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La punizione
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Titolo: La punizione
Autore: Velvet
Contatto:
Racconto n° 1912
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Mi ricordo bene il 1977. Mi ricordo a Milano i cortei e i posti di blocco: era l’anno del sequestro di Aldo Moro e dell’Autonomia Operaia. Mi ricordo le lunghe assemblee al liceo. Le mattine che bigiavamo si andava al Parco Sempione a fumare o al Bar Magenta. Avevo 18 anni e frequentavo la quinta. Ero una brunetta timida, vestita come si usava allora, un po’ da femminista, con i jeans a zampa, i maglioni larghi e gli zoccoli. Ascoltavo Battisti e sognavo l’amore, rivoluzionario e di sinistra, ma pur sempre l’amore.
Ma del ’77 ricordo soprattutto una cosa, un’esperienza che non ho mai raccontato a nessuno fin ora. Un’esperienza che solo a ripensarci mi fa battere il cuore all’impazzata, mi riempie di vergogna ma anche di desiderio, perfino ora che sono passati più di 25 anni e sono una donna sposata e felice, con una figlia grande. Quell’esperienza mi ha segnato in qualche posto dentro, molto nascosto e molto profondo. La chiamerò, per capirci, semplicemente la punizione.
Come dicevo ero timida, molto timida, e pur essendo abbastanza carina non avevo ragazzi. A quei tempi si cercava di mostrarsi disinibiti e aperti, soprattutto le ragazze dovevano essere sessualmente molto intraprendenti e libere, ma io non lo ero per niente, se solo un ragazzo carino mi rivolgeva la parola, arrossivo come un peperone e mi impapinavo.
Avevo avuto solo un’esperienza, in estate in Sicilia, dove ero con i miei, con un ragazzo tedesco, molto dolce e un po’ timido anche lui. Avevamo fatto anche l’amore, in maniera molto casta e delicata. Fin ad allora non conoscevo il significato della parola orgasmo, anche le poche volte che avevo provato a masturbarmi, mi ero annoiata e distratta dopo pochi secondi.
A farmi battere il cuore c’era un mio compagno, di nome Manuel del quale ero stracotta. Solo vedendolo da lontano mi sentivo svenire. Era moro con i capelli lunghi e l’aria sicura di sé, durante le assemblee prendeva sempre la parola e tutte le nostre compagne pendevano dalle sue labbra. Credo che non sapesse neanche che io fossi nella sua stessa classe. Sognavo storie d’amore senza fine nei quali io e lui eravamo i protagonisti travolti dalla passione. Lui era il mio moderno principe azzurro.
Alessandra, al contrario, era il perfetto stereotipo del modello libertino e spregiudicato di cui accennavo prima. Aveva un anno meno di me e abitava nel mio stesso condominio. Frequentando lo stesso liceo, spesso facevamo la strada insieme, arrivando ben presto ad un buon grado di confidenza. Alessandra era una bella ragazzona alta e bionda, figlia unica di una famiglia benestante. Robusta ma non grassa, anzi piuttosto formosa, aveva due belle tette sode e un sedere invidiabile. Il suo atteggiamento dissoluto unito alla sua avvenenza ne facevano una tipa molto corteggiata e ricercata dai ragazzi della scuola. Mi raccontava senza alcun pudore, anzi con un sorriso sornione sulle labbra, le sue imprese amorose. Di come, ad esempio, intrecciasse relazioni parallele con due o tre ragazzi alla volta, oppure in che modo avesse fatto venire con la bocca il tale o di quante volte l’avesse fatto col tal’altro, e ancora di come si masturbasse, di quante volte riuscisse a godere o le sue esperienze in materia di sesso anale. Queste sue confidenze intime mi sconvolgevano, ammutolivo e arrossivo mentre ascoltavo le sue parole, ma questo a lei non sembrava disturbare, anzi!. Anch’io a mia volta, avrei voluto poter raccontare delle avventure, qualcosa di piccante ma purtroppo non avevo niente di tutto ciò nella mia vita piatta…
I fine settimana i genitori di Alessandra lo passavano quasi sempre o in montagna a Ponte di Legno o a Sestri al mare, a dipendenza della stagione. La figlia, che ormai non li seguiva più, coglieva l’occasione della casa libera per organizzare feste e festini con i vari compagni e amici. Io, pur abitando tre piani sotto di lei, non ero mai stata invitata. Mia madre, mi riportava quotidianamente i pettegolezzi della portinaia e delle vicine – dicono che quella lì è una poco seria, invita su un’amica e 5 o 6 maschi e si chiudono dentro, tirano giù tutte le tapparelle, ma cosa fanno? E i genitori non ci sono mai? Sarà anche drogata quella.
Un venerdì sera in inverno, mentre stavo rientrando verso le 7, vidi di sfuggita Alessandra in compagnia di altre persone, in portineria mentre aspettavano l’ascensore. Un brivido mi attraversò la schiena: quel tipo di spalle con la coda era Manuel, QUEL Manuel! Alessandra mi salutò e tutti si girarono a guardarmi, compreso lui. Le guance mi presero fuoco e mi sentii sprofondare. Salii per le scale col cuore in gola e andai subito in camera mia. A cena non riuscii a ingoiare neanche un boccone. Il cuore mi batteva all’impazzata nel petto. Con una scusa uscii, dicendo a mia madre che sarei andata dalla mia amica Silvia, un’altra inquilina del condominio. Mi ero già cambiata ed indossavo una tuta da ginnastica per stare in casa e le pantofole. Salii piano le scale dei tre piani che mi separavano dall’appartamento di Alessandra con le pulsazioni a mille nelle tempie. Il pianerottolo buio e ovattato mi accolse. Appoggiai l’orecchio alla porta e aguzzai l’udito per sentire cosa accadesse dentro. Un lieve odore di spinello veniva da sotto la porta, accompagnato da rumori attutiti di musica e di risate. Mi abbassai per sbirciare dal buco della serratura, le chiavi negli anni ’70 erano piuttosto grosse e dunque le aperture consentivano ancora di vedere dentro. L’appartamento era abbastanza illuminato e si riusciva a vedere un pezzo di salotto, la zona del divano. Sopra di esso si vedevano delle gambe nude attorcigliate insieme. Erano gambe di una ragazza e di un maschio: stavano scopando! Un’onda calda mi attraversò tutta e mi fece bagnare tra le gambe. Mi sentivo confusa e disorientata. Mi inginocchiai davanti alla porta per essere più comoda. Deglutendo piano feci scivolare una mano dentro l’elastico della tuta e sotto gli slip, fino alla sorgente di quell’umidità. Ero fradicia: iniziai ad accarezzarmi con una foga che non avevo mai provato prima. Afflussi improvvisi di piacere mi travolgevano nel silenzio di quel pianerottolo. Il solo respirare mi sembrava causare un fragore. I genitori di Alessandra avevano preso tutto il piano, dunque la porta che si trovava alle mie spalle non era l’appartamento dei vicini ma la seconda entrata del suo. I minuti trascorsero interminabili, l'idea che da quanto fossi inzuppata avrei bagnato anche la tuta fece capolino, come una blanda preoccupazione, ma l'eccitazione mi faceva sorvolare questi dettagli. Quella situazione pazzesca, La mia amica e il ragazzo che amavo che stavano scopando a pochi metri, mi turbava di gelosia e mi infiammava di libidine.
Un rumore, conosciuto e inaspettato scoppiò dietro le mie spalle, la chiave che gira: qualcuno stava aprendo l'altra porta, dovevo alzarmi, scappare!
Ma tu che cazzo ci fai qui?- La luce mi accecò come un animale selvatico sul ciglio della strada quando i fari di un'auto lo colpiscono. Mi alzai di scatto, due ragazzi della compagnia mi stavano osservando, le gambe cominciarono a tremare. -Allora, ti abbiamo chiesto che cazzo facevi qui al buio?- Ripeté la domanda l'altro. Morta, volevo essere morta in quel momento. - Un sorriso si aprì sui volti dei due, io non riuscii a dire niente, come ipnotizzata. -Vieni dentro, io lo so chi sei, sei una compagna di Manuel nella C.- Afferrata per un braccio mi tirarono dentro. Io inebetita li guardavo balbettando.
-Ale, vieni a vedere cosa abbiamo trovato!- No Dio ti prego nooo. Alessandra, con addosso solo un asciugamano, arrivò nel corridoio seguita da Manuel. -Questa qui era sul pianerottolo al buio a spiarci. Stavamo scendendo in macchina e l'abbiamo beccata stà stronza.- Alessandra mi guardò, i suoi occhi mi bruciavano addosso. Lo sguardo scese fino al mio bacino, anch'io abbassai gli occhi: tra le mie gambe si apriva una chiazza scura di bagnato. Prese le mie mani e se le portò al naso. Un sorriso malizioso la illuminò mentre si rivolgeva ai ragazzi. -Stà sgualdrina si stava masturbando là fuori.- Volevo urlare che non era vero, volevo trovare una delle mille scuse possibili, ma non riuscivo neanche a parlare. -Volevi godere anche tu vero? Però non sei capace di trovarti da sola un uomo che ti scopi e ti piace spiare quello delle altre, stronza. Adesso ti facciamo godere noi, non ti preoccupare, non te ne andrai con la voglia. Portatela di là.- Come un automa senza volontà mi lasciai condurre nella stanza dei suoi. Rapidamente mi spogliarono e mi costrinsero a mettermi al quattro zampe sul lettone, completamente nuda. Alessandra si posizionò in piedi con il bacino davanti alla mia faccia e lasciò cadere l'asciugamano. -Adesso leccami, e fammi venire visto che mi hai interrotto sul più bello - Dietro di me sul letto si posizionò Manuel, mentre ai lati di Alessandra, in piedi si stavano spogliando gli altri due. La ragazza mi afferrò la testa da dietro la nuca e se la portò decisa verso il pube. Affondai nel suo pelo e come ipnotizzata eseguii l'ordine che mi aveva impartito, cominciai a leccarla con ardore. Sentii qualcosa frugare le mie parti intime oscenamente offerte dalla posizione in cui mi trovavo: si trattava delle dita di Manuel che mi allargavano - è già pronta per essere scopata!- Esclamò alle mie spalle e mi penetrò senza altri preamboli. Quel grosso pene mi aprì il ventre in due e un lampo di piacere attraversò il mio cervello come una scossa elettrica. Manuel iniziò a fottermi come un pazzo mentre io leccavo, come un'invasata, il sesso di Alessandra che urlava di libidine. Ai lati gli altri due, uno a destra uno a sinistra della ragazza, avevano i membri duri come pezzi di legno. Alessandra mi agguantò la testa e mi spinse verso quello di destra, che presi in bocca e succhiai a fondo, fino a sentirlo in gola, poi fu il turno dell'altro poi ancora della fica. La mia bocca correva da un sesso all'altro, mentre Manuel dietro mi chiavava e con un dito si faceva largo nel buchetto libero, in un vortice di sensualità che mi faceva impazzire. Il tempo si dilatò e ormai io ero solo bocca, vulva e ano, il resto non esisteva, solo il godimento era reale così come il sapore e l'odore di quei cazzi e della fica della mia amica. La prima venuta mi travolse ed io urlai di gioia, le contrazioni della vagina mi fecero sussultare tutta, subito dopo sentii Manuel uscire e riversarmi il suo sperma caldo sulla schiena. A turno vennero gli altri tre sulla mia faccia, dentro la mia bocca e io godetti di nuovo, senza neanche toccarmi. Sfinita e zuppa del loro liquidi e del loro piacere mi lasciai andare sul letto, ma dentro di me c'era altra voglia, altro desiderio. -Non è ancora finita cara, questo ero un regalo, ora arriva la punizione per essere stata curiosa.- Sussurrò Alessandra col viso stravolto ed una strana luce negli occhi. -Portatela in bagno ragazzi.- Mi sistemarono sdraiata nella vasca vuota. Alessandra salì in piedi con le gambe divaricate con i piedi appoggiati sulle due sponde della vasca, in modo che la sua fica fosse proprio sopra di me e ordinò: -Masturbati troia.- Ubbidii immediatamente e le mie dita cominciarono a fregare con foga il clitoride. Un getto caldo mi colpì in pieno viso, Alessandra mi stava orinando addosso mentre gli altri guardavano come spettatori divertiti. Mi sentivo umiliata e mortificata, come non mai, ma in uno stato di tale eccitazione e libidine che venni per la terza volta in poco tempo, con un orgasmo potentissimo. Dopo semplicemente mi ripulii e me ne andai a casa. Nei giorni successivi incontrai Alessandra o gli altri ragazzi presenti alla vicenda e facemmo come se niente fosse accaduto, forse fu la cosa migliore. Da quel giorno però si liberò qualcosa dentro di me, qualcosa che circola ancora nel mio sangue e nell'intimo Da quella sera quel qualcosa non ha più provato un piacere così intenso e completo.