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Emilia
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Titolo: Emilia
Autore: Fulgenzio
Contatto:
Racconto n° 1924
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Emilia



Se un nome, di solito, evoca una funzione conseguenziale del comportamento o dell’anima, quello di Emilia richiama alla mia memoria la dissolutezza, la lascivia, la perversione così spinta da sembrare innocenza.
La conobbi a scuola, sui banchi del ginnasio, una quinta numerosa dove convivevano maschi e femmine, queste ultime rigorosamente in grembiule nero. Non era consentito, allora, essere compagni di banco, tuttavia, durante l’intervallo ci si ritrovava negli stessi spazi per fumare una sigaretta di straforo e scambiare quattro chiacchiere. Fu durante uno di questi intervalli che mi sentii apostrofare da lei: “ Ci vieni domani alla festa da ballo di Carlo?” “ Certo, risposi, ci sarai anche tu, vero?” .
Non disse nulla, mi lasciò sorridendo e raggiunse il gruppo di ragazze che rientrava in classe. Alla festa di Carlo, uno di quelli che , possedendo una casa grande si dilettava di invitare amici e compagni di scuola per fare quattro salti al suono di un giradischi, ci ritrovammo quasi tutti.
C’era la V B al completo, con la sola eccezione di Caterina e Giulio a cui i rispettivi genitori avevano proibito d’uscire per una serie d’insufficienze. Peccato, perché con Caterina c’era stato qualche tentativo di intesa che, la complicità di un lento e due paroline dolci avrebbero potuto tramutare nell’inizio d’una storia. E invece nulla.
In compenso c’era Emilia, nel suo bel vestito di velluto nero che ne fasciava la figura, esponendo un decolleté niente male, con un piccolo neo nero, sul seno destro, estremamente sensuale.
Non era bella nel senso classico del termine: era inquietante, con i suoi occhi verdi , la bocca grande e carnosa , i denti regolari e bianchi, l’incarnato opalescente ed i capelli rosso-castani: tutto in lei rivelava l’istinto alla sensualità, perfino il delicato nasino all’insù dalle narici tremule , quando voleva esprimere emozione. Il mento regolare e l’ovale del volto dalla mascella volitiva, completavano l’affascinante aspetto di una quattordicenne non altissima ma ben proporzionata. Il nero grembiule d’ogni giorno celava le forme, assai più procaci di quelle proprie della sua età, le ginocchia appuntite e parte delle gambe, fasciate in calze di nylon ambrate, terminanti in due caviglie nervose , esaltate dai tacchi a spillo che sfoggiava per l’occasione. Un sorriso ambiguo e strafottente perennemente accennato erano la sua prerogativa, insieme ad un linguaggio curato ed eloquente che la facevano primeggiare nell’esporre : era la prima della classe . Mi guardò da lontano e s’avvicinò con fare cerimonioso: “ complimenti, sei veramente elegante, bella cravatta!” mi disse squadrandomi da capo a piedi; poi prendendomi per mano “balliamo?”, aggiunse, mentre già si stringeva a me sulle dolci note di “the end”. Aveva un profumo amaro, allora in voga: “amaridge” , ballava con un movimento dei fianchi appena accennato ed appoggiava la sua guancia alla mia, staccandosi, di tanto in tanto per fissarmi negli occhi, senza alcun pudore, trasmettendomi una eccitazione che andava trasferendosi, attraverso gli sguardi, alla patta dei pantaloni. Tentai di allontanarmi da lei, per dissimulare lo stato in cui ero, ma Emilia , ridendo, si fece più vicina, sussurrandomi “mammoletta!”. Il disco era finito ma ella non accennava a lasciarmi, appoggiando il pube al membro e tenendomi le braccia attorno al collo. Frattanto, il grammofono aveva ripreso a suonare “liebe lei” altro lento da ballare sulla mattonella. Ella aderì ancora di più al mio corpo, mentre le sue labbra si chiudevano a ventosa sul collo, iniziando a succhiare. Mi staccai da quel contatto, quasi con violenza, per poi afferrare le sue labbra con le mie e cercandole la lingua che subito rispose al bacio. Continuò così per tutto il tempo, mordicchiandomi le labbra, quindi slacciandosi dall’abbraccio, mi disse “andiamo in terrazzo, qui si soffoca.”. La seguii in silenzio, tra gli sguardi divertiti degli astanti ed il corruccio di Roberto, filarino semiufficiale di Emilia. La casa di Carlo, sita in via U.d.C. in un elegante quartiere di Roma, era dotata di un ampio terrazzo, ben diviso da fioriere, con alcuni tavoli di legno laccato bianco ed un piccolo berseau, pur esso dotato di tavolo e sedie. Sull’altro lato , collegato, c’era un balcone con portico, verso cui mi portò Emilia. Era il punto più buio e meno in vista, noto come il posto dello “scortico” ai frequentatori di casa G..Appena giunti, riprendemmo a baciarci, senza profferire parola, presi e compresi dall’eccitazione che ci pervadeva e a cui davamo libero sfogo, strofinando il basso ventre l’uno all’altro e palpandole, io, i seni turgidi ed i capezzoli irti . Emilia si lamentava debolmente, poi , all’improvviso, si tirò indietro, sollevando le gonne ed abbassandosi gli slip. Mi guardava con una espressione lasciva del volto, aspettando che prendessi l’iniziativa e visto ch’ero rimasto interdetto, sibilò “ me lo metti tra le cosce o no?” “ fai piano, struscialo dentro, così, sul clitoride, dai…continua…ancora più forte…sfrega…No! Attento…dentro no! Sono vergine, ma possiamo soddisfarci lo stesso, continua , non smettere…ancora..così…così..ah..ah..che bello…vengo…vengo…dai, anche tu, schizzami sulla pancia!”Poi, pervasa da un tremito convulso, si abbandonò a me rantolando i gemiti della femmina appagata.
Pensavo d’aver esaurito le forze e che pure Emilia volesse ricomporsi, quando mi sentii afferrare di nuovo il fallo che la sua bocca cominciò a leccare, alitando sull’asta. Quindi fece un gesto che, là per là, non compresi : si sfilò la spilla appuntata sul vestito e con l’ago cominciò a punzecchiarmi il glande, leggermente, senza ferirmi ma indugiando sulla pelle tesa e sensibile. Fui di nuovo in tiro ed ella ne approfittò per iniziare una fellatio che interruppe ben presto per passarmi lo spillo, dicendomi:” pungimi il clitoride, come ho fatto con te.”Ciò detto, aprì le cosce ed aspettò d’essere stimolata sul bocciolo in erezione. Mi applicai a restituirle lo stesso piacere che avevo ricevuto, badando a non farle male. Dopo poco, mi fermò con la mano, ficcandosi nella vagina il medio e arrovesciando il capo nell’agitazione frenetica del climax. Ma non ne aveva ancora abbastanza.
Così mi disse, con l’aria più naturale, :”vai di là a prendermi un pasticcino con la panna.” Ubbidii e poco dopo tornai con un piatto di tramezzini e pasticcini : Lei mi guardò con aria canzonatoria e poi aggiunse:” non ho mica fame, la panna mi serve per lubrificare: vieni qui!” . Mi aprì la patta, si impadronì del membro, ritornato quiescente e con due carezze lo riportò in tiro; poi, guardandomi negli occhi, si tirò su la gonna ed apparve il pube nudo. Afferrò il pasticcino alla panna, ne estrasse, con l’indice, il contenuto che poi spalmò sul glande e, successivamente tra le sue cosce, in prossimità della rosellina bruna dell’ano. “Sodomizzami!” sussurrò, mentre mi volgeva le spalle e si chinava per facilitarmi l’introduzione. Complice la panna non faticai ad accontentarla, senza infliggerle sofferenze atroci, giacchè quasi subito, iniziò a indietreggiare col bacino, seguendo il ritmo del coito. “Ti piace prendermi così ?” mi chiese, agguantandomi le mani e portandosele all’altezza del vello perché l’accarezzassi . Dopo non molto, raggiunse il momento di non ritorno e si incollò al membro, incitandomi a spingere più forte. “ Dai, spingi…ancora…ti prego sfondami!!! Dai….più forte…così…vengo!…vengo!!! Sfondami, spaccami, sprizza dentro!!!.Poi, respirando a fatica, si girò sottraendosi al mio dominio e mi afferrò le labbra con le sue, suggendo la lingua con frenesia.
Ricomposti, rientrammo sfidando i sorrisetti ammiccanti degli altri che continuavano a ballare allacciati nella sala dalle luci soffuse . Roberto ci venne incontro, rivolgendosi ad Emilia per invitarla a ballare. Ella lo gelò, dicendo d’essere impegnata con me. Il ragazzo mi guardò con odio, bofonchiando:” non ti illudere,con me ha fatto lo stesso…sei solo un gioco per lei…il trastullo d’una sola festa”. “ Non gli avrai mica creduto”, mi disse mentre abbracciati ci cullavamo sulle note di “the wonder of you” “ lui è stato un capriccio…tu no! Forse ti amo…dico forse perché non ti monti la testa: Ma è un po’ che ci pensavo a come sarebbe stato bello far l’amore con te. Senti, domani i miei vanno fuori, in campagna, ho casa libera; vieni a studiare da me!” . Ero preso dal suo gioco, affascinato dai suoi modi spicci, autoritari eppure sinceri. Mi piaceva soprattutto quell’innocente espressione del viso mentre era impegnata nelle pratiche più lubriche, quasi fosse un’altra a compierle, l’inventiva istintuale nei ludi d’amore , il fare schietto nel dichiarare i propri sentimenti. Andai a casa sua nel primo pomeriggio. Mi accolse con un bacio sulle labbra , appena accennato, tirandomi verso la sua stanza , ordinata e luminosa, composta da un armadio a muro, una libreria ed uno scrittoio dell’ottocento, su cui troneggiava il Rocci, vocabolario di greco ed il libro dei lirici. Il letto, posto sulla parete di fondo, con le spalliere in ferro battuto, era ampio e confortevole. Un piccolo tavolino ospitava una radio-giradischi. Una porta immetteva nel bagno attiguo. Emilia si sedette sull’unica poltroncina libera , davanti allo scrittoio, squadrandomi e facendomi cenno di prender posto sulla sedia con spalliera, dietro il piano di lavoro: “sentimi bene, non mi va di studiare, ma se vuoi , possiamo tradurre un po’ e poi….”.Così dicendo rivolse lo sguardo al letto, con evidente intenzione di dare un senso al suo repentino silenzio. Quindi, come una molla compressa, saltò su dal sedile e mi abbracciò cercandomi le labbra. Dopo poco si dibatteva nuda , sulla coltre , le cosce spalancate e la mia faccia sul suo sesso, a lambirle il clitoride e forzare con la lingua le piccole labbra . “Continua così, non fermarti…ti prego…mi fai morire…ah…ah…si!…si! Sei un demonio! “. Poi, rimaneva esamine per qualche istante, giusto il tempo di riprender fiato.
All’improvviso, me la ritrovai a cavallo mentre strofinava la vulva, fradicia d’umori, sull’asta gonfia e palpitante, traendone un piacere che le alterava il disegno delle labbra e mi rendeva vulnerabile e pazzo di lei. Ebbe un secondo orgasmo, violento e inatteso.
S’abbattè sul mio petto sussurrando:”è vero, ti amo, lo so da quando ti ho visto, bellimbusto dei miei stivali, sempre elegante ed in ordine. Mi fai rabbia, ma ti amo. Sono così stupida da concederti tutto se vuoi. Lo sai che sono vergine: se vuoi mi lascio prendere da te! A te voglio darmi interamente. Che ne dici?”. “ Che sei matta da legare. Non voglio approfittare del tuo stato confusionale. Se dovrà accadere sarà per amore. Dovrò esser sicuro d’amarti anch’ io”. La mia sostanziale onestà continuava a giocarmi brutti tiri: rifiutare una scopata non è da tutti ed io non mi sono mai pentito di non averla presa quella volta. Emilia, invece aveva altri progetti quel giorno: afferrò la verga turgida , la lubrificò con i succhi della sua vagina e l’appoggiò allo sfintere, impalandosi lentamente. Allorché l’ebbe tutto dentro, inizio la cavalcata , dapprima tranquilla , in seguito impetuosa e devastante che la squassava con un tremito diffuso, contro il mio petto su cui si rifugiò , a cercare conforto dopo il climax . Sotto le lenzuola continuando a baciarci ed a conversare, mi confessò d’aver avuto le stesse attenzioni per Roberto ma di essersene pentita quasi subito, ritenendolo inaffidabile e fatuo. “ Anzi, una cosa non ho fatto con lui e che voglio accada tra noi!”. Così dicendo si piegò a cercare il nerbo che aveva ricominciato a pulsare: lo introdusse in bocca e cominciò a fellare, con una inesperienza commovente. I suoi bei denti , stretti intorno alla pelle del prepuzio, favorivano l’irrumazione , provocando una scia dolorosa sulla parte terminale della verga. La lasciai fare fino alla fine e notai, compiaciuto, la smorfia perversa del suo volto quando riversai i miei umori nella bocca vogliosa. Inghiottì fino all’ultima goccia per poi cercarmi le labbra ed elargirmi il bacio più profondo e minuzioso ch’io abbia mai avuto. Sentii sulla lingua il sapore di me stesso e ne fui turbato. “Ecco, disse, sei il primo a cui abbia mai fatto questo. Mi piace il gusto del tuo sperma! Tu non te ne sei accorto ma sono venuta anch’io! E’ più bello di quanto pensassi”. Uscì dal letto e mi tirò dentro la cabina della doccia, aprendo, di colpo, il rubinetto dell’acqua calda. Fui investito da un getto freddo che però, si tramutò presto in un tiepido effluvio sotto cui ci stringevamo ancora non paghi di carezze e di baci. Emilia aderiva a me, mentre con la destra scendeva a cercare il pene in riposo. Trovatolo, aprì leggermente le cosce per accoglierlo e manovrò per avvicinarlo, tra le grandi labbra, al clitoride.
Poi, rossa in viso, mi soffiò in un orecchio “orinami dentro!”. Preso alla sprovvista la guardai sbalordito ed incredulo : possibile che dovesse stupirmi sempre? L’accontentai. Mingevo lentamente, quando avvertii sul glande un dolce tepore: era lei che mi rendeva il favore spargendo il liquido destinato a scendere lungo le gambe , confuso con l’acqua corrente. La baciai furiosamente ed in quell’istante, l’amai.

Fulgenzio