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Vittoria
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Titolo:
Vittoria |
Autore:
Fulgenzio |
Contatto:
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Racconto
n° 1916 |
Altri
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Nei miei ricordi più ricorrenti, ancora oggi che ho passato, da tempo, il fatidico “mezzo del cammin di nostra vita”, c’è il sogno incompiuto, l’amore possibile e mai raggiunto, il cilicio d’un desiderio vivo nella carne, c’è Lei : Vittoria. Bella come può esserlo un’adolescente in boccio, più grande dei suoi quindici anni, somigliante a sua madre ch’era stata eletta Miss, nel dopoguerra, ella aveva un incarnato color miele, due occhi neri con riflessi violacei, una bocca rossa ben modellata, labbra carnose e denti bianchi e regolari, un nasino dritto, volto leggermente all’insù, armonioso nell’ovale del viso. I capelli, neri, divisi sul capo e raccolti in lunghe trecce le conferivano un’aria sbarazzina e strafottente, presente, di sovente nelle ragazzine di quell’epoca. L’amavo e mi amava, ma ero troppo stupido per capirlo o, forse, solo troppo giovane. Lei, più matura, me lo aveva addirittura scritto, con quella sua grafia inconfondibile, dalle “elle” arrotondate e con l’ansa piegata all’indietro, l’ordine delle lettere tutte della stessa grandezza e la voglia di comunicare diversità. Un messaggio breve che, poi, non aveva avuto il coraggio di firmare. Eravamo in una classe mista dove le ragazze, in numero maggiore, venivano anche dai paesi limitrofi. Vittoria abitava a S., una stazione marittima assai celebrata e prossima alle foci del Garigliano, dove tutto ricorda l’epopea di Caio Mario, in fuga da Roma. Mi piacque subito; avrei dovuto dirglielo ma una certa ritrosia ad esternare i miei sentimenti mi trattenne. Capii dopo che era stato un colpo di fulmine anche per lei. Comunque, durante le lezioni erano frequenti gli sguardi, complici e adoranti, scambiati nella consapevolezza d’un sentimento coinvolgente, cui difficilmente si sarebbe potuto dare un nome diverso dall’Amore. Agnese, sua confidente e compagna nei viaggi in corriera, lo sapeva ma, riservata com’era, nulla lasciò trapelare. C’è stato un momento in cui ho toccato il cielo con un dito: quando andammo al cinema per una proiezione didattica. Come per un tacito accordo, prendemmo posto vicini e quasi subito, la mia mano s’avvicinò alla sua che attendeva solo d’esser presa. Così restammo durante tutto il tempo, scambiandoci tenerezze epidermiche e languide occhiate. Poi, ci fu il pettegolezzo, messo in giro dal solito imbecille, che la voleva legata ad un ragazzo più grande, con il quale ella non si limitava a candide effusioni ma a pratiche… concrete. Ci rimasi male e decisi di non manifestare alcuna disponibilità a continuare il nostro “feeling”. Ovviamente non era vero niente; si trattava dell’invidia suscitata da una palese simpatia non corrisposta. Me lo disse, in lacrime, il giorno dopo, nell’atrio della scuola. E fu lì che le diedi il primo bacio, per suggellare la nostra intesa. Da allora tutto divenne diverso ed una notte vidi chiaramente cosa avrei dovuto fare per ravvivare quel sentimento: io e Vittoria, chiusi nell’androne di casa mia, con le borse dei libri poggiate a terra e noi due vicinissimi, avvinghiati in un bacio passionale. Le mie mani sulla sua schiena a percorrerle le spalle coperte da una camicetta bianca, si spostano davanti ed indugiano sui seni acerbi ma ben modellati, la bocca bacia avidamente il collo lungo e sinuoso mentre ella arrovescia la testa e si offre all’esplorazione delle labbra che ora vagano sul petto fasciato dal piccolo reggiseno. Io la spingo in un angolo buio del locale e mi appoggio a lei aderendo al suo corpo, fino a percepire, sotto la gonna scozzese, le mutandine orlate di pizzo. Il mio pene è in completa erezione e preme sul pube di Vittoria che ora manifesta un turbamento profondo, scossa com’è da brividi continui e rossa in volto. Preso da una incontrollabile eccitazione, mi ritraggo per afferrare il bordo della gonna e tirarlo su, fermandomi ad ammirare il candore delle cosce, ben tornite ed affusolate. Ella ha chiuso gli occhi e si lascia fare anche quando le tiro giù il piccolo usbergo di cotone, mettendo in mostra il monte di Venere, cosparso da una peluria nera che cela le grandi labbra su cui faccio scorrere le dita. Poi, come svegliandosi da un sogno, mi sussurra “non farmi male… sono vergine… ti prego. T‘amo tanto, vorrei farlo con te ma non posso… ah… che bello… fai piano.” Vellico il bottoncino in erezione, chinandomi a baciarle la vulva che ora è accessibile per un repentino aprirsi delle cosce, disponibili al mio cunnilinguo. La porto verso l’acme, ma smetto prima ch’ella venga per liberare il fallo eretto ed avvicinarlo alla vagina, giù nel solco del sesso vibrante entro il quale inizio il movimento del coito. Vittoria si lamenta e non smette fino a che, afferrandomi le labbra in un bacio convulso, non emette contro il mio petto i rantoli, grati e commoventi, della femmina vinta. Di soprassalto mi sveglio e m’accorgo d’avere addosso i segni inequivocabili d’una polluzione notturna. Ella rimane un sogno giovanile pieno di rimpianto per quel che poteva essere e non è stato ed a poco vale il conforto d’una margherita tra le pagine d’un libro di mitologia e quattro righe, stilate su un foglio di quaderno, con una grafia regolare ed un sentimento che mi brucia, da sempre, nel profondo.
Fulgenzio
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