, rifiutando la vita, il mio narcisismo ferito dalle ‘…angosce del perduto amore’. Aspettavo di elaborare il lutto seduto davanti ad una granita di limone su un trespolo della bouvette con l’aria del malato terminale, quando, come di consueto, Lea irruppe dal corridoio, preceduta dalla sua risata argentina e seguita dal solito stuolo di cicisbei sbavanti che gareggiavano in facezie per aggiudicarsi il plauso della collega più sexy dell’ufficio. Lanciò nella mia direzione un sorriso-saluto e si precipitò sul vassoio dei cornetti, risposi con un cenno del capo estraendo il cucchiaino vuoto dalla bocca e rimasi a contemplare svogliatamente quegli eleganti cretini che le svolazzavano intorno accalcandosi presso il bancone. Qualcuno ordinò al barman un cappuccino per la signora e altri le porgevano un tovagliolino, Lea sorrideva compiaciuta e conscia del potere che esercitavano i suoi feromoni nei confronti di quel ridicolo drappello al quale non mi sarei unito neppure nelle migliori condizioni di spirito; lei era bella, altroché se lo era! Ero depresso ma le mie capacità di giudizio non erano inibite: non ero nelle condizioni che mi permettessero di desiderarla, ma l’ammirazione per una donna attraente si materializzava per istinto naturale nella mia mente opacizzata da incerte elucubrazioni sul modello di vita cenobitica da assumere nel mio grigio futuro. D’un tratto si staccò dal gruppo chiassoso e, terminando di masticare, mi domandò, con inusitata giovialità, un passaggio per tornare a casa. La confidenzialità della richiesta mi aveva stupito poiché i nostri rapporti formali non si erano mai evoluti in un affiatamento che escludesse il conto economico dell’azienda, peraltro, il timore che il fraintendimento delle mie intenzioni potesse accostarmi all’etica dei suoi corteggiatori frustrava ogni mia spontanea cordialità a beneficio del rispetto per la sua felice condizione di sposa e di madre. - Oggi sono venuto in moto- la informai. - Lo so, t’ho visto arrivare; con te arrivo prima, se non hai altri percorsi da fare-. Sapevo che il mio tragitto non avrebbe subito variazioni e, comunque, per cortesia, l’avrei accompagnata egualmente: promisi il passaggio, lei tornò dai colleghi ed io alla granita. Poche battute di rito e due passi per raggiungere la moto, quindi il districarsi nel traffico cittadino esacerbato dall’ora del rientro; la mia deliziosa passeggera mi cinse il torace con le braccia incollando il suo corpo alla mia schiena, gesto che stimai coscienzioso e prudente malgrado affettassi una guida ordinatamente pacata. Un semaforo, un pedone… ad ogni frenata o sussulto provavo la piacevole percezione di due morbide bocce che si strofinavano sulle mie spalle, variando di continuo la pressione contro di esse: tale era la sensazione tattile che, considerata la natura mutante del genere umano, nel corso di un’era geologica, mi sarebbero potute spuntare le mani al posto delle scapole. Uscimmo dal traffico più fitto del centro città; Lea prese a muovere le dita sul mio corpo incredulo accarezzandolo soavemente, ora infilandole dentro la camicia tra un bottone e l’altro per toccare la pelle fresca del vento primaverile, ora comprimendole contro i pettorali e i muscoli del costato. Se da un lato la mia buona fede mi suggeriva di non credere all’intenzionalità di quei gesti, dall’altro la lucida razionalità non poteva negare l’evidenza di quanto avveniva. Per escludere la legittima suspicione, levai la sinistra dal manubrio e le presi la mano accarezzandola e stropicciandola ricambiato: la portai alla labbra e la baciai, poi la riposi sul mio petto e ripresi la manopola. - Quando pensi che noi ci si possa incontrare?- domandai prima che scendesse dalla moto. - Te lo farò sapere appena possibile-. Malgrado l’insperata gratificazione che il mio ego avrebbe potuto vantare, lo stato d’animo, fiaccato dalle recenti disavventure sentimentali, non mi concedeva la ragionevole euforia che la consapevolezza dell’interesse suscitato in una donna tanto ammirata potesse stimolarmi; decisi, comunque, di accogliere come un segno positivo ciò che il fato mi ammanniva, forse per liberarmi dall’oppressione dell’angoscia con la tecnica del ‘chiodo schiaccia chiodo’. Nei giorni seguenti ci contattammo telefonicamente, rinnovandoci le promesse fatte e, naturalmente, mantenendo in pubblico i consueti rapporti formali; poi, riuscendo a sganciarsi dagli impegni familiari, mi diede un appuntamento. Si presentò sull’uscio di casa con i capelli fasciati da un foulard ripiegato e occhialoni scuri, come uscita da un film di Hitchcock, la feci accomodare e rimanemmo a guardarci in piedi prima di stringerci in un appassionato abbraccio: Gong! L’incontro aveva inizio. I suoi baci sapevano di buono con un intrigante retrogusto di muratti’s, la pelle morbida e profumata di albicocca; freneticamente ci adoperavamo per sgusciarci dei vestiti: la mia destra finiva di sbottonare la camicetta, la sinistra frugava dentro il reggiseno; lei mi abbassava la camicia oltre le spalle baciandomi il collo e il viso. Nuda era più bella che vestita ma, mentre mi sfilava i pantaloni, sentivo in me come una nuova inquietudine; proseguii sciorinando meccanicamente l’abituale repertorio, ma in totale assenza di spinta emotiva, né quelle meravigliose fattezze così spontaneamente offertemi, e che razionalmente apprezzavo, riuscivano a suscitarla. Mi sentivo pervaso da un senso d’ineguatezza che, non appena libero dai boxer, si trasformò nel più consono termine di ‘impotenza’. Entrambi stupiti dalla mia condizione di estrema rilassatezza, provammo a sollecitare con idonei artifizi la mia indolente libido; la potenziale amante si impegnava in numeri eroticamente acrobatici, esibendo un temperamento insospettabile; io, dal canto mio, partecipavo con abnegazione nella vana attesa di un guizzo di vivacità. Ero affranto e mortificato: il migliore amico dell’uomo mi aveva tradito e in uno dei momenti più dolorosi della nostra vita. Mi prodigavo in scuse interminabili e, giurando, senza tema di scomuniche, che quella defaillance costituiva per me una novità assoluta, appesantivo l’atmosfera creatasi, mio malgrado, instillando infondati sensi di colpa nello spirito ormai vacillante della mia amica. Ci ricomponemmo e, davanti ad un buon thè, Lea cercò di consolarmi indicando lo stress come causa determinante della mia occasionale carenza di virilità, mi rassicurò sul suo interesse per la mia persona e mi concesse una prova d’appello in data da destinarsi. La stessa sera andai a raccontare l’accaduto al mio vecchio e buon amico Daniele, da tempo il mio medico, il quale, invece di condolersi, man mano che procedevo nel rapporto, si scompisciava dalle risa, incurante del mio accorato appello. - Non ci trovo niente da ridere- dissi al mio insensibile interlocutore – evidentemente non ti rendi conto di cosa ho provato in quei momenti e quali ansie mi dà il perdurare di questo impasse-. -Rido proprio perché esaminando la tua esperienza dal di fuori riesco a coglierne l’aspetto umoristico; se mi trovassi al tuo posto, probabilmente, sarei incazzato ma non angosciato, poiché so che questi disturbi, che possono essere determinati da tanti fattori, per lo più emotivi, si manifestano sporadicamente nella vita di un individuo sano, gli fanno fare quella brutta figura, e poi tutto torna come prima-. - A te è mai successo?- - Non ancora ma non mi stupirei se la tua storia non finisse per condizionare anche me- rise. - Avrò un altro convegno con quella donna, credi che…- - Secondo me, questo è stato un episodio isolato ma poi… chi può sapere: tu non pensarci, se ti ci fissi è peggio-. Inutile dire che invece il pensiero di quanto era, o meglio non era, avvenuto diventava sempre più ricorrente soprattutto quando, in ufficio, incrociavo i furtivi sguardi complici della mia collega; se prima di questa ‘disavventura’ non godevo della piena serenità d’animo, adesso ero davvero agitato: vivevo freneticamente ogni cosa, cercavo facili gratificazioni acquistando tutto il ciarpame che mi trovavo a portata di mano, litigavo per niente con chiunque e assumevo vitamine per tutte le lettere dell’alfabeto in attesa dell’incontro con Lea che non tardò ad arrivare. Nell’irrequieta attesa pomeridiana perfezionai l’ordine della mia mansarda spostando qua e là oggetti e sedie, scelsi la musica più idonea e traguardando i quadri da raddrizzare…: il citofono, rien ne va plus. - Pronto… sali-. Mi guardai allo specchio e spostai ancora una volta il cuscino verde dalla poltrona al divano, pigiai un tasto e il piano di Gil Evans si diffuse discretamente nell’ambiente con un’aggraziata ‘Remember’; l’ascensore era arrivato al piano, aprii la porta. Lea incedeva lentamente verso l’uscio, equipaggiata con un sorriso ammaliante e una mise da copertina, si tolse gli occhiali scuri e spinse da parte una ciocca di capelli che le aveva disobbedito; le porsi una mano che strinse fervidamente e la baciai con passione. Mi complimentai per il suo aspetto seducente, ma le parole non servivano, era conscia di essere irresistibile; lasciò la borsetta sul tavolo e occupò la poltrona ostentando una posa da pin-up, lo spacco della sua gonna esasperava la lunghezza delle sue gambe esposte deliberatamente per evidenti scopi propagandistici. Brava Lea, l’immagine che sapientemente offriva sollecitava il mio interesse suscitandomi la voglia di scandagliarla a fondo coprendola di baci; per un attimo dimenticai le mie angosce e m’inginocchiai davanti quella personificazione del peccato addentandole teneramente un ginocchio per risalire con le labbra schiuse lungo la coscia scoperta ed invitante. Le cinsi la vita premendo il viso contro il suo sterno e deponendo baci ovunque: il costato, il seno, collo, seta, pelle…l e labbra… dove indugiai a lungo; senza intervenire lasciava che io soddisfacessi il desiderio di prendere a piacimento ciò che mi aveva portato ed io lo facevo confusamente come un bambino che davanti ai regali di Natale non sa quale spacchettare prima. - Piano, mi gualcisci tutta la camicetta…- lamentò, sorridendo mentre le sprimacciavo le tettone morbide e invitanti. – Non vorrai farmi tornare a casa tutta in disordine-. Cominciò a sganciare il primo bottone, io feci il resto dolcemente e continuando a baciarla mentre lei, come poteva, provvedeva a svestire me; scivolò lungo le braccia le spalline del reggiseno che io sganciai prontamente: il seno lo travolse minaccioso ed io mi adagiai indietro sul tappeto attirando sul mio corpo quell’oggetto del desiderio come metafora della mia resa incondizionata. Le nostre lingue si accarezzavano appassionate mentre ci liberavamo degli ultimi indumenti arrampicandoci sul più comodo divano; le mie mani inventariavano ogni angolo della sua intimità, le sue… cosa facevano le sue? Lea si staccò da me guardandomi costernata, fra le dita reggeva pietosamente l’unico elemento del mio corpo che non partecipava alla festa; esanime con il capo reclinato sul dorso di quella mano compassionevole poneva fine al nostro entusiasmo e l’espressione mesta della dolce amica mi richiamò alla mente Catullo e l’immagine di Lesbia al cospetto del suo passero morto. Il mio medico questa volta non rise, provò a congetturare le probabili cause del disagio, attribuendole ad una sorta di ipocondria morale che censurava il mio comportamento sessuale condizionando la libido e, per compiere un’indagine che non tralasciasse alcun fattore, mi prescrisse una serie di analisi atte ad escludere eventuali patologie che avessero compromesso il mio stato di salute fisica. Per la strada, rimuginando con sconsolata ironia quel trito teorema amoroso, aggiunsi una postilla che prevedeva la condizione nella quale mi ero trovato: -Se non ti funziona è preferibile non amare e non essere amato-. Camminavo rasente al muro, scuotendo il capo incassato nelle spalle incurvate; allorché scorsi, in un edificio a me familiare, le finestre accese dello studio di Letizia: una donna con la quale avevo diviso discontinuamente parte della mia vita; benché ogni qualvolta decidessimo di mantenere saldo il nostro rapporto intervenissero fattori che contribuivano ad allontanarci, restavamo legati da sentimenti che si estendevano dall’amicizia ad un amore mai manifestato ufficialmente, per timore che potesse soffocare la nostra indipendenza. Istintivamente salii le scale forse per cercare conforto in un rifugio sicuro, bussai e mi feci annunciare. Chiusi la porta alle mie spalle e mi avvicinai al suo tavolo, dov’era dispiegato un progetto al quale era intenta a lavorare. In silenzio occupai lo sgabello alla sua sinistra: - Perché quella faccia?- chiese, continuando la sua opera. Non mi feci pregare: in un libero sfogo le raccontai le mie angosciose vicissitudini. Mi ascoltò pazientemente senza distogliere lo sguardo dal tavolo da disegno, se non per appuntire la mina della matita; aspettò che terminassi di parlare e, coprendo di grafite dei piccoli rettangoli all’interno del disegno, sollevò la mano sinistra dalla piccola squadretta che faceva scorrere sul foglio di carta per posarla delicatamente sulla mia coscia. Avvertii quel contatto rassicurante quale espressione di solidarietà e partecipazione al mio giustificato scoramento: non avrei mai dubitato della sensibilità di Letizia e della sua comprensione che mi era di grande conforto; percepivo in quel gesto la promessa di un sostegno incondizionato che non mi sarebbe mancato nella dura battaglia alla quale probabilmente avrei dovuto fare fronte, un incentivo a non abbattersi e ad affrontare con fermezza ‘gli strali dell’iniqua fortuna’. Ma la mano, a dispetto delle mie inesatte supposizioni sugli elevati propositi della mia amica, prese a risalire il pendio arrampicandosi lateralmente con le dita mobili come le zampe di un granchio che emerge dalla vegetazione sommersa per guadagnare la sommità asciutta dello scoglio. Ebbi il tempo di accorgermi che quell’inatteso movimento provocava intorno alla mia zona pubica un formicolio da sensazioni già note, seppure ancora sorprendenti, che l’impertinente crostaceo aveva raggiunto il suo obiettivo determinando un’insperata erezione nella quale stentavo a riconoscermi. - Hai visto che ho aggiustato il tuo giocattolo?- esclamò con soddisfazione. Guardavo stupefatto ora la mano, ora il sorriso trionfante di Letizia, senza comprendere perché fossi così facilmente preda di umori e inquietudini incontrollabili, poi la luce: avevo capito. Un sorriso indeformabile mi si stampò sul viso e mi sentii pervaso da un’euforia incontenibile, mi alzai in piedi e baciai Letizia salutandola. - Come, te ne vai così?- - Ti telefono più tardi- riuscii a dire con la voce strozzata. In quel momento la mia gioia era troppo grande perché potesse rimanere circoscritta entro quattro mura, sia pure amiche; portai un strada la mia espressione beata e camminai a lungo prima di rincasare, quanto era successo meritava qualche doverosa riflessione. Alla gente che incrociandomi dedicava un fugace sguardo al mio ghigno ebetoide avrei voluto svelare la soluzione del quesito, avrei voluto gridare: - Adesso ho la risposta! E ce n’è una per ciascuno di voi! - Ma quanti mi avrebbero prestato attenzione, quanti mi avrebbero creduto? Ed io sarei stato capace di convincere qualcuno, se mai gli fosse interessato, che non si deve prestare fede all’idea di una verità assoluta? L’amore non è un concetto universale, ancor meno il sesso o l’erotismo, per eccellenza predicato di individualità. Evidentemente la mia essenza non può prescindere dal coinvolgimento sentimentale, Letizia me lo aveva confermato: non avevo avuto il tempo, e neppure la voglia, d’innamorarmi di Lea e ne ho pagato le conseguenze. Le nostre imprese rimangono relegate nel labile ambito delle intenzioni se non supportate da un’adeguata passione, l’indifferenza le distoglie da ciò che con leggerezza supponiamo debba svolgersi naturalmente e ‘dell’azione perdono anche il nome’.
A Letizia che, probabilmente, non leggerà mai queste righe.
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