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Marcella
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Titolo:
Marcella |
Autore:
Fulgenzio |
Contatto:
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Racconto
n° 1907 |
Altri
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Se vado indietro coi ricordi, alla ricerca di persone che, in qualche modo hanno influenzato la mia educazione sentimentale, non posso far a meno di parlare di lei, compagna di scuola e di giochi in una piccola comunità alle porte di R…. . Marcella era la ragazza più curata della classe. Sua madre, rimasta presto sola , dopo averla messa al mondo, aveva riversato su di lei ogni interesse, ogni aspirazione, quasi che quella figlia fosse una promanazione di se, una continuità di sangue e di carne, senza vincoli spazio-temporali. La circondava d’affetto e di premure, dovendo farlo anche per il padre sconosciuto. Tutti i proventi del suo lavoro erano destinati alla felicità di Marcella ed ella veniva su con la convinzione che tutto le fosse dovuto, anche quelle cose di cui non sta bene parlare. Aveva uno sguardo coinvolgente, torbido, a volte, malizioso ed ingenuo, privo di qualsiasi senso del proibito. Un nasino all’insù, sopracciglia sottili e ben disegnate, occhi castani, grandi ed oblunghi, due labbra carnose su una chiostra di denti regolari e bianchi; l’incarnato ovale del volto color miele, incorniciato da una capigliatura biondo-mediterranea tirata a “coda di cavallo”, davano a chi la guardava l’impressione di donna-bambina, sprizzante seduzione da tutti i pori. Ed io pure l’osservavo, perso dietro quella figuretta svelta, acerba, dai contorni ancora non definiti ma già morbidi, soprattutto nella rotondità dei fianchi e nel leggero rigonfio dei seni. Le gambe, poi, erano uno spettacolo. Lunghe, nervose, così ben disegnate d’appartenere ad una adolescente più grandicella. Ella lo sapeva e, sovente, le accavallava, tirando su la gonna, proprio come fanno le grandi! I miei primi turbamenti sono legati alla visione di quelle gambe ed alla emozione d’avere, un giorno, intravisto nei suoi movimenti ancora scomposti e fanciulleschi, il bianco delle mutandine. Ma Marcella poco si curava dei compagni di classe, anche se tutti c’illudevamo d’essere oggetto delle sue attenzioni; ella guardava di sottecchi il secchione della III B , Tommaso S….., quello della media del nove. Accidenti a lui! Nemmeno s’accorgeva di quanto l’ammirasse; preso com’era dal narcisismo infantile del più bravo della classe. Una sera, però, fortuna volle, che i due ebbero modo d’incontrarsi, anzi di scontrarsi. Ma andiamo con ordine. Il paese di cui si parla, aldilà del nome altisonante, ospita non più di duemila anime ed io, per un circostanza fortuita, ne facevo parte, sia pure momentaneamente. Pochi i divertimenti, legati perlopiù alle piccole combriccole che abitualmente frequentavano la piazzetta antistante la cattedrale, con il porticato ed i giardinetti delimitati da siepi di mortella. Si bighellonava su e giù , ci si raccontava qualche episodio, frutto d’invenzione ,circa improbabili conquiste vacanziere o si andava in bicicletta fino alle mura. Durante una di quelle sere, insieme con Tommaso c’eravamo spinti fin verso il convento delle monache, quand’ecco sbucare dalla via che mena alla Scuola militare, tre delle nostre compagne. Vederle e decidere di acchiapparle fu tutt’uno! “ Prendiamole!!” esclamò Gigi, provocando al tempo stesso la fuga di Paola e di Giulia. Marcella, interdetta sul momento, decise di fuggire in direzione opposta, inseguita da Tommaso, mentre io e Gigi rincorrevamo le altre. Mal ce ne incolse: le due s’infilarono spedite nell’entrata posteriore della sagrestia, lasciandoci con un palmo di naso; altra sorte toccò al secchione il quale s’inoltrò nel buio dello scosceso viale dei cipressi. Fatti pochi metri, per poco non investì Marcella che l’attendeva al riparo del cono d’ombra. “Ciao, gli disse, seguimi e non voltarti !” Egli obbedì con la sua strana aria svagata ed ella lo attrasse al riparo d’una pianta secolare. Poi, presolo per mano gli si avvicinò sussurrandogli, “ se mi prometti che non mi fai male te la faccio toccare.”. Nel frattempo , con mossa inattesa, aveva ghermito la patta dei pantaloni di Tommaso, sbottonato ed estratto il pene che, al contatto delle sue dita s’era rizzato. Allora Marcella decise di carezzarlo per un po’, sperando che il partner le rendesse il servigio. Ma dopo aver constatato ch’egli s’era come bloccato, sotto l’azione sussultoria della sua mano sulla verga, lo lasciò per un attimo, tirando su la veste ed abbassandosi le mutandine. Restò così alla vista di Tommaso che, finalmente, s’avvicinò a lambire la leggera peluria del pube con la destra, aprendo delicatamente la fessura per una carezza tra le grandi labbra. Quindi, facendosi ancora più vicino introdusse il pene tra le cosce di Marcella che, prontamente si chiusero per catturare il fallo. “Non farmi male, fai piano, … struscialo dentro …. così… ah che bello! Ancora…. ancora. Fermo che fai ! No, dentro no, sono vergine. Aspetta, lascia fare a me, mettilo nel solco… così! Dai, muoviti! … che mi fai fare… dai, oh… è troppo bello… così… così…. più svelto… dai… ah… ah… godo!, godo!!!.” Così dicendo , arrovesciò la testa aggrappandosi a Tommaso il quale, raggiunto l’acme del piacere, versava i suoi effluvi tra le cosce di Marcella. Dopo,mentre il ragazzo tentava di ricomporsi, ella disse “non ancora, aspetta te lo rimetto in sesto , dopo me lo sbatti in culo!” Egli rimase interdetto, mai immaginando una simile libertà di linguaggio. Evidentemente, dovevano essere vere le voci che volevano Marcella s’accompagnasse , spesso, a Danilo , un ragazzo di diciannove anni, di Roma, che, con la sorella Luisa e i genitori, veniva a villeggiare in paese. La ragazza, nel frattempo, s’era calata ed aveva preso in bocca il nerbo , succhiandolo e fellandolo, fino a ottenere il turgore iniziale. Poi,continuando a masturbarlo, si appiccicò alle labbra di Tommaso, cacciandogli la lingua in bocca. Il ragazzo , rimaneva sospeso sull’onda di piacere che le mani di Marcella sapevano donargli e, timidamente le toccava il seno , giocando con i capezzoli appuntiti ed irti sotto la camicetta. Repentinamente , ella si voltò sussurrando” mettilo dentro, piano, piano, non farmi male, ti prego, dai….spingi!” e , rinculando con precauzione, favorì la sodomizzazione, fermandosi per gustare il fallo tutto dentro lo sfintere.Quando il bruciore iniziale si fu sopito , rivolta a Tommaso ingiunse “scopami, scopami, vai…. più forte… spingi… di più… di più… ,ti piace incularmi?… Ah che bello… dai aprimi tutta… di più….spaccami… così…. più forte… più forte… ah… ah… vengo… vengo!!!!” Quindi si accasciò sul muretto di confine, ansimando ed emettendo i rantoli della femmina vinta. Egli la liberò del fallo e la ricevette, ancora in preda al godimento contro il suo petto, accarezzandole la testa.
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